da Tornando nel tuo sangue
In certo idioma
lombardo "parola" vuol dire
insulto, e senza dubbio
l'accorto Prometeo rubò dell'
innocuo fuoco per non bruciarsi di
preposizioni e congiuntivi,
ispidi come sono
i figli della voce, mentre
il problema è vivere bene, anche
pagare la tassa di successione e
la vita fa troppo rumore. Ma
dicevo a Alessandra, prima, che
a fegato puntualmente roso,
vieppiù calando nella tomba,
bisogna parlare.
Aber
der gegen den ich schreibe
kann nicht lesen
ARNFRIED ASTEL
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Fratelli di chili
e sangue, benpensanti dove
la bomba cade sempre altrove, e nessuno
può intaccare la certezza
di cinquanta lire, l'agiografia
del biglietto del treno. Non è fare poesia
morire più musicalmente, non è questo
il giorno del giudizio
che aspettavo: un urlo
dai sottopassaggi, un
portafogli smarrito. Erigemmo un sistema
tra borse di plastica
hegeliano, e tu lo sapevi
svanire in un istante, il
solo che
ritorna: "Ce qui a été compris
n'existe
plus". Lo stupore
degli occhi e del dire, minuto e
senza ritegno.
Tornando nel tuo sangue
I
Uniti, ancora,
uniti
nel circolo mortale
cui poco
deliriamo:
un angolo, una nicchia
Magra epopea,
e nemmeno
la dico un'illusione,
è
solo tutto.
II
Tornando
nel tuo sangue
il primo desiderio, le tue labbra
convulse, quella sera
vent'anni fa, ed ancora,
quando credevi un sogno
la terra che ti avvolge e cancella.
III
E l'attimo,
la schiuma
che soffoca, quel segno
nel calendario, le tue mani
Bianche.
Eppure cosa cambia?
Adesso tutto svela,
non mai esistito, un solo
delirio, le tue mani
che stringo, solo
le tue mani
morte.
IV
Fu quando
a noi bastava
un cielo ed un abbraccio
per celebrare ininterrotta festa.
Colmava il tuo respiro
il mio,
mia sola patria
(Voce del canto
ugual
degli alberi tu mi parlavi piano).
V
Il campanile
a picco sullo sguardo
che tratteneva luce,
Coriandoli
di luce,
Coriandoli
di luce. In ogni d'erba
legame addormentavo
l'assedio, sprofondavano i miei piedi
Nel battito
della terra
VI
Dov'è
quel calmo aprirsi primavera
non so più dire, e immensa è una ferita
Adesso che
il domani è già arrivato
ed anni e anni include, opaco, fermo.
VII
Incedere
che non so
umano
ci sottende
al buio,
ci dilania
Tornando
nel tuo sangue
giorno per giorno, chiuso
al gesto
che dimentica del tempo,
nessuno, più
Nessuno
Il pomeriggio
striscia alla finestra
VIII
Parole uguali
a pietre
scagliammo, cieco
Epilogo,
lunare
Deserto
Madre.
U'ora precisa
E riverberi
di fili intrecciati
alla bocca
d'erba salmodiando i greti
alle campagne gettati scroscianti ombrose
all'abbraccio del cielo
lontano frastuono.
Negli anni
Miliardi
tra i minuti
sospesi a indizi, e sempre
tentativi, senza
che il proprio balzo
nell'aria, d'estate,
si sposi alla stagione, od anche solo
all'attimo
azzurro, che ci sembra
spiegare, con le mani
forate dal vuoto
del vento, delle strade
Dormendo al contrario
della quiete, negli anni, aspettando
la falce,
la ragione
precisa, nessuno
Già è negli occhi
Kam,
kam.
Kam ein Wort, kam,
kam durch die Nacht,
woll leuchten, woll leuchten.
PAUL CELAN
|
Già è negli occhi
oblio
che scardina, un deserto
innominato per angelo a saperci
fratelli in devastanti sogni ci accompagna,
non dice parole.
Non dice
parole. È strisciando
dell'universo
che torna sentiero la vita
non mai percorso, i tuoi passi
stranieri
I tuoi passi
stranieri. Scintillante
solitudine
ha la notte da dirci.
Ha la notte da dirci, che accoglie il viaggiatore
e lo sfama con cifre, da non dirci
parole, e lo dimentica
sonno ogni
cosa è matrice d'alghe, un universo per caso
nasce, continuamente nasce.
Continuamente
nasce. Spezzoni
di tuono, di
bocca. L'abisso
si è fatto carne.
da Musica per streghe
Studente fuori corso
Adesso che
le scuole sono chiuse
all'università ci vado spesso.
Circola un'altra voce,
altri corridoi si accumulano
negli occhi
delle porte chiuse:
altre mani, ricoperte di muschio,
scrivono il nome sul foglio degli appelli,
ne scrivono i rilievi,
montagne
impreparate da sempre.
Alberi quindi
pazzi le mie lacrime
attorno all'aula.
