(walled garden)

La cinta di mattoni trattiene i venti fuori dal giardino. Le lastre irregolari di pietra calcarea segnano il percorso tra le aiuole, si diramano tra le siepi squadrate fino al bacino dell'acqua, protetto da una cancellata nera. Le ninfee fioriscono per una brevissima stagione estiva. Dopo non restano che le foglie piene, ovali: piattaforme galleggianti tra le piante acquatiche. L'aiuola più grande è per le rose. Il loro odore persistente assomiglia all'effluvio di una pelle amata. Le rose sono assieme mortalità e bellezza, terra varcata di confine. A nord della città, nel cimitero vittoriano di Highgate, la vegetazione viene lasciata incolta, in continua crescita selvaggia. Nelle mattine di novembre con la foschia e la pioggia leggera, scende un'atmosfera gotica, di sospensione tra i mondi. Gli angeli di pietra siedono imperscrutabili fissando il suolo, oppure sollevano il dito ad indicare la nuvolaglia. Le tombe semi-sprofondate, verdastre per l'umido della terra ricca di ferro e potassio; le bacche rosse, sporgenti ad offuscare i nomi; il mausoleo egizio, atemporale, dove Dickens avrebbe voluto sigillare il suo sonno insieme a quello della figlioletta prematuramente morta. Le lapidi grigie dei poeti e degli artisti, mi richiamano alla mente un immenso roseto invernale, chiuso nelle spine. I fiori carnali delle fiabe. Spingono gialli e vermigli dal sottosuolo. Ne escono con il colore dei volti, delle labbra e delle guance arrossate, delle febbri, la luce liquida degli occhi - l'allungarsi aggrovigliato dei capelli. Corpi intatti dalle tombe. Pochi corvi oscillano goffamente sul selciato. Perlustrano distratti l'erba nei recinti, i resti di cibo, gli insetti, nella terra spaccata. Saltano sulle pietre rialzate, sul ramo più basso. Poi riprendono il volo.

 

 

 

(legno)

La signora di Brixton vende i suoi acquerelli sgargianti dipinti su cartoncini grezzi, incorniciati in un bordo argenteo di stagnola. Uscendo dalla metropolitana, la incontro seduta su ceste smesse di plastica per le merci. È una donna nera, ottuagenaria, i capelli nascosti in una pezzuola annodata sul davanti, come nelle isole al di là dell'Atlantico. Non è una barbona qualunque. È l'anima del quartiere. Tutti la rispettano, le fanno un cenno di saluto passando. Disegna uccelli e pesci dai tratti elementari, i corpi luminosi per la colla di brillantini. Stanno, privi di volume, nelle sfumature d'ocra e d'arancio. Sono gli animali del parco, catturati e impressi velocemente nell'occhio; una natura che riemerge, tra il supermercato Iceland, il fast-food, la calca dei cappotti e dei miasmi sulla porta automatica degli autobus. Strada, metallo, carburanti, vetro, spazzatura, cartone. Attraverso per un breve tratto il mercato, i banchi del pesce e della verdura, i vestiti caraibici stampati di ananas e fiorami, i negozi di accessori per capelli, una bottega cinese di medicina naturale. Svolto in Coldharbour Lane, la via stretta che procede verso sud-est, diretta ad una libreria dell'usato. Cerco un vecchio testo di poesia, su di un falco immobile nella pioggia e la terra capovolta nel suo sangue; un giaguaro ingabbiato; un branco quieto di cavalli in un mondo di ghiaccio; una volpe rapida dal buio del pensiero. È un negozio straripante immagini e nomi. Un cartello nella vetrina dice: "Hippies use side door", indicando una porta allucchettata, coperta di croste rosse di vernici scadenti. Entrando mi punge il solito odore di rinchiuso, della polvere di carte ingiallite, mischiate al legno, al tempo assorbito nella moquette. Le categorie sono scritte a pennarello su strisce bianche, attaccate sui listelli orizzontali delle scaffalature. Lo spazio è diviso in scomparti, corridoi labirintici di titoli e costine. Quest'odore mi riporta senza spiegazioni ad un'immagine di lume notturno, di lampada ad olio che getta ombre sulle pareti. Eccomi nella foresta dei libri. Gli anni si formano nelle date interne, nelle note in margine, come la traccia dei cerchi negli alberi. Il nuovo si adagia sull'antico, l'antico si gonfia di umidità e pagine sfogliate, arricciate sugli orli: foglie calpestate o raccolte - ripiene di vita acquorea e poi tornate alla piegatura del vento, ai grani del suolo. Un bosco tagliato nell'alfabeto, sfibrato nei segni, le ammaccature - le copertine come cortecce esplose.

