Abisso




Quello che mi interessa è l'abisso

iniziale, non quello definitivo, quello

qualcuno lo chiama paradiso, io sto

nel vortice dell'ombra invece

che ruzzola a un buio vento

le foglie sul ciglio della statale

e in silenzio ascolto il nostro male

- questa notte vorrei sognare

immobile l'aratro della morte

non avere conosciuto vino mai

o diversa sorte, resuscitare

una pianticella di fagioli

seminata da bambino -














Come un cane




Come un cane che si scrolla

dal pelo l'acqua della notte

cui si accarezza il muso

ma disgusta poi la bava

delle lotte soprattutto

se nello stabilimento

si consuma il nome atroce

del fallimento e nel percorso

elettrico di arterie tendini

e di vene brilla il solito

povero odore di rifiuti

smalti e ulcerate saldature

postmortem inchiodato

a una penombra purgatoriale

di sciopero generale

che ai gas d'autunno vibra

e trema tramanda ancora

e in vita muore rimuore

e si spolpa appunto come

un cane che fra l'erba fruga

e fra le merde del giardino

la sua mappa del destino















Per Ferruccio Benzoni





1




E - babbo, babbo - ti ho sentito

chiamare nell'acre spiovigginare

dell'agonia - chi è? -

tornando in un sussulto

a Ilse che ti spiega il nome

o malattia d'estremo insulto

... è il delirio, Ferruccio,

che sciaborda dal tuo fissare

a un'altalena in riva al mare

e questa durezza nel mio petto

dalla quale non ti so chiamare

- tu padre e figlio del tuo male -

asciutto come sabbia il dolore

d'ospedale del tuo vialetto

di piante e fiori o luce di rondini

sul cimitero che non vale

il mio patire ma l'orgoglio

tuo più vero, lascia stele

col tuo nome - mai la croce! -

e noi perduti nel silenzio a darti voce









2




Ma nessun vegliare ci salva, Ferruccio

qui sul mare dove incrociamo le ore

nel luminìo della distanza

che non sanno mai tornare

dal grumo di dolore dove ridi

nella sequenza dei tuoi passi

lungo il porto canale - e chissà

se in pitosfori o altri fiori

o in nebbia addirittura si sia sfatta

l'inarresa voglia d'amare - perché

attoniti si resta nel tempo

che vigliacco ti ha lasciato passare

e muti nell'assalto dell'assenza

che lascia senza fiato - o vita

che si asciuga a un sole sconosciuto -

come foglie via bruciamo

in lampi d'orrore e grazia

in quale che sia vertigine

sia pure del morire - ostinati

a uno scampare resistendo

come per dono senza fuggire

gli altri proteggendo

dal nostro stesso partire

non più bere - bel fioretto - quasi un voto

ma che nessuno ci liberi dal vuoto

pagando ipocrisia i pochi versi

o altri fatti insignificanti tipo

stare zitti, in fondo come tanti,

ma pochissimi i poeti e fra troppi

sobrissimi ignoranti















Senza vanità




Eppure avevi detto - non in chiesa

piuttosto buttatemi in un fosso e basta

che tanto fa lo stesso - e invece

tradito dal vino dalle carte dall'amore

stordito in un letto d'ospedale

asso di bastoni
a ricordare i nomi

dei figli rifiutando l'estrema unzione

- via i preti! fuori dai coglioni! -

in un sussulto anarchico sorriso

irriverente di liberazione il ciglio

levato a sbeffeggiare la conversione

sul confine della vita e della morte

strana, stranissima sorte - Garibaldi

mi chiamavi - e proprio in chiesa

ti hanno portato, uno solo dei tuoi figli

non è entrato, cocciuto in un silenzio

orfano d'ascolto e di riposo... il solo

a capire che forse un po' stronzo eri

ma libero, fra tanta ottusità, e

se mai c'è Dio, al suo cospetto

senza vanità





NOTA: La poesia fa riferimento alla morte del mio nonno paterno, Carlo Sissa, ma è da intendersi come dedicata anche al mio nonno materno, Roberto Visi. Il primo anarchico, calzolaio e poeta; il secondo comunista, falegname e violinista. Giancarlo Sissa

















