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Podharàe tàser
E mì tase,
puro se 'a corsa Che te sie tì
'l mé lanpadario ?
Ti scruto mentre
guardi in su, / dove vive il sogno, / la speranza. E il viso spende /
la sua danza in un'anelito / di emozioni o, forse, di pace. // Ed io taccio,
anche se l'ariete delle parole spinge sui portoni, / negli spigoli bui
della voce, come una falena contro la boccia del lampadario / in una casa
abbandonata all'improvviso. // Che sia tu il mio lampadario? / Che io
sia la falena che tenta / di entrare in quella luce irresistibile / e
che sbatte, da sempre, contro la durezza / di un vetro, di una verità?
/ Non so nulla della verità, qualsiasi sia, / ma so, con certezza,
che continuerò ancora a guardarti, / e se la luce dei tuoi occhi
virasse / da queste parti, e qui sostasse, / per un attimo, / mi spunterebbero
le ali, intanto ... / E un canto
E se sé trova
za in là, Se sen noàntri
a ciamàr
Può succedere,
una sera qualunque, / mentre portiamo a spasso / i nervi, trascinando
ricordi, / o ridacchiando per un'inezia, / sgusciata chissà come
sotto i denti, / che nel buio di una casa, in fondo / ad una cancellata,
o oltre la ringhiera / di una balaustra, lassù, / un telefono squilli
una, due, tre, / quattro volte ... Poi un camion / che frena bruscamente,
per svoltare nella via / rammentata appena in tempo; / o la distrazione
di un pensiero / giunto inatteso a rosicchiare / il respiro, o ad accarezzarlo
... // E ci si trova già in là, / troppo per sapere se è
stato poi sollevato / quel ricevitore, se qualcuno continua / a cercare
qualcuno e non lo trova. // Se siamo noi a chiamare / o siamo quelli che
non rispondono, / una sera. O per sempre E scrive, e no' pòsse
pì scriver Epùra mì
sinte i sgranfi
Sono rimasto lì, assorto, sopra l'argine, / a guardare l'acqua, le rive che si incupivano / sempre più, e il tramonto / ombreggiava i miei pensieri. // E scrivo, e non posso più scrivere / della polenta, della pellagra, / dei grappoli sgraffignati con la fame più / fonda, del freddo che soffia / fra le connessure della baracca, padre / di tutto il tutto che mi hai raccontato, / di tutto il niente che ci è rimasto, / di ciò che abbiamo sgraffignato con la brama / dell'ingordigia, dell'insoddisfazione, / anche se siamo riusciti a mangiarci la fame. // Eppure io sento i crampi / di una fame diversa, della vita / al tuo tempo, tormentata dalle tribolazioni, / certo, ma più vera forse, così, / vissuta in comunità, di quel chiamarsi, / cercarsi, ascoltarsi, di quei filò / che non sappiamo più inventare, e tu intanto sei vecchio, ed io, / anch'io sono vecchio padre, perché / sono rimasto avvinto al tuo mondo, / mondo schiaffeggiato, schiacciato / come questa lingua, più tua che mia, / e siamo già oltre / al duemila, Dio mio, prendiamoci / per mano padre, e proviamo / a tornare / un po' indietro, parlando forse / troveremo un sentiero, e se non lo trovassimo / sentiremo almeno meno freddo, / fuggiamo padre, più in là del domani / che ci è ormai alle calcagna, via, via, traverso i campi, / nell'erba alta, fino a quando il sole / si addormenta, / fino a quando la parole rimarranno sveglie.
El mar. L'amór. E 'a mare Còssa podaràeo
mai dirghe al mar Un che no l'é
mai stat bon de inparàr El pol sol 'ndar
da Lu, entrar caminando E star là.
Co'a testa fòra. Come che 'l mar deventésse
'na mare. Soto 'l sol, o 'e
stée
Cosa potrà
mai confidare al mare / un uomo che ha remato sempre in pianura, / che
ha scavato la terra. Servo dell'erba. // Uno che non è mai riuscito
a imparare / a nuotare, ad amare. Perché è difficile / restare
a galla anche negli occhi di una donna, / dentro le sue onde, le sue correnti.
// Può solo andar da Lui, entrare camminando / sino a che l'acqua
gli sfiori il mento. / Sentire la sabbia sotto i piedi come se fosse /
ancora la terra. Un'altra, più morbida. Più buona. // E
stare lì. Con la testa fuori. / Come un bambino, quando nasce.
// Come se il mare si facesse madre. / Fresca. Quieta. E già culla.
