NELL’ABBACCIO DELL’IO
il primo peccato
1996



I


Ai cosmi indeterminati indirizziamo il volto umano. Le mille casualità di già feriscono il tempo dell'attimo; non ci resta che caricare la nave della materia, attribuendo a essa i compiti della scansione, della circolarità, del probabile, dell'incerto. Ancora la divinità di carne, che si erge fiera;
una carne che perde sangue e calore; che perde l’ossessione mortale, di conoscere l’immortalità.





II



Il tutto si evolve, mentre il niente affranca il resistere. Sappiamo del qui e dell’adesso, del poterci librare come demoni (senza memoria e senza legami) nell’esperienza perfetta del momento. Non ricominciamo: si era e si sarà, nell’essere inesorabili con noi stessi. Siamo, nella fermezza di una risposta. Siamo, nell’accettare le fluttuazioni dei giorni e delle stelle.





III



Non esiste il dio fìsso, non esiste il dio unico, esistiamo noi, nell’abbraccio dell’io. Alla stregua, si resta o si va con il fare quale eterno in briciole. L’esperienza è totale, frazionata o a brandelli; l’esperienza è di una vita, quale unità di frammenti. Allora in ‘cosa’ il senso dell’agire? Non rimane che il vizio; il vizio del conoscersi e del mettersi, di continuo, alla prova.





IV



E’ forse questa la maledizione? Il doppio, il gemello, la missione? E’ forse questo l’inferno cantato per esorcizzare l’uomo che si crede dio dei mondi e delle configurazioni? Ordino che tutti i sacerdoti della terra vengano sgozzati! Noi ci affidiamo alla liturgia che sovrasta categorie e intercessori. In quel dove ci troviamo. In quel quando, inchinandoci l’un l'altro, ci veneriamo.





V



Le differenze ci appartengono, così, della solidità, abbiamo i primi basamenti. Non ci amiamo per ricordo, infatti il vento spazza libri e statue; ci amiamo quali esempi, ma non di volontà, bensì di spoglio giudizio e di cinica offerta.





VI



Siamo perché eletti. Nel difetto, la certezza. Manchiamo per non mancare. Nell’assenza, il nostro prenderci.





VII



Consapevoli della fine degli assoluti, alla buonora creiamo l’assoluto fra l’inguine e il nostro petto.
Mi fido del NOI, ma anche dell’IO, come interpretazione alla rovescia. Resta l’ENNE sola (la tredicesima lettera) che leggo da sinistra a destra, o viceversa.





VIII



La transitorietà spacca il secondo. Eccoci nell’addio del presente. II nostro nome racchiude in sé
il maschio e la femmina e, dei figli dei figli, nell’unico nome, il gioco e la richiesta. Pulsare ... infertilisce la moltitudine col singolo. Fermarsi ... ingravida il singolo con la schiera. Pulsare e fermarsi: vita e morte, uno svago per la seduzione. L’essenza e la non essenza (la sostanza e la non sostanza) ci sollevano come ali. Creatori e creati, la nostra firma questo contiene, il marchio del padre, il grembo della madre, la vampata dello spirito santo e l’ustione, che produce il seme.





IX



Siamo rinati; ci siamo (per l’ennesimo - nel continuo) resuscitati. Il taglio ... è problema degli eretici. La cessazione ... è problema degli inetti. Non ci spaventa il frinire delle cicale che preannuncia lo spegnersi del sole. Non sarà il potere che abbiamo acquisito a regalarci la tenebra o la luce, ma la cancellazione dell'io e del noi verso un LORO di contenuti. A quelli il compito di rimanere o di andare; TU ...VOI, nell’EGLI, ritornerete da capo: fragili testimoni di un soggettivo passaggio di candidi pronomi.





X



Lo scopo progressivo dell’agire non è quello di risolvere i misteri; facciamo per fare, ben consci che ne andremo sempre a scoprire d’indecifrabili e di nuovi.





XI



Le scienze, le filosofìe, la cabbala, la parola divengono l’immagine definitiva dell’uomo. Ormai egli è fuori dal noi, quale ideogramma, risultanza dell’azione. Al neutro le possibili declinazioni. Placàti, non esistono più categorie o visioni. Nel sempre la materia vaga; nel sempre la materia trova aggregazioni e contorni. Ciò all'infinito? Di certo nell’illimitato spazio delle ore.





XII



Sterminate variazioni di una melodia, i suoni che annunciano la manifestazione (concreta) del mito.
Il principio e la legge, che riuniscono le cellule, mutando, abitano l’interno degli elementi. Al di fuori non si agita il pneuma, il concetto d’individualità risiede anche in altre membra, poi assimilate dalle mie; il concetto d’alterità (tenda di vapore incisa dal mio dito) dimora in un oltre allo specchio ... in quella faccia che vado a disegnare, e che sempre mi fa stupire con l’esserci.





XIII



L’utilità e l’orrore sono (oggi), del nulla e della ragione, i facili spettri. Mai ci si misura con le avanguardie di un esercito che si reputa di grandezza abnorme. Temprato dalla sofferenza e dall’aver superato l’indecifrabile limite estremo, del complice a me stesso vado al centro, così, del mio e del suo nulla, so il bisogno; come del nulla, avverto il frastuono, in quella lama che trafigge la superbia del mio cuore radioso e blasfemo.





XIV



Per ora mi è sufficiente riconoscere il mio volto, quale totalità dell’uomo. Per ora mi è sufficiente
fecondare l’umanità in attesa, col respiro e con la voce dell’universo che porto nelle viscere
e nella riflessione.





© Gian Ruggero Manzoni