Bologna, ancora





O possedere la forza un po' stronza dei santi

nella loro buia dirittura a piazze notturne

di piscio merda e piume sui marciapiede

a cercare fede tra le ceneri silenziose d'eroina

per schivare odio e sguardo della faina spacciatore

----
libero in due ore

--------------------------
o gli effetti

di rarefatta eleganza del voto elettorale

- democrazia della dimenticanza - e orrore

intestinale del degrado sociale: Bologna

"città sazia e disperata"? o non piuttosto rasoiata

d'idiozia e indecenti affitti e locazioni

beauty center mafie saune... rivoluzioni

dei miei coglioni

----------------------------------------
città dal credito esaurito


d'inverno abbronzata bionda depilata

tatuata fogna spalancata di shopping esibiti

e aperitivi - camera a gas scorreggiante

di ricchi giovanotti un po' tardivi nel ritmo

delle frenate contromano - sulle spalle

dei giganti nessun nano ma soldi banche

tristi palestre e un vuoto villano... e infinito






NOTA "Città sazia e disperata" è citazione da mons. Giacomo Biffi, ex vescovo della città di Bologna. Questa espressione a suo tempo fece molto discutere. Dalla mia posizione di laico quella fu l'unica frase di mons. Biffi che io trovai condivisibile. Giancarlo Sissa














OTTIMISMO DEL CATECHISMO




per Francesca S.





1




Pugno d'acqua la pagina mancante

- niente più mesi né compassione -

mentre si lancia fuori la scorsa

estate, sbatte nelle porte rossa

in viso... lisciando l'imbarazzo

già più liso se la vita non si cambia

per editto, segretaria e schiava

d'un segreto convitto, ad esempio

la poveretta che ci dice - pregare

consuma il corpo - e di poi s'arrende

all'estetica dello sconfitto o una

dei mille vice... e ben altro a me

riporta casa sonno pane da croce

a croce per questa voce per questa

silenziosa fame che non il suo esempio

di povero cane, di nulla atroce







2




Mi guarda strano ma non capisce bene

cosa di là dal suo bicchiere

dentro le sorride, la chiama piano

a domandarsi perché non l'ama

o se mai davvero l'amerà e stanno

le sigarette spente come tracce

vere del nostro finto parlare

di qualche dio di un po' di fede

e si vede che ci crede in fondo

che qualcuno da qualche parte

non può non amare anche oltre

l'ottimismo da catechismo e questo

nostro fingere così bene il bene

- poi declina negli occhi un'ombra

e fuori schiocca il vento di grecale

alla serranda della vetrina e ghiaccia

le sue mani d'un silenzioso male

le trema sulla fronte una ciocca

di speranze da bambina -

cosa farò? le prenderò la mano?

le dirò avrai bambini? davvero

è accettare la distanza stare vicini?