// Sotto il sole, o le stelle / che la incoronano. polpàci da
tiro sgrafàdhi dae erbe, e chel caìvo
de afa che 'l se levéa lontàn, 'lora,
el ièra 'ncora 'l tenpo mio restéa chel
mucio de scorzhe da portar restéa chel
canto de fémene, te l'inbrunìr
Valtri cantóni
vui cantàr incùo: Ve pense, cussì
discrèti tel tègner su Epùra - me
domande - par coss'che sie E me torna in ment
el zògo de chii tenpi: chel spigoeo de carne
dura che l'à
Oggi, voglio cantare voi, angoli / di quel vostro essere considerati così da poco / nei nostri discorsi, / come posti usati per nascondere, per accantonare / cianfrusaglie, silenzi e quelle cose / passate di moda, passate... // Vi penso, così discreti, nel sostenere / una casa, nel dare forma alle stanze: spigoli lunghi e diritti come una lama, / come una malinconia quando scivola dentro / l'anima. Eppure, nel guardarvi, / sembra quasi sia stata l'opera di un caso / o dello spirito santo a tirarvi su così perfetti / e non l'occhio e la maestria di muratori / abili di cazzuola e di ingegno. // Eppure - mi domando - quale sia / il motivo per cui disturbiamo la vostra quiete con questa sorta / di disprezzo di atti / e parole nella nostra storia. / Forse a causa di quelle chiazze di muffa, di quelle ragnatele / che fioriscono spesso in cima all'incrocio / delle vostre linee? / Per quel nido d'ombra densa che custodite? / O forse perché siete stati il luogo / dei castighi da sempre preferito dai maestri? / Per quelle vergogne scontate contro il vostro cuneo? // E mi torna in mente il gioco di quei tempi: / i passi svelti che risuonano lungo il corridoio / della scuola, i compagni che ridono addossati alle vostre rientranze, ed io, che non so / dove mettere l'angolo rimastomi in mano, il quinto // quello spigolo di carne dura che ha sempre trafitto i miei pensieri / come una croce. Come qualcosa di sacro.
El pastor zhòt. Cussì ghe
'vessi mess nome Parché paréa
cussì fazhie, 'lora: Come chea volta:
mé fradheét, E lu, che paréa
che 'l se 'vesse "tàcheteo
co'a còea. Pin
Il pastore storpio. // Così la chiamavamo / quella statuina di gesso che, / cadutami dalle mani, un giorno, / rimase per sempre priva di una gamba. / Affinché stesse ritta, con il suo / agnellino sulle spalle, le inserivamo / tre sassi piatti sotto il moncone. / Poi, dopo l'epifania, quando smantellavamo / quel piccolo presepio, veniva riposta / nella scatola da scarpe insieme ai suoi sassolini. // Perché sembrava possibile tutto, allora: / aiutarlo persino a sostenersi, / il mondo, aggiustarlo, / se si rompeva; compiere miracoli. // Come quel giorno, mio fratellino, / quel suo Big Gym. Che figura per i miei genitori! / Mia madre a redarguirlo perché, / appena regalato, quel bambolotto, era già / buttato in un cantone, tutto a pezzi; un braccino / che non c'era più verso di scovare. // E lui, che sembrava si fosse / messo in castigo da solo, accucciato / in silenzio nel cortile. Poi, tutto a un tratto, quel correre / in casa trafelato, aprire / un cassetto e con più foga ancora / uscire con un oggetto nascosto / sotto la maglietta; fermare / Giovanni, il povero mutilato di guerra e allungare / quel braccino di plastica introvabile / verso la manica vuota che gli penzolava, / floscia, fermata sulla spalla / con una spilla da balia // "incollatelo lì. Pian / piano si allungherà".