 

 

 

 

BOSCO SOMMERSO

*

Le incandescenze scorrono tra i bulbi
sospendono in una mappa smossa
le reti stradali, le luminarie
sfiorite come un cancro sugli oblò.
Un codice pulsante di girini
appiccicati ai vetri, pari ai nervi.
Quando sono partita non sapevo
stillarmi a poco a poco in un passato
mi ci escoriavo intera, denudata.
Tornare è dissolvenza, emersione
- gli alveoli inturgiditi come bolle.

*

Chiusa fuori sbircio nella finestra
sollevata sopra i cortili interni.
La donna dei gatti ha le lenzuola
mischiate nelle foglie, nell'odore
di fish &chips, kebab, lo stridere
delle auto dal centro di Brixton.
Le assi sono state svuotate,
la coperta piegata nel cassetto.

Due anni - sola, i condomini
al piano terra ignoti, disfatti
sulla sporcizia azzurra, la moquette
di lettere sgranate, cartoline
il nome pakistano sotto il timbro.
Fuori dal cinema, la sera, lo skunk
sussurrato al portone, ripetuto
come un mantra tra i cartoni del fast-food.
Ripercorrendo la strada, salvavo
la bambina Ofelia dal coltello
- il fauno danzava nell'insegna
del vecchio pub di tavoli grezzi
il mercato dei fiori all'entrata.

Mi vedo parlare col crepuscolo
fluito sopra il vetro, senza tenda
esplorare le tasche di centesimi.
Le travelcards grigie e arancioni
fanno un mosaico sotto la lampada.
Il cucchiaino d'ocra appiccicato
nel tè polverizzato della tazza.

Leggevo un lungo poema sul fiume
con le gambe incrociate contro il muro
ricalcando le crepe nelle unghie.
Dalla stazione di Paddington dai treni
ad ovest - Reading, Bath, Bristol, Exeter
sulla pelle granitica del Dartmoor.
Tra i torrioni la parola "brughiera"
è un burrone di pioggia nelle tempie.
Fiume-freccia - verde di morti franti
l'odore inumidito del bestiame
le rocce dislocate fino al mare.
Aghi di sodio a sfare le correnti.

Di notte mi slacciavo la schiena -
le mani disambientate, gli alberi
spolmonati sulle scale, attorti.

*

Nero di buio e pece sopra il cielo.
Muso di tasso, una scia sbiancata
di polvere, stelle vaporizzate.
Sotto la membrana gli occhi brillano
ruotano via, chicchi di mercurio
stanno sporti, tramano l'oceano.

Dall'altra parte il tempo è spezzettato
nel giallo d'uovo di boschi interiori
rossa ondulazione delle vene -
l'estate indiana dei miei diciotto anni.
La casa accanto al lago in Pennsylvania.
Tra l'acqua s'increspava la foresta
dalla barca era silenzio e suono -
coda di castoro, colpo di remo.
I colori non li avevo mai visti
così spessi, versati sulle braccia.
Le dita quasi grumi di celeste
salivano per l'albero di mele -
l'aria addensata era ferma sulle mani.
Potevo inghiottirla, come sciroppo
d'acero, resina di spaccature.

Poi nella stanza fra le coperte
abbassavo la luce sulla carta -
il giorno cavato via dal corpo
era un colpo di tosse nella porta.

La storia diventava la Locanda
del Puledro Impennato e di Granpasso
sotto un cappuccio verde fino agli occhi.
La scena era fioca di lanterne
- fiato di sego e cera sui banconi.

Frodo scivolava nell'anello
la carne come acqua da una pietra
sul pavimento il freddo, le grida.

Sparire era mostrarsi, gettandosi
nel solido dell'ombre, le ossa
colate nei visi lunghi, equini.
La tenda aveva forma di mantelli
rughe spettrali pressate sui volti.

Pensavo al vento quando punge, cade
esatto dai rami nei respiri
dormendo sopra il bordo dei sentieri.

Nei legni crescevano le impronte.
Non c'era proprio nessuno.

