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1.
Appunti di viaggio
o di altre connessioni, di navigazioni, idiomi di modernità
selvagge,
peregrinazioni incerte, tra esodo ed esilio.
Sì, vago e ne sono consapevole, tra le parole espresse e quelle
da trovare,
tra ciò che vorrei fare e l'amor del progettare.
Che strana isola m'appare la ragione,
sicuro approdo dominato da fantasmi, figure, forme ,volti e tracce che
non riesco a ricordare..
La memoria fallace,
nel possedere un solo tempo, nell'avere un solo scopo,
ma cosa me ne faccio di quello che interpreto, ma non oso trasformare?
2.
Chissà se
mai ho amato? Se cosi fosse dovrei forse serbarne il ricordo, oppure l'evanescenza
della nullità non ha più pietà per un così
vasto sentimento.
3.
La nostalgia ha un suo colore, un bisogno di visi, un asservirsi alle
cose; perché ricordiamo facce e desideriamo assenze. Un atmosfera
furiosa, la nostalgia, dalla quale emergono uomini che avrebbero potuto,
ma non hanno osato. Poi, dopo, molto dopo, tra gli effluvi del giorno,
affiorano sogni possibili.
4.
In un intreccio di relazioni, l'uomo incatena destini, ammantandoli di
gioia o sofferenza. Il tempo della storia è il tempo condiviso,
dove la scelta è superficiale apparenza di una vastità sconcertante.
5.
Dove tutto si sfiora e niente si incontra, là siedo io in compagnia
dei miei dei, qualche amico al bar che vola nella leggiadria delle cose,
nella caducità di questa vita incurante delle altrui speranze.
Vorrei sapermi innalzare, fosse solo per fuggire dal brusio delle mie
moltitudini, il plurale che osservo e questa unità che non riesco
a trovare. Angoscia, che nasce allora come sublime paura, che rigetta
ogni altro insipido timore, per spalancare il baratro sulla ciclicità
dell'esistenza, su quella solitudine che non riesco a chiamare per nome.
6.
Sono figlio tuo e di quelli senza scelta, del tempo perduto e dei racconti
ritrovati, dei viaggiatori senza meta e di quelli che mai saliranno al
castello. Sono figlio tuo e di altre crudeltà, devoto e prostrato
a supplicare il nome, pronto a tradire ad ogni canto del gallo. Sono figlio
imbastardito da 1000 e più bandiere, assopito troppe volte tra
i binari, resto sotto la tua ala e mi beo della tutela.
7.
Oggi mi sono inventato Dio, aveva i miei difetti era sciatto e scialbo
, pavido e insicuro mi assomigliava tanto, giaceva nel conflitto delle
sue malinconie e gridava a squarciagola "dimmi uomo, dove ti ho perduto"
Oggi mi sono inventato Dio, ed ero meno solo.
8.
Sarebbe sufficiente rendere omaggio al demone che ci alberga dentro, per
concederci l'abbandono di cui siamo diventati incapaci.
Personalmente, temo l'abisso per esserci caduto, e si diventa paraculi
anche verso la provvidenza.
9.
Tutto quel che mai ho voluto vedere, abbassando il capo, girando lo sguardo;
ed il regalo ancora da scartare, le lettere, non lette per paura. Cerimonie
a cui ho partecipato pur essendo assente, carezze ricambiate per dovere
e malinconie sospese, per gesti non fatti. Il flusso a ritroso di un passato
mai chiuso, dove sono prigioniero o soltanto un illuso.
10.
Chi non sa ascoltare è un magnifico interlocutore, non ti ruba
niente, non si appropria di te, non lascia sulla strada briciole del tuo
pensiero. Solo a chi non ascolta possiamo permetterci di svelarci e non
per timore del viaggio, ma per poter dire: non ho spostato nulla.
11.
Quante lodi abbiamo tessuto all'incapacità e quanta benevolenza
ci siamo sforzati di dimostrare verso la nullità, quasi non ci
potesse aggredire, non ci potesse sopraffare. Quanta viltà nell'accondiscendenza
e quanti errori nella tolleranza, per il vivere quieto, per la sottile
paura di esser depredati. Il discernimento ce lo siamo giocati, il giudizio
l'abbiamo delegato ad altri, che scelgono per noi.
12.
Sono cronache di un tempo rimosso, di tubetti appiccicosi.. e mani colorate
ad accarezzare il muro. Le ombre che sgattaiolavano via sotto i portici,
e le visioni di un cielo, in pianta stabile sopra Berlino. Sono le corse
per afferrare una luce e le braccia di Francesca, che mi potevano ghermire.
I disegni da presentare e quattro baggianate da doversi sorbire. Tra Bologna
e Venezia, più o meno come adesso, ma con altre cose sotto braccio.
13.
Ogni giorno si spezza qualcosa, un ramo, una schiena, una vita, un frammento
e noi passiamo il tempo nel tentativo di aggiustare, di ricomporre armonie.
Siamo piccoli artigiani, con l'illusione della saldatura. Questo scomponimento,
che a ogni attimo ci rende più piccoli; esaltazione dell'allontanamento
o frenesia della dissolvenza.
14.
E poco avremo da spiegare, se non quella supposta sudditanza del nulla.
Ma tu non sei mica obbligata a crederci, e puoi continuare nel tuo passo
cadenzato a distanziarti dai miei occhi...e quando ti immagino in quella
danza, mi sento così partecipe di ogni deriva.
e dimmi di questo tirare avanti, di questo modellare opere senza rimedio
alcuno;con l'ingratitudine che un poco disprezza e un poco soggiace altezzosa
attendendo un ricambio.
E di certo commettevo un errore consumandomi adagio.
15.
C'è una strano senso nella fedeltà, un ancoraggio a un'incertezza,
un'apparizione timida di una speranza. Sentirsi attratti dal rimanere
crea una sorta di permanenza e l'attenuarsi della distanza passa in ogni
istante, dove il crederci è il primo pensiero.
16.
E penso a ogni madre che ha imbellettato un fiocco, che ha stretto al
cuore un amore e separandosi dall'orgoglio ha accennato una carezza, così
lieve perché non sembrasse un saluto.
17.
Di questa piccola malvagità, di questo sbiadito residuo, il malessere
passeggero come subdola scusa...e quanta noia mi parla di te, come fosse
un monito per giorni incolore.
18.
Avrei potuto non accorgermi di nulla, girare il capo, scrollare le spalle,
come quell'irrequietezza che nasce dal non condiviso, come l'amicizia
che muore dove non c'è stata gioventù
in questo darsi di piccole dosi, far finta di niente per non morir d 'abusi.
19.
Non ho più il tempo di adattarmi al silenzio, sento il tramestio
delle macerie, nell'opulenta sonnolenza contemplo rovine..accarezzo il
futuro, parlandomi addosso.
20.
Quando ritorni dopo mesi di assoluzione, nessuna domanda per i tuoi vagabondaggi,
solo braccia protese e mille sorrisi.
21.
Sono già
andato via, sono già tra le mani nei capelli, nelle tasche senza
chiavi. Sono nei muri con le crepe e nella rabbia soffocata, sono con
le gocce cadute dalla tazza, nelle giacche stazzonate, nel tremore della
voce, nelle gioie calpestate.
Alessandro Assiri, da Il giardino dei pensieri recisi, Aletti,
Villanova di Guidonia 2006
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