MACCHINA
[A mia madre]
Mantiene il carrello
lungo la pazzia,
segue piano il binario, chissà
cosa succede nel cuore della notte,
(il carrello lungo la pazzia
mi tiene in alto).
Capitano, i casi, all'orologio
minimo.
Bisogna starci attenti.
Utile non avere troppe nozioni d'arte,
(medici vanno e vengono, fanno le cose a sfregio,
mentre il braccio mi sgocciola).
Dicono: "In questa
stanza ci sono troppi odori."
Io non avverto nulla da questa mia distanza,
solo onde all'orecchio, rumori,
dolori la cui origine
era la macchina.
Vibrazioni sbagliate
prodotte
a notte da note dolorose.
La macchina rotta.
Tanto vale farne senza,
preferisco non averla,
me la rompono apposta.
C'è chi vi siede e lavora
per impedire che lavori chi l'aveva.
Chi l'aveva si dibatte e si dispera.
Non vuole cucire la biancheria.
Ho pianto la vita. Adesso
rido.
Appunto per questo, per la macchina,
(vedo come lo sfregio continua
ignoto sulla stoffa).
Stavo come un Lucifero,
il mio bel nome
dissipato dal dubbio
di una lurida insinuazione.
È stata tolta.
Mi sento rinascere.
Se scompare piango,
se riappare
divento uno straccio, a casa mia mendica,
una mendica in casa propria,
la sorte decisa d'un tratto,
presa nell'ingranaggio, così.
Sorse un rumore che
mi dava fastidio,
un fastidio arrecato da qualcuno
che si era preso la briga
di far saltare le molle.
Di notte non procedeva.
Volevo vedere fino a che punto
riusciva a realizzarsi nel suo fondo,
mostrarlo a chi l'aveva messa in palio
con l'essere vivente, che tutti i giorni
(con essa) funziona.
Stiamo parlando della macchina,
una macchina nera
che non posso più usare - giacché manca
dei ferri. I ferri che servono a se stessi.
E ditemi: se questo qualcuno
se n'è servito, a chi ha ceduto i congegni
che aiutano a usare la macchina?
Li ha ceduti a qualcuno
senza macchina,
che furoreggia senza controllo,
che ritiene, senza diritto, il mio carrello
escandescente, mentre pretende da me
il martello, il meccanismo a molle, tutto
l'occorrente per potersi sollevare? Non interessa
il mio necessitare di una matita, di una penna?
Mi tengono chiusa in
questa stanza
insieme a un nero ordigno
che sfrutta le mie risorse.
Non sa usarlo, la ragazza,
e l'ha trasferito altrove, l'attrezzo.
Una piccola macchina
per cucire
che diverge i suoi pensieri.
Ci sta attenta e riuscirà ad usarla,
mentre io smarrisco la via
oltre l'imbastitura.
Non riuscivo più
a infilare l'ago,
a girare la manovella,
a sentirmi umiliata, annientata, "Povera me!",
dicevo "Sentirmi uno zero
dinanzi a quei lavori irrilevanti
che l'altra saprà a fare, e io non più.
No, non ci vedo. No."
Ma so parlare, esprimere
desideri:
prendo l'ago, lo metto alla finestra,
lo faccio agire.
Lo faccio ingoiare
a chi non sa leggere
i miei pensieri,
a chi marcia o fa l'orlo.
La mia macchina funziona
con tutte le bellezze dell'inverno,
quelle che hanno perfezionato il mio udito.
Conosco le bellezze dell'inverno,
e credo siano quelle
che esaltano l'ordito.
Vadano tutti via da
casa mia.
Non voglio in giro macchine da scrivere.
Vengono qui a fare i poeti!
(Questo fastidioso martellare
fa pensare alla mia finestra rotta.
Penso sia utile alla dissipazione della casa.
Sono iniziati i lavori dappertutto.
Non c'è silenzio, intorno. Non c'è pace.
