Ci sono atti assorbiti
dalla polvere. E atti
intessuti al loro fuoco
gesti che crescono
appagato essere.
Infine noi
nella vampa di parole malferme

gabbati alle soglie dell'intesa.
La notte regge la sua missione
senza urlare
noi, spossati
nel budello della memoria
rischiamo di annegare.


 

 

 

Fossero aghi le parole
quelle che vediamo smottare
e perdersi nel baccano
a due passi dal giardino
fossero braci
per chiudere il conto

nella distanza inconoscibile
crepiterebbe la mente
e saldi nell'assedio
sul declivio dell'ombra
potremmo raccontare tutto
i monti, le onde capirebbero.

 

 

 

 

 

 

Qui un libro, là un cestino
più oltre un vaso che trasuda pace.
La volta della stanza
lusinga l'occhio e fuori persevera
l'odissea del buio.
Sei disteso sul letto. Intorno
la scrittura allinea i nomi

l'orologio preme sulla polvere
la incalza. Puoi invogliare l'ombra
blandirla. Indossi il pigiama:
la stoffa s'impiglia, cede.
Spunta dal tessuto un viso non tuo
un involto di carne che la notte
non ha ancora deriso.

 

 

 

 

 

 

Scrivi se ti dispensa il viaggio
dalla tela della menzogna
scuoti la notte cava
del dubbio, del dolore.
Scrivi, inchioda l'inverno
al suo rancore, fora la bolla
d'amarezza, dilapida lo scherno.

Scrivi, cingi il giorno con frasi
di buio. Un dio impettito
accorpa sillaba a sillaba:
scrivi il brivido, la bellezza, scegli
la riva, scendi in acque di stoltezza,
di paura. Assumi l'anestetico
abbandonati alla corrente:
scrivi almeno tu, frenetico
la mirabile vita assente.

 

 

 

 

 

 

La sera è un incaglio
un uncino su cui mi apposto.
Scruto il bosco, la brezza mi dipana.
Può starci chiunque, mi accuccio
poi lascio che mi colga
la falce del silenzio.

La sera è un intaglio
la mente vi ripone il sale.
Giungono a frotte i compagni:
ci si stringe
e con il canto del nome ciascuno
depone il suo bagaglio.
È notte.
L'ansia della luce è tale
che tutti periamo nell'abbaglio.

 

 

 

 

 

 


Accosto ombre nella tua casa
accompagno al deserto lo sguardo.
Brace su tela
stagioni per le mani
per il petto bulinato dal gelo.
Scrivere di te:
limare la foschia, ascendere

pendici di fame e di follia.
Accosto nebbie fra la casa
e la vita e vorrei
che fossi la misura del dolore
la festa stordita a cui presenzio:
per dire di te, teso stupore
in un dispendioso silenzio.

 

 

 

 

 

 

Non so quando ti rivedrò:
i miei sono tempi scoscesi
e per raggiungere gli amici
devo accostare dirupi.
Sei tornato ligio
ma segretamente indocile
all'ufficio nel giardino
del continente: hai ripreso
la quotidiana contesa
con il lavoro.

Non so quando ti rivedrò
anche se la scrittura è vedersi
e toccarsi. Talvolta
i poeti s'incontrano
per caso fra gli alberi
e lì accompagnandosi l'un l'altro
provano richiami
per infervorare le foglie.
Stupore, distacco: vita
nella sua caparbia essenza. Chiudi
gli occhi, annuisci. Poi detti
questi versi alla coscienza.

 

 

 

 

 

 

Un amore, un margine
della mente: un vento assopito
un'alga nera che lima gli anni
e li riconsegna alla pioggia.
Un lembo per bruciare, per farsi
acuti, nudi, deliranti.

Un amore: carico, mostruoso
una noce macerata dal sogno
rimorso che scongiura l'indolenza.
Accogliere lo scherno delle ombre
fiorire come l'acqua che invade
le gore, come la morte che rende
saggia l'ultima ruga dell'amore.

 

 

 

 

 

 

Immerso nel mio latte, polvere
ignorata dalla fanfara
detergo una pace ritrosa.
Congedata la ronda del rigore
acconcio i gesti della lievità:
sfoltisco il pensiero
l'alba è la mia donna.

