Abisso Quello che mi interessa è l'abisso iniziale, non quello definitivo, quello qualcuno lo chiama paradiso, io sto nel vortice dell'ombra invece che ruzzola a un buio vento le foglie sul ciglio della statale e in silenzio ascolto il nostro male - questa notte vorrei sognare immobile l'aratro della morte non avere conosciuto vino mai o diversa sorte, resuscitare una pianticella di fagioli seminata da bambino - Come un cane Come un cane che si scrolla dal pelo l'acqua della notte cui si accarezza il muso ma disgusta poi la bava delle lotte soprattutto se nello stabilimento si consuma il nome atroce del fallimento e nel percorso elettrico di arterie tendini e di vene brilla il solito povero odore di rifiuti smalti e ulcerate saldature postmortem inchiodato a una penombra purgatoriale di sciopero generale che ai gas d'autunno vibra e trema tramanda ancora e in vita muore rimuore e si spolpa appunto come un cane che fra l'erba fruga e fra le merde del giardino la sua mappa del destino
1 Pugno d'acqua la pagina mancante - niente più mesi né compassione - mentre si lancia fuori la scorsa estate, sbatte nelle porte rossa in viso... lisciando l'imbarazzo già più liso se la vita non si cambia per editto, segretaria e schiava d'un segreto convitto, ad esempio la poveretta che ci dice - pregare consuma il corpo - e di poi s'arrende all'estetica dello sconfitto o una dei mille vice... e ben altro a me riporta casa sonno pane da croce a croce per questa voce per questa silenziosa fame che non il suo esempio di povero cane, di nulla atroce 2 Mi guarda strano ma non capisce bene cosa di là dal suo bicchiere dentro le sorride, la chiama piano a domandarsi perché non l'ama o se mai davvero l'amerà e stanno le sigarette spente come tracce vere del nostro finto parlare di qualche dio di un po' di fede e si vede che ci crede in fondo che qualcuno da qualche parte non può non amare anche oltre l'ottimismo da catechismo e questo nostro fingere così bene il bene - poi declina negli occhi un'ombra e fuori schiocca il vento di grecale alla serranda della vetrina e ghiaccia le sue mani d'un silenzioso male le trema sulla fronte una ciocca di speranze da bambina - cosa farò? le prenderò la mano? le dirò avrai bambini? davvero è accettare la distanza stare vicini? 3 Altre volte si chiede il perché del dolore si da risposte provvisorie, impaurite, perlopiù senza colore o che sfiorano la fede e il mio scettico sorriso - a chi lascerò la casa? - dice, muta di gelo dietro il viso - una casa non sua ancora ma da comprare, forse con un mutuo o una rapina - e comunque in banca dovrai andare - le scherzo senza convinzione perché nella sua passione teme l'annunciarsi di una malattia che si chiama maledizione... non un più sempre un meno nel bilancio mai definitivo ma frusciante fra le pagine d'un libro dell'Achmatova, di un quaderno o d'un destino fuggitivo nella borsa troppo piena persino d'un manuale per non farsi fregare dall'agenzia immobiliare - quasi buono in tanta pena questo male, un poco da vecchietta la paura di farsi amare - 4 Così le traiettorie del suo discorso mi lasciano indenne ma non indifferente o fintamente preoccupato d'essere vero o almeno quasi sincero e di sapermi insultato per interposta persona di nuovo dall'ennesimo pastore e un poco a tradimento nello stupore del vento che non si decide a nevicare - sì, credo che ci sarà la guerra! - -------------le rispondo soprapensiero -------------- la guerra c'è sempre, è permanente! - in fondo all'oceano del bicchiere cercando chissà che mostro della memoria e l'insulto battente della storia su riviste e quotidiani - noi qui partigiani davvero di niente o del nulla senza fine del delirio mistico o del povero credente ---- e me la vedo stringere le labbra ----per entrare in un altro giorno, vedere ----meno cielo per restare nella vita come ----un disoccupato dopo uno sciopero ----più o meno solidale lungo il viale ----di traffico indifferente e il sole ----che sbatte dolorosamente uguale ----ai palazzi di periferia - s'ammazzasse non lascerebbe niente, attraversata tutta la città senza patente o con un foglio di via per poi contare le gocce d'antidepressivo nel bicchiere pensare due preghiere d'abitudine e circostanza, fra trucco e dentifricio, avviare il motorino verso il centro nella distanza chiamare la vita maleficio 5 Ci prova ancora a dirmi tu - ma esita come al giallo del semaforo se piove o stride di là dai viali un'ambulanza... è che a volte il pensiero sosta in un suo computo di cambiali, e sbuffando ride allora, ma comunque esita in una sua privata distanza di giorni uguali, non dice - tu - tace deserta sotto un volo di bombardieri sfreccianti a massacrare il futuro d'altri, come noi il nostro ieri Abbiamo voglia eppure - di poesia
Abbiamo voglia eppure - di poesia come di bere e di scopare - e ben altro ci tiene svegli che non la vanagloria del poetare o la luce che dall'occhio cade sul ciglio della strada e l'ipotesi del cielo, tanto poco salutare, ganci d'angoscia ad artigliare il tempo o quello che scontiamo e poi invochiamo, come altro ce ne fosse, fra colpi di destino e colpi di tosse alla neve incessante dei pioppi - e più oltre infamie da osteria rotolanti al tuono fuori stagione se via le porta il gioco della voce dell'ennesimo padrone lo sgomento del vuoto nulla di ogni croce - perché io sono il cane ----------che chiude il branco ----------sono il lupo che lo assale ----------il ferito che più non sente ----------il male ormai stordito - da ciò che abbiamo e non abbiamo ormai capito e conta poco o niente e d'altro tempo, e invano, parliamo e discutiamo che ci mangia i fianchi nella postura del bevitore che s'attarda allo scroscio della saracinesca e nell'impostura del conto delle ore come esca noi ci offriamo - e in quale afflitta malinconia poi risaliamo le scale a notte sempre all'orlo della sconfitta definitiva sempre carichi di botte - e ci strugge un male in fondo da poco, da riporlo nella scatola d'un gioco di società con tanto di dadi carte e segnaposto, sempre indecisi se chiamarlo viltà oppure pietà, stupefatti dalla solita faccia da culo del solito intellettuale trasformista - mai un rischio, un mezzo azzardo, un fuoripista - mai davvero solidale, semmai piuttosto calibrato per lo speciale tivù devitalizzato della sera questa o la prossima ventura e la preordinata rima da contatto neuronale, sorriso sosia d'un sorriso desolatamente uguale, e quanto in verità accaniti - questioni di contatto? di presunta multimediale verità? - a dribblare il problema della... irrealtà! ... devono stropicciarsi un poco
... devono stropicciarsi un poco in tasca le poesie assorbire in parte il calore del corpo sgualcirsi come all'osteria le vecchie carte pazienti eppure dispettose, mai definitivamente vincenti fra le mani di molti amori e chissà quale domani... ... e mi piacerebbe riessere per certi versi quello di una sera oltre dieci anni fa in periferia di Modena a una lettura di poesia - aveva allora la giovinezza un suono somiglia ora a un esito di siccità - perché era bella quella (devastata da rumori odori e bislacche concioni) improvvisa nella nebbia Festa dell'Unità... da Manuale d'insonnia, Nino Aragno Editore, Torino 2004 |
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