Battesimo




Fui iniziato all’arte nell’illusione

di portare un po’ di luce a me

medesimo ed al mondo; mi sbagliavo.

Non so di preciso cosa ho sbagliato:

se certe letture o quell’erudizione

che ricercavo in biblioteche e scuole

tralasciando l’intensità che duole

ad ogni passo sulla riva impura.

Ma il “duri finchè dura la costanza”

è già finita, consunta quella rabbia

aristocratica che mi portavo sulla

schiena, come un masso, quella teatrale

messa in scena che è la vita e non è

la vena, né la poesia: un antipasto

liceale, forse, probabilmente

qualche subretaggio professorale.

Ma in questo dopo dopo dopo guerra,

dove la terra è fragile ed i piedi

esausti, a prima mattina serra

la voce un diniego soffuso sotto

pelle, nella carne ardente. E come

vedi non scrivo più poesie d’amore,

né rubo rose alle coltivazioni

industriali per donarmi in qualche modo

un breve lapsus accidentale.

Si va, anzi, si va nell’acqua sporca,

si continua la ricerca nell’epoca

delle fermezze, delle decisioni

inesorabili, mentre inesorabile

per noi è solo il mattino, è questo

scarno tentativo che nel sangue

cerca di salire alle arterie, al cuore.

Ma è una aspettativa schizofrenica

che in fondo il fondo di rinuncia sfiora

spesso, quando a sera per esempio guarda

il popolo rientrare dalle feste

al mare, dagli chalet che si riempiono

di luci e battiti animali: che si vive

giovani per già dimenticare qualche

cosa di non visto, non vissuto.

Eppure il trauma ce lo troviamo impresso

dentro, come un marchio a fuoco, come

un battesimo insaputo che soltanto

a tarda notte conosciamo.





La carne





Mah... non so cosa mi muova a quest'ora lungo queste dissestate strade;
le quattro di mattina la bonifica si illumina di una luce spettrale
e una livida esigenza di carne si ramifica come un mattinale
orgasmo; in fila come ad un mercato di pesce stanno corpi di ragazze;
fanno cenno di accostare, sorridono, i denti gialli e il trucco in viso viola
slabbrato come da un sudore acido, mortale.


(...)


ah, la polvere che alzata sopra il corpo marroncino posa
del ragazzo dai due sessi una fuliggine pare che quasi annulla questo mare
di carne brulla dentro il quale entrambi andiamo; così giro, a una seconda
rotonda, facendo come per tornare a casa dopo un vano viaggiare,
con l'alba che minaccia una presenza che no, nessuno sarebbe ora capace
di accettare con serenità; la strada è un mattatoio di macellate speranze
che la pioggia lava con una lucidità che no, non mente, oh... perdono,
paese mio che ti percorro come un indifferente malato, come se non
ventidue anni ma secoli, millenni di vite fallite trafiggessero un cammino
ormai casuale, paese, paese mio che finalmente vedo come un amico
aprirti in terminale confidenza, come sei potuto cadere in questo pantano
di stracci di merda e di sangue mestruale sui bordi gettati di questo pallido
litorale adriatico, come hai potuto? Sì, ricordo le domenicali gite
su queste contrade come si ricorda un cadavere all'improvviso dissepolto;
madre, madre, tu eri una giovane e bella comunista... si andava al mare
col papà e gli amici a parlare del partito, della Russia, e quell'odore, sai,
di pizza rossa che prendevi all'alimentari all'angolo fra il lungomare e il porto
no, quel sapore non lo dimenticherò mai... Ma ora la Russia non c'è più;
il muro si è aperto come il ventre di un morto sprofondato nel mare
le cui viscere maciullate già dai vermi si inalberano come meduse tra le acque
dell'occidente attonito; mio nonno, il fascista buono, neppure lui c'è più!

(...)




da Battesimo, Lietocolle 2005