Martellate, randellate. Sempre.)
Da Macchina, di Erminia Passannanti. Copyright © Piero Manni
s.r.l. 2000
| Nota dell'autrice:
Questa poesia
è dedicata a mia madre, come del resto l'intera raccolta
Macchina, composta nel 1993, ma pubblicata nel 2000 da Manni
Editore nella collana La Scrittura e la Storia.
Macchina contiene
il poemetto In Iugoslavia con i piedi a terra, in cui ho
effettuato una combinazione tematica e stilistica basata sia sul
desiderio e sull'immaginazione, sia sulla memoria.
Il testo sincentra
sul tre elementi principali: il soggetto degente, la macchina e
il rumore.
Il "rumore"assordante
diventa l'elemento dominante, che condiziona la parola poetica.
Questo leggero e incessante rumore di fondo, che man mano cresce
a dismisura invadendo lo spazio, mette in evidenza i fattori tecnologico-materialistici
della macchina, ai quali i sensi non possono più opporre
resistenza.
Si tratta di un
rumore percepito come fastidio, un fastidio determinato non tanto
dalla mancanza di consapevolezza del luogo e del tempo, quanto piuttosto
dalla pena legata alla loro lampante inesorabilità.
Come un martello,
il frastuono di fondo fa collassare lequilibrio che sostiene
il soggetto, il quale non riesce a conformarsi al ritmo scandito
da questa realtà fagocitante. La voce narrante si dice impedita
dalle cose che procedono esternamente, dalla valanga delle necessità
effimere da soddisfare e dalla difficoltà di comunicare il
proprio disadattamento e isolamento fobico.
|
La macchina-ricordi
Canonizzate così
la smemorata
ragione con dati che conficcano
aghi e pinzette nelle forme
dei miei obliati automatismi.
Che attività
mnemonica è questo passare
da un lessico a un altro
il buio tradotto che da un congegno interno
la mia vicenda largamente esposta trasferisce
a luminari intenti alla codifica?
Perpetuamente immemore,
trasportata
per successivo allestimento
del materiale necessario
allanalisi del trauma operante
nellarchivio dellumanista
elettronico, che sogno.
Organizzate il tangibile testuale
nella parte bassa del mio corpo
per il riscatto delle informazioni ricercate.
Concordanze, indici,
frequenze
superano il livello del riconoscimento
per stringhe nere e dati di carattere,
consentendo accuse di varia natura
nella fosca barbarie della macchina.
di mia madre
non chiedermi perché
l'insondabile occhio che mi guarda
equivalga al catino in cui
mi specchio pettinandomi
all'alba quando
m'immergo nel discorso inconcludente
di mia madre
ho trascritto le sue labbra
e rievocato la voce della significanza
come un occhio che fissa o un dito puntato
d' un dio d'un gendarme
sebbene stia qui tra
un ruscelletto verde
e due sassi angelici
e per quanto fraintesa
pure mi delizia il ricordo di quelle quattro o cinque strofe
ch'io ebbi a ponderare
come loro unica giudice
e dal catino si rovesciano
le acque
della bellezza putride
e un uomo con voce baritonale canta
ma senza strazio e senza colpa storica
una nenia insaziata
un grido senza fede
e senza speranza
ma volendo molto amare e grandemente
giustificare la propria esistenza
pagando non più di tre centesimi al mese
ma, dov'e' mia madre?
mi sembrava d'averla lasciata seduta quieta in giardino
nella sua vestaglietta da casa a fiori azzurra
che tardamente difendeva le sue tasche
e con fiera risolutezza d'orfana
spezzava le coerenze altrui
ma senza disappunto
ah, eccola laggiù
dove credevo fosse.
malgrado la morte malgrado il silenzio
imposto dalla condizione marmorea
vedi come alza verso di me lo sguardo celeste
del volto lacerato
sorride, stringe a cuore le labbra
come a baciare l'aria.
© Emilia Passannanti 2001
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