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FRA I CONFINI
DEA VITA Un zhigo 'l vent,
ieri nòt, e 'l scuro scuriàr de frasche E i nidi, pensée:
se ghin 'é, chi 'o che metarà Co' i stessi làvari
che ò basà 'a front Piove fòjie
rosse 'dess, tii nizhiòi futignadhi, E 'dèss so,
co' a pì maedéta dee sicurezhe Mi son qua, co'na
man strenta No' so co quaea dee dó èpie possù scriver 'ste paròe.
FRA I CONFINI DELLA VITA Questi strani giorni d'autunno, ora così caldi / e limpidi, ora così coperti e umidi, così nebbiosi. //Un urlo il vento, ieri notte, e il buio frustare di fronde / contro le finestre appannate dell'ospedale. // E i nidi, pensavo: se ce ne sono chi appronterà / un telone sotto gli alberi? E poi il primo notare / che il giallo dei toupinambùr esploso lungo le sponde / del Livenza rima con quello delle foglie dei pioppi / che costeggiano i suoi argini. Questi strani giorni / d'autunno e i fogli del calendario che mi cadono / inzuppati dalle mani dicendo di un arrivo / e di un'altrettanto imminente partenza. / Con le stesse labbra con cui ho baciato la fronte / emaciata di mio padre ora ausculto questi / quasi impercettibili sussulti, questi cari calcetti / appoggiandole sul ventre teso di mia moglie. // Piovono foglie rosse ora, sulle lenzuola stropicciate, / lungo i candidi corridoi istoriati dal dolore. // Adesso so, con la più assoluta e crudele delle certezze / che colui a cui devo la mia vita e colui / a cui io la darò non riusciranno ad incontrarsi. / So che mio padre, nonostante tutto il suo bene, / non mi permetterà di gioire appieno per la nascita / di mio figlio e so che la nascita di mio figlio / non mi permetterà di piangere mio padre come merita. // Io sono qui, con una mano stretta / a cercare di trattenere e l'altra / aperta nel gesto di accogliere, di cullare. // Non so con quale delle due sia riuscito a scrivere queste parole.
'A ièna del
ricordo no'a se à niancóra I ruma e i sbrana
e i tironéa chii musi de viéro.
Perdóneme 'e mé manie, 'e mancanze, Raga via 'sta radìse
cussì ciusa, 'sto folp dame indrìo 'e mé paròe.
La iena del ricordo
ancora non è / sazia padre, e i bianchi avvoltoi volati / fuori
dal tuo volto banchettano saltellanti / fra le mie nude dita debitrici
di carezze. // Frugano e sbranano e tirano quelle fauci, / quei becchi,
quegli artigli. Nel mio silenzio / feroce lo strazio delle carni non placa
/ il rimorso che ora offre alle fiere il suo cuore / di vetro. Perdonami
le manie, le omissioni, / perdona anche questa specie di poesia, se puoi.
/ Trova un luogo buio in cui ritirarti, lontano da me, / dai miei verdi
sogni. Stacca da te i miei pensieri. // Recidi questa radice così
tenace, questo polpo / avvinghiato alla tua lapide. Sei morto, tu, ormai.
/ Lascia che continui da solo, col mio chiaro amore, / le mie amarezze.
Richiama le tue belve, padre // rendimi le mie parole. 'Dess ghe sen mì
e tì, Pare. Me piasaràe
savér a qual de chii quatro 'Dèss, che,
par desgrazhia, i me dubi Te slonghe 'n'antro
mèdho panìn Se té te ricordarà
dee mumie de Venzone,
Chissà quante altre persone, altre storie / si saranno sedute in questa panchina: / innamorate, disperate, serene o solitarie. // Ora ci siamo io e te, padre. / Tu guardi il lago, placido, / io, increspato, guardo te. // Vorrei capire a quale, suddetta / categoria noi apparteniamo. / Vorrei capire a cosa / pensi, tu, di fronte a quest'acqua immobile. // Ora che, purtroppo, i miei dubbi / hanno avuto il loro triste responso, ora / che spio (come fosse quasi la prima volta) / il tuo sguardo buono e onesto propagarsi / fra i salici riflessi, addentrarsi e perdersi, forse, / nel volo a pelo d'acqua di un'anitra selvatica. // Ti passo un altro mezzo panino / con la mortadella, padre mio e intanto / mi chiedo se domani ti ricorderai / ancora di questa nostra breve gita / lungo i luoghi che girasti, allora, / per il tuo lavoro, che rigiri, ancora, incessanti, nel tuo ricordo. // Se ti ricorderai delle mummie di Venzone, / mentre io non mi ricordo già più / il nome specifico di quella muffa che ne bloccò / il processo di decomposizione, quel nome / che vorrei mettere a titolo, a speranza / per questi appunti che vergo un mese dopo / il tuo test per l'alzheimer, un mese / dopo quella sentenza che ha allagato / di buio il mio cuore. Che ha fatto / tremare, crollare le mie mura di parole, / qui, fra queste zone colpite dal terremoto.