 

 

 

 

Betulla

La bellezza della mia stanza è l'albero.
L'albero è una grossa betulla: riempie la finestra carica di foglie, monete sonanti.
La crescita è nera - tagli di bocche nella corteccia; i rami si affinano come polsi nei temporali.
L'ora che precede il temporale è perfetta: lo sterno degli uccelli teso all'acqua, gli alberi gonfi di richiami, i tuoni che scendono nei corpi come un silenzio. Una comunanza di terre da sempre separate prima che qualcosa precipiti - sembra che tutto si tocchi, le pietre assottigliate in una luce orizzontale, la lingua degli alberi chinati quasi a dirci l'acqua si rovescia come un nido, non c'è confine a questa solitudine.
Scrivo nelle gocce, nel trifoglio ordinario che non si spezza. Il bianco della betulla è un abito soprannaturale, l'ombra d'uno spirito: ci sono leggende di una creatura tra le fronde, le sue mani possono sfiorare la testa o il cuore degli uomini determinandone pazzia o morte.
Di bianco scolora l'assoluta purezza, l'assenza. La purezza come la più crudele delle qualità, folle: la realtà estesa dagli occhi, indivisa; nessuna astrazione di tempo, nessuna alterità - il mondo come un unico arto, chiuso internamente.
Bianco è l'approdo a rive sconosciute - vene di marmo tracciano nebbie sulle soglie.
L'anima vi arriva, piccola, guarnita di sassi e sonagli: ogni sasso è l'asciutto di un dolore, le carni indurite che l'anima non sa togliersi di dosso, i grumi secchi dello stomaco - della fame che ci accompagna.
Così gli sciamani eleggevano il pallore delle betulle a sentiero di viaggio, capace di tradurre la terra ai cieli o agli inferi. Gli alberi hanno questa saggezza per cui placano l'anima: rinvigoriscono nel colloquio di vite lontane; sanno l'alto e il profondo, il solido e il rarefatto; come la zolla assorba il convergere dell'aria nelle piogge, i fiumi sopra le nostre teste.
La mia betulla supera i cigli delle tegole - c'è un vento fresco nella sua cima, una ciancia invisibile di merli. Mi separa lo sguardo dal campanile di cemento grigio, costruito scialbo e vuoto come un monito nel periodo tra le due guerre; ma ci viveva un barbagianni, scacciato dai restauri in tempi recenti. Il gufo della soffitta, come lo chiamano gli inglesi, gli occhi e il becco incorniciati in un cuore spettrale. Mi teneva compagnia col suo rantolo, il soffio di presenze costanti, invariabili - un'ingiunzione della notte. Ora che il barbagianni non torna c'è un cuculo nefasto da qualche parte.
La betulla è come una protezione, una certezza. Il tronco divaricato appena sopra le radici, pronto ad accogliere il piede di un bambino nella salita, fa sì che una parte si perda in una tempra svolazzante dove si decidono soli e stagioni, mentre l'altra si piega verso di me come un respiro nel sonno. Perché l'albero è il mio fratello maggiore.
Esiste come un coraggio al di là delle passioni che logorano ruvide senza strapparmi; è un punto saldo di ritorno.
È la pazienza degli inverni - la nudità dei rami una ferita inerme in cui riconoscermi.
Un chiodo trafigge il legno di ogni albero esattamente uguale al ferro penoso della mia paura e tuttavia l'albero è mite: la sua vecchiaia un riparo più vasto per gli uccelli.
Si può amare un albero perché dà pace, perché non ha mai volato, proprio come noi, ma sostiene il segreto dei voli.
C'insegna che il chiodo confitto può trasformarsi in gemma.
Al tramonto è la betulla l'ultima altezza che mi abbraccia.
Se mi chiedi come può un albero essermi fratello -
è l'albero che mi sta dentro curvato ad occidente; le ultime luci come torce - io sono l'osso verticale del suo sangue.

 

 

 

 

IL VECCHIO CASSETTONE

Avevo questo vecchio cassettone
sul fondo della stanza, oltre il tappeto -
le venature oblunghe come lumi
nel legno rossastro del ciliegio.

L'interno era stipato di matite
l'astuccio disastrato dei pastelli.
Il Rosso Carminio, il Blu Oltremare.

La coccinella a molla, la matrioska
sbirciavano l'atlante sul ripiano

- le mani di grafite, di verde
di pianure, le coste giallo-azzurre
le depressioni carsiche, lunari.

Nella parete opposta, sull'armadio
i grandi animali antichi di pezza
costruivano il nido per il sonno.

Per prenderli scalavo una montagna
di tavolo, di sedie e polpa d'aria
una neve di trucioli sull'orlo.

Ecco il mondo - il nord e il sud del cielo.
Dal soffitto schiarito lo scoiattolo
spiccava il suo balzo immaginario.


Franceca Matteoni, da Appunti dal Parco, Wizarts Editore 2008