Ha qualcosa di insondabile, cresce
quando il deserto
ci chiama, tutti. Aspettavamo
nel corridoio di ventitrè anni
nella pietà impossibile della memoria
credevamo una vita differente
Un'altra sigaretta, un mezzo cielo
di uomini con gli occhi di suo padre
aspetta che sia stanca, scruta attorno
per aggredirla, fino alla finestra
si inerpica e l'uccide. Noi non siamo
un indirizzo, gente che si guarda
sperando che finisca. E già che siamo
qui, scusi, non vorrebbe mica un gatto?
Mio padre.
Mi picchiava. Con gli amici
(mi dicono che sono paranoica)
non parlo. Voglio dire, dopo un po'
di tempo non so più che cosa dire,
che cosa cucinare questa sera,
Se rimanere sempre così sola.
da Poesie tra parentesi di prosa
La notte ha un giorno segreto
La notte
ha un giorno segreto, una promessa che smangia l'ombra della sua corsa
e la consegna al mattino. Il giorno ha una notte frenata dal sole, che
scalpita sempre più a sera.
Al finestrino
si laceravano, invernali e luoghi, linee assommate allo sferragliante
potere di una decisione, quando ti porta dove non conosci nessuno, scambi
respiro con sguardi.
E ti chiedi cosa è piangere, dove sono finite le sterminate risorse
della fuga, la sua merce cardiaca.
Madre che svolgi l'oscurità in mezza luna, giaciglio.
La luce è la lontananza più silenziosa, l'ombra di questo
tutto di schiena, raccolto grumo delle uova verso Milano.
Perché
le gallerie sono un ospedale dai piedi immensi, le muraglie cinesi di
un ospedale che cammina nell'anima e si gonfia come lo spermatozoo di
un pagliaccio, e gridano, battono i piedi contro il buio della sala parto.
L'urlo dei
portoni alle tempie, come una trenodia animale. Ogni cosa aveva mille
anni, ogni cosa si susseguiva alle altre senza fermare l'eruzione dei
minuti attorno alle tempie.
Quei minuti
erano un lebbrosario di possibilità stinte, una strada aperta e
senza indirizzi, da percorrere con gli occhi strappati, come un gioco
sordo che versa acqua da tutte le parti, fino a sommergerti del tutto.
Lì bisognava agire, fare parte di una religione mortale perché
fluida, infinita perché la materia ha uno scacco, un abisso parallelo
alla sua enunciazione brulicante, questo volere.
Pose il piede destro sul treno, facendo forza sulle reni distribuiva le
ossa più in alto, per arrivare.
Un fiume accavallato tra le consonanti gutturali di un film sconosciuto
e freddo, che nelle anse deposita volti e scarponi, frettolosamente, soffiando
sulle dita gelate il respiro di studenti e suicidi,
marocchini
e una studentessa di lingua.
Quando ero bambino credevo nell'aspetto musicale della morte, non un vagone
così affollato.
da Santi, Pornostar &
Facciamo
un pupazzone amore mio
(Il
poeta ha per la prima volta concepito
l'idea di avere, un giorno, un figlio e, non
riuscendo a dormire, preoccupato per le
sorti sue e del mondo, rivolgendosi al'im-
maginaria sua donna, scrive questa cosa) |
Faremo dei bellissimi pupazzi,
amore mio, e frequenteranno scuole,
impareranno a andare sopra razzi
di luce, verso l'infinito sole
che splende
nel futuro, marionette,
davvero. Quando il cielo sarà grande,
tu morta ormai di tumore alle tette,
io vecchio che si caga le mutande
avremo al
mondo dei bei pupazzoni,
carne del nostro sangue, laureati
e pirla, a ricordarci. E nei ciglioni
di quei pupazzi altri devastati
pupazzi espugneranno nuove ovaie,
autisti e giornaliste, pronipoti
del Papa, sciatori, giornalaie
del cielo. Alcuni diverranno noti
al pubblico,
pubblicheranno in Guanda,
altri non sorpravviveranno un anno,
e se ancora ci sarà la Standa
alcuni ci lavoreranno, e avranno
un reddito
decente. Amore mio,
facciamo un pupazzone naziskin,
un deficiente. Così vuole Dio.
Lo chiamerai Benito Centanin
da merceterna
(1990-1996)
Perlana ammorbidente
Ricordo che ogni punto dello specchio
si dilatava. Ed io che avevo preso
il rasoio guardavo me che vecchio
mi guardavo, ventiseienne obeso
nonché bambino acuto in italiano,
o innamorato di una di Malnate
nove anni fa. Strinsi forte la mano,
mi recisi la gola. E abbandonate
la schiuma e la salvietta scivolai
per terra. Andando a sbattere la testa
sul detersivo, tutto riversai
tra gli additivi il flusso che si arresta
della mia vita. Mi stupì la strana
ultima sensazione di chi muore
con forte in bocca il novello sapore
del proprio sangue misto col Perlana.
da ALDO NOVE, Fuoco su Babilonia!, Crocetti, Milano 2003
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