Te 'vea senpre calche
sgrafét co' vignée
a trovarte casa 'a sera, e me mare sentadha
sul divano *** Dee volte, invezhe,
te jèra *** "I me para via,
prima o dopo *** Te fee far un giro
pa'l paese. Te fee ciacoeàr,
pì che altro; *** No' so se te ghe
caschéa, se Te saeudhéa
me mare ciamàndoea Paréa che
te tornésse a casa dopo
IL GIRO DEL PAESE Avevi sempre qualche piccolo graffio / sotto il naso; non so se la lametta / strausata, un tremolio, o la / stanchezza che ti impediva di essere ancora ambizioso, quello / con la camicia bianca, la cravatta, / quello sempre impeccabile, intendo; // quando venivo a trovarti a casa, la sera, ti trovavo lì, stravaccato sulla sedia, mezzo / addormentato, con la testa ciondoloni, / i capelli scompigliati, un cardigan bordeaux / largo e sformato sopra la maglia di lana, / i pantaloni chiazzati; la televisione accesa // e mia madre seduta sul divano / che pregava, che piangeva. *** Alcune volte, invece, eri come in preda al panico. "portami via / - mi dicevi fissandomi dritto / negli occhi - non capisci che / non posso più rimanere qui, in casa / d'altri, con quella vecchia lì / che continua a spiarmi, / che continua a graffiarmi via / i pensieri dalla fronte" così / mi dicevi, sparlando, con disprezzo, / di tua moglie, delle sue carezze. *** "Mi cacceranno via, prima o poi / mi cacceranno via, vedrai. / Non capisco perché mi abbiate / condotto qui, in questa casa buia" / e intanto ti infilavi la giacca, / intanto ti dirigevi verso la porta / "portami a casa mia, riportami dove ero, prima" e intanto / uscivi, fuggivi. *** Ti facevo fare un giretto per il paese. / Ti indicavo dove aveva abitato / Lino, la Caterina, il luogo dove una volta c'era / l'officina dei Moretti, la stalla / di Beppo lo strambo, l'osteria vecchia. // Ti facevo chiacchierare, perlopiù; ti distoglievo dall'ossessione mentre svoltavo / con l'auto verso casa tua. *** / Non so se la bevevi, se / qualche indizio sfiorava la tua memoria; ti lasciavi / convincere, comunque; tranquillizzato, sottobraccio, / rientravi. / Salutavi mia madre chiamandola / per nome, gettandogli le braccia al collo. // Sembravi di ritorno a casa dopo / un viaggio durato secoli; da un'odissea.
Ancora lo vede smontàr
zo dal forgón, Lo vede netàrse
i làvari col fazhoét El 'vea i so bar
preferidhi, e no' crede Èco, lo vede
netarse i làvari, e po' tornàr
drento àa rédhe
Ancora lo vedo scendere dal furgone, / passarsi col pettine e la mano i capelli all'indietro, / verso ciò che non è stato, entrare, / salutando e ordinare al banco l'ennesimo / cappuccino. Gli piacevano soprattutto per la schiuma, / mi disse durante la malattia, per la schiuma / soffice che il cucchiaino raccoglie intorno ai bordi della tazzina, / quel sapore di latte venato dal caffè. // Lo vedo tamponarsi le labbra col fazzoletto / a quadretti, quello ripiegato un po' alla carlona / sotto le pinces, quello più andante diciamo / - aveva il vezzo di volerne anche uno, bianco, immacolato, / da tenere nel taschino della giacca nell'evenienza, / galante, di poterlo allungare verso chi, / colto in un momento di bisogno, ne fosse stato sprovvisto. // Aveva i suoi bar preferiti, e non credo / fossero quelli dove il latte, il caffè / o la schiuma erano più buoni; gli piacevano / quelli un po' spersi, nella Carnia, quelli / con i soliti due-tre avventori / con cui aveva familiarizzato ormai, nel corso / degli anni, dei passaggi; o quelli gestiti da donne pettorute / e un po' volgari, quelle / energiche e sempre col broncio posticcio, sbrigative. // Ecco, lo vedo tamponarsi le labbra, / salutare cortesemente, accendersi / la sigaretta e tirare la prima boccata / a mischiarsi col gusto della schiuma / zuccherosa raschiata nel fondo / della tazzina, guardare il cielo // e poi rientrare fra le maglie dei suoi pensieri / con la stessa gentilezza, con la stessa naturalezza / con cui varcava la soglia di quei bar.
