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da Artico, Crocetti,
Milano 2005
Si è ricordati
nelle case
nel salire a cerchio della boscaglia
le mura sciacquate al grigio della pietra.
Alle pareti animali d'argilla
curvano riflessi in un bacile -
Noi siamo appena scorti
ombra scoscesa di mensole, cibi
vasi di steli recisi.
Parole fuggono via prima di dirci.
Di dire il luogo, la luce acquatica
dei contorni, la pagina riletta, fissa nel legno
per farsi quasi pelle nella notte.
Un'incertezza di foglie smorza
piogge sul fondo delle stanze.
Si è attesi negli oggetti - un'erba
tenue, trasparente di pavimenti
l'ossame ambrato dei mobili
pance perfette di barattoli, piene.
La bocca resa al bicchiere.
Fiordalisi crescono carnivori per le vene.
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"Quelle
tracce spettrali che sono le fotografie ci
danno la presenza simbolica dei parenti dispersi."
SUSAN SONTAG
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ANIME (sàivu)
Rovina di luce sovrimpressa
il sole squama i volti e s'inabissa -
Barca spezzata sull'approdo del cielo
l'aria indurita nel respiro.
Nostra madre era l'Artico.
S'allunga tra le pelli un focolare
lo spettro in negativo delle mani -
Fuori è l'alce derive di ghiacci
bocca vuota di salmoni. Profili.
La Grande Renna ordinò il mondo
dalle sue arterie i fiumi
e pose il mondo nelle pupille
nostalgia di stelle.
Poche tracce per fare una dimora
- un pettine di strega una vecchia foca -
restate come muschio sotto i tetti
ruga di piccole genti.
Poi la neve era come un grembo
gli alberi ne scrollavano i segreti
noi li appendevamo nella yurta.
Dietro l'assenza il paesaggio.
Anche per me l'aspra memoria intatta
i vostri zigomi dissolti
-------------------l'evaporarsi ad ombra.
Le notti erano rosse e azzurre.
Nello scialle di mia nonna
dialogavano mute.
Le notti testimoniano l'alba.
Sottraggo e mi dispongo nella scatola d'immagini.
Lanterna. Voci. La morte riscattata nell'istante
insetto sgambettante in fondo all'Occhio
-----------------------------capovolto
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Ad Antonella Anedda.
Sasso Marconi, 6 settembre 2003
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ARTICO
Il ghiaccio sospende
l'acqua, ramifica
come l'impronta della luna.
L'occhio pronto a inghiottire ruota
e si sbianca - una perla o una bacca
di gelida fiamma.
I piccoli eschimesi portano lame e pellicce
ai fianchi dove i ghiacci stagliano ombre.
Gli eschimesi ricamano i morti nelle pelli
li trascinano tra i rami del gelo
azzurri, verdi senza foglie.
Cucito dentro il sangue è nero, immobile
freddo - si allunga tra le dita
della terra verso l'onda; solleva carni spente
come una bestia muta. La bestia
che noi lasciamo avvolgere dai gorghi.
I nostri morti scrivono il paesaggio.
Stendono sulle rive scaglie argentate
di pesce perché una luce piatta
ci immagini dal fondo.
I contorni. Il vapore appena attorno ai corpi.
I morti ricordano nell'acqua
cieca -un petto lucido di guscio.
L'anima ha un suo luogo là sotto, piccola
di sassi e sonagli, approda al canto
delle balene all'antro caldo, ai fiati di molte creature.
Foche. Forgiano la deriva polare, il grumo
di saliva nella schiuma.
Gli eschimesi le cacciano nell'oceano
le lance, l'isteria delle reti - le chiamano streghe.
Sanno cosa vedono, occhi notturni, nudi -
nodo vischioso di mari, un sale amaro attorno -
il nervo, la fune tesa al fondo.
PAN
Farò pulizia
di avanzi, scodelle perché tu
non mi spinga sotto i tavoli, tra le piastrelle
in basso succhiata nelle conserve
nei muschi d'acqua livida, storpi.
La tua lingua spella come ortica.
Raschia un solco verde d'uova morte -
reni mollicci implosi.
Con le dita mi conti - dieci paletti curvi
la polpa dei miei occhi, il taglio
inesorabile degli ossi. M'ingoi
la bocca prima - urticare d'ustione.
Le mani soppesano, assorbono dove
accennavo scapole, piume. Nelle mie linee
forbici le tue radici annaspano contrarie.
Le caccio fuori senza steli né semi.
Serro il legno dei bottoni sui miei affetti
sull'umido strappare dei tuoi abbracci.
Poi sarà scendere nei tubi delle gambe spessa
di temporali, i nervi stretti di vocali - scavarsi
a croste d'aria. Il non temerti più, non sentire
vibrata china, sottile - come un lento ubbidire.
A Olive Higgins
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(those
hard symbolic bones under the skin)
WILLIAM BUTLER YEATS
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LE BENDE
I (I Tre Volti)
La nebbia si leva nei
suoi artigli.
