Sezione prima: Incontri





il vento tace frenando i silenzi

nella conca dell'universo

la luna s'eclissa nella sua ombra


al centro del sentiero due voci adolescenti

- in gola i cuori le mani tremanti -

parlano ai loro corpi


ritorna l'incanto le stelle

la luna il suo volto ritrova

il mondo s'inonda di nuova innocenza



*



pomeriggio lungo di noia

improvviso

il velluto della pesca


nell'azzurro tra le nuvole

il brillio dell'anima


e un sogno per perderti

e riprenderti



*



il cuore

aggrovigliato di rosa

decolla dalle nuvole


collimano bordi sorrisi

presagi incontri

insensati incastri


la verità dell'amore sfugge

al niente di più

o di meno



*



non chiedermi

che cosa c'è


se poi non vuoi avventurarti

tra le pieghe dell'ambiguità

nel torpore delle sensazioni


sgomento e ritiro

non hanno fatto avanzare

amore e conoscenza



*



t'inseguo


sei l'albero che gemma

la vita


millenni di miniera

per un minerale


millenni di graniti

leniti dal rubino


ancora un dio

su cui contare per imparare

il tutto del nulla dell'uomo



*



nel gioco furente e disperante

dell'amore

non seppero più distinguere

il prendere dell'uno

da quello dell'altro

- questo all'inizio fu la vita -

alla fine divenne la morte



*



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Incontro


scorrono fra loro

fiumi di parole


quando tutta l'acqua

si è prosciugata

cominciano a parlare


fughe estenuanti

fusioni mortifere

rifiuti pericolosi

abbracci teneri

stonato il grido

nascono lottano amano

si perdono

nell' io e tu divisi

nel noi e loro uniti


senza fine

il sentiero che conduce

ai giardini di Eden

dove il gesto avvicina

lo sguardo seduce

la parola dice



*



gli amori sono splendenti

nella loro aurora

traboccante di desiderio

sparso a caso nelle pieghe

dell'anima


quella luminosa lancia

d'illusione d'eterno amore

ci rifletterà allo specchio

l'epifania di sole e stelle


e chiunque sancisce

col gesto maldestro

la differenza tra sogno e realtà

resisterà quella cicatrice di luce

- impunita nel testo dei corpi -

a cerchiare il grigio che verrà












Sezione seconda: Fueros




amalgamando agguati ombre

hai sagomato colpe

occultandole in bave di pensiero


viaggiano ora contro-vento

s'espongono ai doni del perdono

disseminandosi in prati smisurati


attecchiscono in autunno

quando la nebbia imperla colli

e si confonde nel tepore delle zolle



*



agli albori del mondo

sull'arca della luna

gli aborigeni trovarono riparo

ai primordiali squarci di sole

gelidi luccichii s'infransero

si sparsero nelle galassie

a sera come un pianto

a lungo raccolto

scivolarono zampillando

in vividi nidi d'acqua


tronchi di piante remote

alluvionati da neve

rotolano lungo canali

fra montagne aperte a ventaglio

riappaiono come relitti

tra i flutti

se un raggio dall'alto

rema il buio del mare



*



agito utopie

in risacche di stagno

nelle celle del tempo

dove la pena avvelena il respiro

e non risolve il pianto

dondola il non fatto


scomparse nuvole da cavalcare

astri da oscurare

tesori da disseppellire

restano nebbie

da fendere con lame di ghiaccio



*



sorvegliante del vero

dilati idee e pretese


ti logori in esili indizi

dilavi catastrofi


espedienti di niente forano

nuvole sempre imminenti


il neo annidato

sfugge allo sguardo


nel tempo

allarga il suo nero




*



le ragioni aspirano come ventose

inghiottono la ragione come vampiri


di tanto in tanto scompigliano la verità

terremotano l'intorno


alla potenza plagiata degli incauti

rispondono con la strapotenza degli incanti


sono ustioni e fuoco i nostri fueros (1)

