VAGONI
Trenate di persone deportate
dal lavoro. Scuotono appena quel po'
di testa che rimane loro.
Sono scimmie addomesticate
siamo scimmie programmate che guardano
e non vedono cosa scorre nei finestrini
dello scomparto.
Passa ci passa quello che non abbiamo trattenuto
nei sogni, l'evento apparente frainteso reale
non male davvero se l'emozione di questa frenata
d'emergenza non preludesse il disastro di qualche
coscienza intrappolata fra le carrozze sozze;
il colpo di tosse che riecheggia è il malumore
del poteva andarci peggio, passeggeri-bestiame
deprivati del senso di indegna compresenza.
Tutti in attesa della fermata che ipnotizza la giornata.
Tutti col pretesto di rientrare a casa presto.
Ognuno autoinganno meccanismo micidiale
del sonno profondo del dopocena che non riassume
la mera stanchezza, è rassegnazione psicocamuffata,
ovviamente. Per una decente continuazione della finzione
serve un inconscio accondiscendente, pronto a riprendere il vagone,
per coercizione.
La chiamata giusta forse per qualcuno c'è stata,
per altri nemmeno. Mi verrebbe da dire il fumo nero
del treno, la fuligginosa atmosfera di stazione.
© Fabio Ciofi
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