Erba contratta in vapori un'attesa
di suoni. Vieni. Togli le bende
dalle mie membra e dal volto.
Non sarò certo Jane la Pazza
né la vecchia filatrice adunca
o la vergine nella sua tomba
con un fiore nelle mani fredde
Ma in un vincolo queste tre donne
mi sospingono a un uovo di carne
nella loro matassa d'amore
mentre il mondo va e viene.
Hanno l'odore dell'acqua. Correnti
sepolte. Considera questi miei seni
come erompono e insidiano l'ombra.
Nettare di un costato cadente -
Il mondo è scheletro e sangue.
II (Il Lupo)
Sul mio corpo di letto
e tovaglia
un cannibale trascina la mascella
Le betulle si piegano torbide -
io sto - magra come un'ascia.
Vieni a prendermi.
Un taglio nel ferro il sentiero
fino alla bocca e al sudore
legno marcio nel fiume.
Non volevo i tuoi denti
i miei nervi trafitti -
Volevo l'aroma dei fiori secchi
ma so di stivale nel fango.
Ho percorso la lama fin dove
incide fino alla bocca e al sudore.
Non un frammento rimane.
Occhi in un buco d'ossa.
L'oceano la pancia.
Tu sei oscuro come il tempo
dell'anima come il calore
delle notti. Intorno
la linfa è un vortice negli alberi.
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Londra, novembre 2002
VERSO L'INVERNO
I solchi degli autunni
spingono
nodi al margine, si distendono.
Essere steppa inesplorata -
l'aria ininterrotta, piena.
Le foglie hanno rosse membrane
piccoli cuori a forma di volti.
Non sono la donna delle fiabe - un grembiule
di castagne, teschi accesi sui cancelli come torce.
Voglio curvarmi a nido nel tuo corpo. Non
questa stretta subacquea di stomaco e petto -
La luce dell'arpione sul tuo braccio
una lisca nella lingua di traverso.
Guardami: sono il freddo
delle terre smosse, sollevate -
Preparami una tazza di cibo, un giaciglio
di lana nelle fronde spezzate.
Un volto dentro l'altro, gli inguini
per cui è radice il varco.
Il viaggio è questa crescita:
procedere nudi al disarmo.
Anche in noi si ritaglia una mappa -
tu m'incidi la schiena, una spina di cielo.
Si stagliano lanterne e stagioni
come ombra di mano.
Noi stessi è luogo lontano.
Tendi una coperta sul buio.
da Nodo sottile II,
Cadmo, 2001
SOTTOSUOLO
La ragazza ha occhi
color delle vene.
Due lividi rancorosi le gracchiano in viso.
Piega gambe e braccia come stecche d'ombrello.
La ragazza si tiene con spilli e piume di colla.
Fuori spiove dal tetto. Uccelli cadono.
Ricorda come arrugginiva l'aria la carta inchiostrata sui muri a strappi
ratti scodati le unghie sporche sulle corde fuggenti arpeggi monete gocce
tac-tac di passi cosce ----le ore inghiottite
la folla elettrica.
Tossici sulle piastrelle unte le cacciavano un cactus in gola
Una mano accucciata ossessiva sbiadiva
tra gomma di scarpe e bucce di mela.
I vecchi maleodoranti parlavano soli -
lingue flosce penzolavano al fondo
la pelle ispessita dall'ombra.
Un organismo umido di
scale e raccordi.
Curve formicolanti trecce di musica - la musica la isolava da tutto -
banchine corpi distributori sentore di mondo putrefatto.
I treni sgusciavano in buchi e caverne - nel vetro netto il riflesso nero
l'albume compatto del neon - Lei sedeva definita in oggetti il biglietto
la borsa
il respiro rauco del ferro all'esterno Si negava solida all'aprirsi dei
bocci.
Più sotto la consistenza dell'acqua.
Il futuro è una
rosa di ragni.
inedito
Di notte il passato
geme nel legno delle porte
si stringono i corpi sui nomi
per tutto ciò che nasce all'anima
per ciò che fa dell'anima una terra
di tregua, una compagna.
Non si comprendono i vivi - i tratti
ereditari sono grumi di anni fuori posto
la mollica intatta delle pagine
dove tornano i quieti, gli obbedienti -
gli scriccioli sbocciati tra le dita.
Si entra nelle tele asciutte di sangue, verticali
tentando il fondo, l'incolto degli orti
come se la vista fosse un verbo
sterrato, disseccato a memoria -
l'imprimersi dei figli nelle madri.
Noi portiamo la magrezza di un altro nelle vesti
il coincidere di salute e oblio -
un colpo a lungo chiuso nei polmoni,
rilasciato - la poca fiamma
di un pegno custodito.
Ci assomiglia il disperso, ci consuma
nelle biografie - le gambe
affondate in un cupo di menta
l'odore forte dei letti cavi.
Ai dispersi affidiamo la voce
prolungata in un soffio invernale -
il contorno spinato dei lumi nel sonno.
(26-29 luglio 2006)

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