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"Con la grazia di uno sminatore"
di Chiara De Luca
Nel gennaio del 2006 è uscito Il crollo degli addendi, raccolta
poetica di Simone Molinaroli, di cui ho curato l'introduzione, sottolineando
come la sua poesia sia in continua evoluzione e abbia conseguito negli
anni un sempre maggiore equilibrio tra la cura formale e una inalterata
energia che abita i versi, sconfinando spesso nella rabbia, che fa da
contrappunto alla resa dolente e al ripiegamento su se stessa di tanta
poesia contemporanea.
In questo volume sono pubblicate le prime due raccolte di Molinaroli,
Cani al guinzaglio nel ventre della balena e Neurovegetazione e rileggerle
(pur con le modifiche effettuate e le migliorie apportate) è come
risalire alle sorgenti della sua voce, e notare come già vi fossero
presenti gli impulsi, gli stimoli e le tematiche poi approfonditi e sviluppati
nel percorso successivo.
La poesia di Molinaroli non si arroga mai una funzione salvifica e consolatoria,
non offre rifugio né scappatoia da una realtà dipinta e
spesso additata in tutta la sua durezza, senza nulla tacere di squallore,
miseria, compromesso che la abitano e pervadono. Quelli di Molinaroli
sono versi di denuncia contro la cieca ipocrisia del potere che si autoalimenta,
fagocitando e distruggendo ogni eventuale ostacolo che si trovi sulla
sua strada, nel momento stesso in cui vuol dare l'illusione di sostenere,
indirizzare e costruire. La poesia di Molinaroli non teme di indagare
il vuoto, lo smarrimento esistenziale, la solitudine disperata che è
un estremo tentativo di sottrarsi all'affermazione diffusa dell'effimero,
in cui il soggetto è spesso trascinato, o attirato da una sorta
di oscura volontà di autodistruzione, che lo porta a immergersi
ad occhi chiusi in un flusso da cui pare poi impossibile sottrarsi.
Eppure è sempre presente un guizzo, che muove il tentativo ultimo
di riesumare il "desiderio indomabile di proclamare l'impero / e
svuotare il caricatore / addosso all'onesto padre / della terribile assenza
di poesia", di distinguersi sia da chi "esiste come una gita
scolastica", sia da quei "sette miliardi di regnanti pieni di
dolore" che "si apprestano alla carneficina / come a una merenda."
Molinaroli sembra voler negare la possibilità di una speranza (stanate
la speranza e fucilatela sul posto, scriveva nel Crollo), perché
"Non c'è salvezza, lo sanno / i naufraghi scarni di questo
viaggio / e i dottori prescrivono speranza." Eppure seguire questi
versi è come assistere a un movimento di sistole e diastole, che
spesso sfocia nel paradossale e vitale "desiderio inesauribile /
di scampare alla mattanza". La via però non è quella
indicata e all'apparenza spianata dagli "accattoni di futuro",
dal "cuoco del progresso" che "cucina e conserva / dolci
speranze". È una via impervia, fatta di ribellione e rinuncia,
dove è necessario distruggere per poter ricostruire, sulle macerie
delle proprie stesse speranze, per accorgersi che "Essere vivi tra
le macerie / della certezza e della sorte / è una gran cosa."
Ben più che muoversi sul proscenio di un teatrino illuminato da
illusioni (apparentemente) a basso costo.
Molinaroli non si sottrae alla mediocrità del reale, vi sprofonda,
se ne lascia contaminare, in treno "seduto accanto a scheletri rosicchiati
/ teschi dai capelli sporchi." Oppure "Smarrita ogni bellezza
/ sommersa ogni ragione / improvvisando gli ultimi chilometri / gli occhi
faro in seminati / dall'angelo assente, distesi / imprecando contro bandiere
e fenomeni." Altrettanto fa la sua poesia, che si muove tra slanci
lirici e momenti alti e invettive prosaiche spesso molto violente, tra
citazioni sartriane en passant e rievocazioni di canzoni, creando un ritmo
franto, spaziando tra timbri e suggestioni visive e auditive cangianti
che spiazzano, riproducendo la molteplicità a tratti allucinata
di una realtà in cui perfino "l'orrore perde il suo nome",
perché "Se un confine c'era / l'abbiamo varcato dormendo /
con la guardia stanca.", se un confine c'era l'abbiamo varcato proprio
ignorandolo, chiudendo gli occhi per non prenderne coscienza.
Compito della poesia è dunque quello di spalancare gli occhi anche
quando fa male, andando incontro a quel terrore che "è un
amico / che vive solo / e viene a cercare compagnia."
Per contrastare il caos e lo smarrimento di ogni orizzonte, la poesia
di Molinaroli non si rifugia nella ricerca della bellezza e dell'armonia,
bensì si smarrisce essa stessa, deraglia, cerca il suo opposto
perché: "Bisogna mettersi a guardare / dentro le televisioni
/ per capire che l'uomo con il mitragliatore / è fuori e sta correndo
ad ammazzarci." E per potersi risollevare dopo il colpo, occorre
"Vivere del macabro splendore / di notti demolite / resistendo al
disordine / per cedere felici / a un fendente impreciso del terrore."
"È soprattutto sulle spiagge inventate / che si spengono /
i nostri motori", scrive Molinaroli, è soprattutto da illusioni
prefabbricate e false speranze che scaturisce la disperazione. È
dunque solo dalla coraggiosa presa di coscienza della realtà che
nasce la forza per contrastarla, senza fornirsi alcun appiglio, mentre
al contrario "Come in una colonia tropicale / esseri ingannati inventano
/ rivoluzioni-villeggiature / per viaggiatori di terza mano."
La poesia di Molinaroli si appropria del luogo comune e lo rovescia, mostrandone
l'inconsistenza:
"La pazienza non è una virtù / prendiamoci ciò
che ci spetta / prima che l'ingestibile disordine deragli / sulle palpebre
anoressiche di chi è avanguardia di sé / di chi cade e finge
di volare." Sono versi che esortano all'azione, invitano a incarnare
la parola stessa, che dalla pesantezza del vuoto cerca di spiccare il
volo, liberandosi dalla zavorra d'ogni buonismo e pietismo, perché
"Senza la tenacia / dei cani da caccia / non si riaprono partite
già chiuse".
E tra versi violenti di denuncia trova spazio anche la disperata malinconia
di un amore che dissolve facendoti capire che "soffrire è
uno sport / senza vittoria / se lei svanisce in una piega del mondo /
dicendo solo ciao".
prefazione a Cani al guinzaglio nel ventre della balena, Fara,
Santarcangelo di Romagna 2008

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