sfuggono all'algida legge dell'oggi



*



sotto i passi falsi

dove il vero si spalanca in abisso

e il vento imbianca fuochi

annidarsi e annodarsi

a proprio modo


scrutare a fondo bordi di pareti spente

inseguire scintille di danze segrete


nel segno dei graffiti

dove il tempo è rotolato

dileguarsi



*



con in bocca lo schibboleth

lasciapassare dalla doglia alla soglia

oscilli intorno al luminoso cerchio

attenta al sibilo ti lanci al centro

provocando il cenno di accolta


entri nel regno delle croci

piovono sulle labbra chicchi di sole

irrorano di forza il pianto

abbagliano di grazia la forza


al tramonto l'orizzonte si rivolta

voci in cielo migrano in arcobaleni

favole riaffiorano in acque dolci


l'alba risale dalle nebbie

zolle aperte attendono

l'ora della semina



*



l'esile filo d'acqua

lungo anni d'esilio

si scioglie in calde correnti


buca la diga del lago

allarga la cruna dell'ago

guardingo oltrepassa

le terre di Marte


all'ora chiara mi svesto

di voci non mie

tolgo il sigillo alle guance serrate

riempio di senso la gola rigonfia

la lingua torna affollata

aperta al canto

si ritira in metaforiche dimore



*



su quel volto di diavolo abbattuto

la folla dei guerrieri vaga incerta

in cerca della trincea


angeli astuti rincorrono

e cerchiano d'azzurro

le compagnie di sventura


sui crateri dei segreti spenti

si consuma la trama dell'oracolo

il dolore s'assesta


il blu si scosta dal nero

a tavola imbandita

Esaù ora siede


declina il piatto di lenticchie



*



nell'oro nero

della tua torbiera

ancora radicano i giunchi

si protendono

ai piedi del tabernacolo

che racchiude

i respiri dell'aria


i dolmen nei silenzi

delle tue colline abbandonate

sibilano al vento infuocato

il loro martirio


e clemenza non reclamano



*



estranea

agli strali del silenzio

rincorro la parola

in bilico tra abissi


con un verso

sigillo la danza

che ardita incalza


e in alto intanto

al canto

lascia la sciagura

il passo



*



accostata

al silenzio della casa

dal rumore del fondo

i sensi salgono


sciolgono la cortina di gelo

corrompono

la corrente d'idee

annegate nella quiete


nel cavo della mano

gesti scomposti

s'acquietano nell'attesa


di comporsi

in fantastiche gesta




*



nel braciere delle ragioni

s'infuocano le lingue

dei ceppi di ieri

con quelle dei tronchi di oggi


nel calore degli abbracci

s'illumina l'ultimo guizzo


la nuvola bianca

guida la cenere


semina il solco segnato

dal destino distratto



*



la libertà

è un tronco asciutto e corto


un tempo agognata

ed ora svaporata

sui selciati delle strade


percorsi ancora

dagli uomini

con la fatica di sempre


quando

neppure la pioggia dell'utopia

le ha più allagate



*



l'ambigua legge

resta sempre

comunque dei pochi

a guidare la corsa dei molti

lungo i sentieri della storia




*



siamo naufraghi impavidi

della ciurma di Ulisse

a tratti sommersi

ora scampati

tra gli scogli scalpitiamo









Sezione Terza: Continuiamo a fare anima





sul greto del fiume fra ciottoli

la luce della pietra gialla sigilla

l'incontro tra gocce di pioggia


allunga l'abbraccio segnala il sentiero

dove l'uno s'inoltra e l'altra attende


si continua al di là

del luogo mortale

a fare anima


rianimando il discorso d'amore


consono al nostro esserci

con l'assoluto

e la sapienza dell'innocenza


noi come sempre

al tutto allacciati



*



ancora insieme spaesati

nell'intrico di vita e morte


il buio penetra fantasmi

ossa assiderate invocano tepore


trafughiamo il pallore alla luna

ritentiamo il prodigio dell'amore

che trasforma in vita il nulla



*



l'estate incava polle d'azzurro

nel bosco dei castagni

la bellezza intanto cresce sanguinando


poter fermare il tempo lanciare la falce

al grembo della vita insieme aspirare

per ricominciare e poi… ancora


per mari imperlati trascino la barca

affilo vele e venti

inseguo il timone verso rotte stravolte


ora il tuo respiro è l'amore nell'universo

senza fiamma si posa sulle nostre labbra

confluisce nella bocca del mistero



*



con occhi annegati di nebbia

avvicino il mutarsi

di vita morte


in pupille macchie di ginestre

per riportarti oro sul volto

rinnovato di splendore


due nuvole in viaggio

nei cieli del possibile







da Duende, Marsilio, Venezia 2003



(1) Devo la suggestione del concetto fueros alle riflessioni sulle "logiche del delirio" del filosofo Remo Bodei. Il termine, già utilizzato da Freud, appartiene alla sfera del diritto costituzionale spagnolo. Si riferisce al privilegio che alcune città e regioni hanno avuto nel mantenere i loro antichi e anacronistici diritti, quando nel 1492 si è formato il Regno di Spagna. Nel campo psichico sono quelle parti buie che non hanno beneficiato del lavoro di trasformazione e rappresentano una sfida continua all'ordine conquistato della ragione. I fueros sono "zone a densità così intensa da assorbire perfino la luce, da produrre oscurità".