Chea strabenedhéta
bona vòjia là, a pontàr
el cel pièn de stée Pa' i nevodhéti, lo so, capìsse... ma tì no'
te capìsse che no'é pì tenpi varda! che saràe
da inpinìr el mus.cio Vàrdene, Mare:
sen qua, mì e tì, tì co'e tó però, 'scólteme,
Mare: 'ndarò in zherca continuarò
a'ndar in zherca de paròe
Presepe. Dialetto Quell'irrinunciabile desiderio / che ti prende di allestire il presepe, / ogni anno, e ogni anno più ampio, / più ricco; la cura, minuziosa, in ogni suo dettaglio, / la passione. Lì, accucciata / sui calcagni in un angolo della sala, / tu, così malandata che, lo / capisco, sai? quanto ti dolgano / le ginocchia, poi, mentre ti risollevi... // lì, a fermare il cielo stellato / con le puntine da disegno, nel muro, a sistemare / tutte le pecore nel muschio... e il fuoco, / poi, con le luci intermittenti sotto / un batuffolo di carta delle arance... le cortecce / grinzose del rovere per il tetto, le stradine di ghiaino, / il pozzo, l'acqua che scorre in un letto / di stagnola, e lui, il Gesù bambino, / con le braccine aperte, fra la paglia / e un nido di bastoncini incrociati... // per i nipotini, lo so, capisco... // ma tu non capisci che non è più tempo / che non c'è più sacralità, che io non ho più tempo per andare / a raccogliere il muschio che ti serve, / che non so neppure dove andare a cercarlo, poi!... / e che non ci credono più, i bambini: è più / il disastro che combinano... che poi / sbuffi, a riattaccare con il nastro adesivo / la carta che strappano per toccare le stelle / con le dita, a togliere dal muschio / i sassolini delle stradine sparpagliate, / a mettere in piedi statuine ribaltate... / che mi verrebbe quasi voglia di dirti / basta, mamma, lasciala perdere questa poesia, / sacra; e guarda i nostri paesi, piuttosto // guardali! che sarebbe da riempire tutto il muschio / (muschio che quest'anno ho persino visto / fra gli scaffali dell'Ipercoop; che era / in vendita, capisci? vendono anche quello / ormai! che sarebbe da disseminarlo, / quel muschio, di scatole di scarpe / e di quelle delle tue medicine, delle mie sigarette, / così, a figurare questi distretti di capannoni industriali, di Centri / Commerciali, che sono, ormai, il reale paesaggio / che i tuoi nipotini vivono, conoscono... il tubo della carta / igienica per mimare ciminiere... i Re Magi / farli arrivare su di una di quelle macchinine di mio figlio: / al modellino di un fuoristrada, di una Bmw, / di una Mercedes, altro che cammelli... / che Gesù bambino non appare in tivù, / non va ai reality, ai talk-show, e quindi non esiste, / capisci? non è un vip, non è più nessuno... // Guardaci, mamma: siamo qui, io e te, tu con le tue / statuine, il muschio, io con le mie povere parole, / con il dialetto; guardaci: cerchiamo, strenuamente, di trattenere / a noi un mondo che si allontana a una velocità / impressionante, avvolgendolo di valori, di sentimenti, / popolandolo di erba e pastori, di storie / che odorano di fieno, di muffa. Siamo proprio ridicoli! // però, ascoltami, mamma: andrò a raccogliere / il tuo muschio anche il prossimo anno, te lo prometto // continuerò a raccogliere parole / vecchie, ogni giorno, per la mia poesia, per il presepe / e per i nipotini che arriveranno anche a me...
Parché ière
'ndat a mus.cio Daa bròsa
dei fossi son passà E tì, zo pa'e
scae co'a bozhéta Parché, da
chea volta, co' vede mèdho fat
su, e desmentegà, par mesi colme de 'na aqua de plastica, ferma, dura.
Perché ero andato a cogliere muschio / anche quella volta, ricordi? // Dalla brina dei fossi passai / al gelo di una casa con una stufa / spenta. Tu costretta a letto, di sopra, per una delle / tue consuete crisi / depressive. Chiamarti, allora / perché i bambini non ci si / devono neppure avvicinare al fuoco. // E tu, lungo le scale con la boccetta / dell'alcool... e noi a togliere / il muschio dal sacchetto, ad approntare il tappeto... / e tu già una vampa viva che correva / per la sala, che urlava aiuto... // Perché, da allora, quando rivedo / il muschio mi sembra un'erba che arde, / e ritornano quelle fiamme, / ritorna l'orrore. Ritorna un presepe // appena abbozzato, e dimenticato, per mesi / sopra la credenza; un'assenza / che ancora perdura, che, da allora, / mi ha fatto prendere le sembianze di quella statuina, / (quella che pare quasi un sollevatore di pesi), / con le braccia alte a sostenere il bastone, gli orci ai lati // colmi di un'acqua immobile, di plastica, dura.
* Nel dicembre del 1974, mia madre, in un terribile incidente domestico riportò gravissime ustioni in oltre il 65 % del corpo. Solo quando ritornò a casa (e noi con lei dopo l'inevitabile posteggio dalle suore), nove mesi dopo, quell'abbozzo di presepe (il muschio come fieno secco, ormai) fu, da noi giovanissimi figli, smantellato.
da Mus.cio e Roe, Le voci della luna, 2007-05-19 |