3




Altre volte si chiede il perché del dolore

si da risposte provvisorie, impaurite,

perlopiù senza colore o che sfiorano

la fede e il mio scettico sorriso - a chi

lascerò la casa? - dice, muta di gelo

dietro il viso - una casa non sua ancora

ma da comprare, forse con un mutuo

o una rapina - e comunque in banca

dovrai andare - le scherzo senza

convinzione perché nella sua passione

teme l'annunciarsi di una malattia

che si chiama maledizione... non un più

sempre un meno nel bilancio mai definitivo

ma frusciante fra le pagine d'un libro

dell'Achmatova, di un quaderno o d'un destino

fuggitivo nella borsa troppo piena

persino d'un manuale per non farsi

fregare dall'agenzia immobiliare - quasi

buono in tanta pena questo male, un poco

da vecchietta la paura di farsi amare -





4




Così le traiettorie del suo discorso

mi lasciano indenne ma non indifferente

o fintamente preoccupato d'essere vero

o almeno quasi sincero e di sapermi

insultato per interposta persona di nuovo

dall'ennesimo pastore e un poco a tradimento

nello stupore del vento che non si decide

a nevicare - sì, credo che ci sarà la guerra! -

-------------
le rispondo soprapensiero

--------------
la guerra c'è sempre, è permanente! -

in fondo all'oceano del bicchiere

cercando chissà che mostro della memoria

e l'insulto battente della storia

su riviste e quotidiani - noi qui partigiani

davvero di niente o del nulla senza fine

del delirio mistico o del povero credente

----
e me la vedo stringere le labbra

----
per entrare in un altro giorno, vedere

----
meno cielo per restare nella vita come

----
un disoccupato dopo uno sciopero

----
più o meno solidale lungo il viale

----
di traffico indifferente e il sole

----
che sbatte dolorosamente uguale

----
ai palazzi di periferia - s'ammazzasse

non lascerebbe niente, attraversata

tutta la città senza patente o con un foglio

di via per poi contare le gocce

d'antidepressivo nel bicchiere

pensare due preghiere d'abitudine

e circostanza, fra trucco e dentifricio,

avviare il motorino verso il centro

nella distanza chiamare la vita maleficio






5




Ci prova ancora a dirmi tu - ma

esita come al giallo del semaforo

se piove o stride di là dai viali

un'ambulanza... è che a volte

il pensiero sosta in un suo computo

di cambiali, e sbuffando ride allora,

ma comunque esita in una sua privata

distanza di giorni uguali, non dice

- tu - tace deserta sotto un volo

di bombardieri sfreccianti a massacrare

il futuro d'altri, come noi il nostro ieri

















Abbiamo voglia eppure - di poesia





a Stefano Massari





Abbiamo voglia eppure - di poesia

come di bere e di scopare -

e ben altro ci tiene svegli

che non la vanagloria del poetare

o la luce che dall'occhio cade

sul ciglio della strada e l'ipotesi

del cielo, tanto poco salutare,

ganci d'angoscia ad artigliare il tempo

o quello che scontiamo e poi invochiamo,

come altro ce ne fosse,

fra colpi di destino e colpi di tosse

alla neve incessante dei pioppi - e più

oltre infamie da osteria rotolanti al tuono

fuori stagione se via le porta il gioco

della voce dell'ennesimo padrone

lo sgomento del vuoto nulla di ogni

croce - perché io sono il cane

----------
che chiude il branco

----------
sono il lupo che lo assale

----------
il ferito che più non sente

----------
il male ormai stordito -

da ciò che abbiamo e non abbiamo

ormai capito e conta poco o niente

e d'altro tempo, e invano, parliamo

e discutiamo che ci mangia i fianchi

nella postura del bevitore che s'attarda

allo scroscio della saracinesca

e nell'impostura del conto delle ore

come esca noi ci offriamo

- e in quale afflitta malinconia poi risaliamo

le scale a notte sempre all'orlo

della sconfitta definitiva sempre

carichi di botte - e ci strugge un male

in fondo da poco, da riporlo nella scatola

d'un gioco di società con tanto di dadi

carte e segnaposto, sempre indecisi

se chiamarlo viltà oppure pietà, stupefatti

dalla solita faccia da culo del solito

intellettuale trasformista - mai un rischio,

un mezzo azzardo, un fuoripista - mai

davvero solidale, semmai piuttosto

calibrato per lo speciale tivù devitalizzato

della sera questa o la prossima ventura

e la preordinata rima da contatto neuronale,

sorriso sosia d'un sorriso desolatamente

uguale, e quanto in verità accaniti - questioni

di contatto? di presunta multimediale verità? -

a dribblare il problema della... irrealtà!














... devono stropicciarsi un poco




per Alberto Bertoni





... devono stropicciarsi un poco

in tasca le poesie assorbire

in parte il calore del corpo

sgualcirsi come all'osteria

le vecchie carte pazienti

eppure dispettose, mai

definitivamente vincenti

fra le mani di molti amori

e chissà quale domani...



... e mi piacerebbe riessere

per certi versi quello di una sera

oltre dieci anni fa in periferia

di Modena a una lettura di poesia

- aveva allora la giovinezza un suono

somiglia ora a un esito di siccità -

perché era bella quella

(devastata da rumori

odori e bislacche concioni)

improvvisa nella nebbia

Festa dell'Unità...







da Manuale d'insonnia, Nino Aragno Editore, Torino 2004