Annamaria Ferramosca, da  Il versante vero,  Fermenti, 1999

 

 

ISTANBUL 

          

Se i minareti allungassero l'ombra
dipanassero fili di garofano blu
fin  nei capelli
di questi sciuscià disincantati
vuoiscarpecomestellemillelire
si fermerebbe il tempo
all'angolo vergogna
dell'hotel Mercure.
Franerebbe il tempo
con ali stupefatte
sul  tappeto
dei pentimenti.

E Beyoglu
risuonerebbe a un tratto
di giochi  e grida
correre a rompicollo
sfidando la prua delle navi sul canale    
cercare lungo i fossi
canne robuste
verdi da scortecciare
poi via sul ponte a pescare
uva di Smirne in tasca
fino al tramonto.

Vedrebbe il Corno d'Oro
ancora i suoi riflessi nei capelli vaniglia
nei guizzi all'amo
nei lampi
dell'orgoglio bambino.

A sera affonda
il Gran Bazar dei sogni
in polpa di meduse
sultani smeraldini
come ramarri
dagrandevogliofarecapitanomercantepescatore

Sul cuscino
anice e zafferano.

 

 

 ACCADE DI VEDERE

 
Come incastonata
                          sulla porta marcita
una falena tremante (un pezzo d'ala falciato
piccola vuota tessera nel mosaico)
aspetta la fine
                   beve un ultimo raggio

Sorda agli inviti
sa di obbedire al rito
In bilico dignitoso:
già sugli occhi il velo
                             che fa opachi i ricordi
già le luci del dopo             
                           sfolgoranti
(celebrano, in lontananza, la festa del patrono)


Ora
    rigida e inerme.
"Resisteva anche ai  fuochi d'artificio" 
appare sulla minima lapide.

Anch'io vorrei resistere
                                  ai vuoti d’artificio
cedere
        ai veri fuochi.