Arreso al mio latte
grano della falsità
domo la tentazione dello zelo.
Il respiro si distende: ecco
il sollievo dell'ombra
il suo fedele decoro. In me
il silenzio apre la sua corte:
turbato lo rivelo come
chi non ha merito, chi non ha sorte.

 

 

 

 

 

 

Una forza permea
il favo del mondo.
Quando si scivola, dopo il bozzo
opponiamo luce a frana:
qualcosa ci soccorre, conferma
il suo favore oltre il moto.

Tempra ostinata
perfora la finitezza.
Quando s'incespica, dopo
l'approdo all'equilibrio,
ecco il senno, la clemenza
di chi non ha voluto che in quel punto
riversassimo l'assenza.

 

 

 

 

 

 


Reca la sua luce insonne.
Foglie ne raccolgono lo sguardo
ma il suo passo è altro dal loro.
Cristalli: le sue parole.
Germogli di quel sereno
che non dichiara i suoi confini.

A volte basta una voce
perché ci si protenda
perché la mano eluda il gelo:
i sensi sgusciano oltre l'argine
saggiano nardo e fuoco.
Lei non è qui
ma in fondo è vera:
col suo volto
inesorabile avanza la sera.

 

 

 

 

 

 

Una vita: un rigo vergato
nella notte, acque
intrappolate dal silenzio.
Nebbia che accoglie in sé luci
decise a perdersi, uno spago
teso a logorarsi da un capo
all'altro della strada. Una vita
guada città lese nello spasimo
non arriva
a contenere la sua grazia
è già spenta prima del tradimento.

Ne rimane poco:
i suoi umori, lo spazio
una volta reclamato dal fuoco
e ora disabitato, deforme.
Una vita, pochi anni
schermaglie fasciate di assurdità
un figlio che non sa o non ricorda
perché suo padre puntava tanto
sulla stabilità del vento.

 

 

 

 

 

 

Consolazioni, alte stanze
in cui si rinserrano orfani
e il desiderio sperpera giorni
levigato parlare.
Un appiglio levato
dal guanto dell'alba
disceso nell'acqua insondabile

alte stanze, consolazioni
a cui aggiungere dita
pori dall'inverno
che amputa la sua luce
e la scalcia lontano. Opache
apparenze, omissioni.
E noi mansueti, a cavalcioni.

 

 

 

 

 

 


Invecchiare, invitare il tempo
a vezzeggiare la sposa.
L'amore sceglie le rughe
oscilla il grano delle risposte:
adulare il dolore mentre sfila
la meraviglia come un'alga.

Graziare invecchiando
i riti accampati fra le vene.
Viene il buio
la cremazione degli anni: la rampa
è visibile, definita,
il desiderio
si ritrova innocente.
Le cose si dispongono
in una candida ubriachezza:
sei sull'uscio, varchi
una soglia che unisce, che spezza.

 

 

 

 

 

 

Una distesa
i sonagli della mente:
tempo sottratto alle colline
dalie per il volto
che vi depone i suoi feticci

tutto già logoro
eppure saldo, imponente
aquila che s'impenna, ardita spina.
E in fondo, lucido, spietato
quel nodo diligente, quel calore:
il giro controvento della giostra
la ruggine a valle del dolore.

 

 

 

 

 

 

Avevamo bambini in sogno
fissavamo i loro occhi
sfoglie che serbano il seme.
Durò poco il privilegio: si lasciò
beffare dalla pletora del mondo.

Avevamo bambini in sogno
voci indenni
lindo terrazzo per la mente.
Ne uscimmo all'improvviso
svoltammo per atti onerosi
impettiti, sicuri
di reggere la sacca del tempo.
Indietro ridevano i bambini
ferendo da soli la morte
in un lampo.

 

 

 

 

 

 


Il fuoco della gravità
cielo che comprime il tempo
l'arteria desolata della storia:
torno ad essere vento
dispongo le mie chiavi
per la cerimonia dello spazio.

La brace dell'alterità:
vittime ineludibili
abbracci destinati alla macina.
Mi volgo, accolgo la fiamma
della limpidezza:
nella mia carne
di sconcerto e frenesia
il rogo morde, il rogo è puro.

 

 

Giacomo Leronni, Povere del bene, Manni, Lecce 2008