UN SCHERZO Co' tì, tì
fémena, tì mare, e te 'o fa su 'sto
grun, ('e man un nido,
un zhestèl "ciapa papà, magna" co 'l riva e tel me (de atór)
stupido stupór,
Quando tu, tu moglie,
tu madre, / per estrarne succosi spicchi / con il coltello che in bravura
segue il / contorno, a spogliare / l'arancia della buccia // e poi lo
ricomponi, / questo palloncino posticcio, / e parlandogli in un orecchio
/ lo mandi a me // (le manine un nido, un cestino / caldo, in ogni passo
l'attenzione / di un cameriere in prova) // "prendi papà,
mangia" quando giunge // e nel mio (teatrale) stupore da tonto, /
nel mio gioco starci, / muta la lingua mi mordo...
lu 'l fuma, e 'l cèo 'l parla. I vièn 'vanti,
sì, ma verso chi? No' inporta inporta che 'l bòcia,
passando Quel che só
Pare 'l ghe 'à rispost parché no'
inporta che só Pare, inporta che'l putèl,
che mì, che lu inporta che calcùn
se sie incòrt de lori
Un padre e suo figlio
vanno a passeggio // lui fuma, e il piccolo parla. / Vengono avanti, sì,
ma verso chi? / Incontro a colui che ne scrive / ora, o colui che ne scrive
/ è quel padre, o quel figlio, allora, con suo padre? // Non importa
// importante è che il bimbo, passando / guardi verso il cielo
e gli chieda: / "papà, ma le nuvole cosa mangiano?" //
Ciò che suo padre poi gli abbia risposto / io non lo so, e anche
lo sapessi non lo spiffererei // perché non è così
importante sapere che quel padre, / che io, che mio padre faccia un viso
serio / e gli risponda con il nulla della verità, o che stando
/ al gioco gli dica che si cibano / di uccellini, le nuvole, o del fumo
dei comignoli, / oppure dei palloncini che fuggono / di mano ai bambini,
delle nostre parole // importante è che quel bimbo, che io, che
egli / abbia dato bisogni umani alle cose, / che gli abbia conferito un'anima,
preoccupandosi / della loro fame, della loro sete, dei loro sogni // importa,
soprattutto, che qualcuno si sia accorto di loro / e non li abbia lasciati
svanire / così, come se non fossero mai esistiti. Co'na cufiéta
parón scoltén L'é cussì
òni volta che te porte Cussì, òni
volta che cioén Cussì, tuti
dó 'ven un fil Co'na cufiéta
parón sintìn,
CON UN AURICOLARE, CON L'ALTRO ORECCHIO Con un auricolare
ciascuno ascoltiamo / delle canzoni di Zucchero... // È così
ogni volta che ti riporto / a casa, da tua madre; io l'autoradio / non
l'ho mai avuto, come sai, / e allora tu ti porti dietro quel / tuo rotondo
lettore CD portatile, quando / vieni a passare il week-end da me... //
Così, ogni volta che saliamo / in auto, mi passi / l'auricolare
affinché me lo metta / nell'orecchio destro, tu ti metti / l'altro
nel tuo sinistro, / e fai andare le canzoni... // Così, entrambi
abbiamo un filo / che ci pende, lungo la guancia, un filo / che ci lega
a qualche accordo musicale / e ad alcune parole; così, / ad entrambi
rimane un orecchio / scoperto; e so che è più quello / a
congiungerci, il silenzio che continua / a ronzare dentro ad esso... //
Con un auricolare ciascuno udiamo, / con l'altro orecchio, uno squarcio
che ci lacera le carni, lungo e profondo / più di un decennio,
ormai...
da Pare, edizioni Helvetia, 2006 |