I Questa è la parte del cervello dove brilla la memoria - gemma dei colori - o tutti gli azzurri e le disperazioni - i vostri nomi - il contrappunto le secrezioni della malattia che mi rode anche le mani se vita normale è il triste resistere in smarrimenti a un io mortale II Verranno diranno - peccato - io che di morire in piedi mi sono vantato ancora vivo ora che ho paura e non lo dico o lo dico piano - per amore - solo - solo a notte - che verifico il tremore nello specchio il lampo all'angolo dell'occhio - chissà com'è davvero l'epilessia - no - tac cerebrale - con un filo di voce e quel che sia III Ora sei fiamma a lato del petto telefonica voce tremolio indovinato dove più tenero si fa torpore d'ansia in un sorriso perché persino l'abbandono di buia malinconia il cuore mi smangia in un orrore di non saperti - ma non vela questa luce di sabbia il tuo dono il tuo passo preciso IV Guarda l'eleganza della rondine il ciglio non scordato negato il sorriso a un batticuore o il movimento dell'anima quello improvviso - e lieve - nella pioggia che non sa farsi neve libero in fondo a un cielo - e che strana morte l'aver sperato forte - V E non si entra due volte nello stesso cuore a riposarsi stremato negando lo sguardo varcando i confini d'ogni plausibile perdono e quali sono e quanti gli strumenti di precisione che rilevano di secondo in secondo la rabbia la collera inespressa quella che scava il tumore che lo coccola nel suo vago di terrore e il miracolo fata o il peccato d'averci creduto tu lo chiami amore VI Ora è la mano delicata che muove l'ombra piano dove mai potremo o quel lento punto dove fra l'amore e la finestra il tempo non trova luce tenera foglia quell'attimo che ci sfa senza voglia - così chiamo la morte- VII Oggi nove maggio novantasei non lo so dire che leggo poesie e solo senza piangere mi commuove quest'alba che in luce spezza il sangue scheggia degli occhi che ronza in un suo ghiaccio e la voce che non dice trema aspro vagliando un suo rancore di rimorsi e d'ore - come sul muro un graffio - che resta - e un nulla lo cancellerebbe infine - a esserne capace - ma poi resta in questa luce d'ospedale oggi. E fa male. VIII È bianca e quasi luminosa porta impassibile del grigio e chiedere soltanto quanto dura una volta dimessi dal corpo scarnificati a un buio di noi stessi - un quarto d'ora - più il destino e non è paura ma ronzio di malattia scatti meccanici e dodecafonia un collare blocca il cranio e solo verso il nodo del cuore puoi scavare - la cinghia sulla fronte e chiusi gli occhi a una buia brina o l'abbandono d'un vuoto d'ombra sul lettino e la macchina che infine raschia via ogni bene e tutto il senso straziato il suo ronzante annientamento il tuono buio che attraversa la mente non è più quello che sono solo quello che si sente. IX
D'alberi e pioggia il solo fremito lungo il viale quasi un battito di nostalgia o più precisamente i rami sgocciolanti nel silenzio che m'ascoltano dimesso avviarmi a quel ronzio portarmi via a me stesso - senza amore senza malinconia - e quante parole quante d'amore di circostanza e vere o vuote o vane non ha importanza - o vita senza pane - io non l'avrei creduto l'essere udito da povere piante sgocciolanti loro nel temporale steso io in una stanza d'ospedale quasi un battito di nostalgia - e senza amore senza malinconia - Ecco. Voi non direte più alcuna parola. Alcuna. Quante parole. Quante. Quel ronzio - fuori pioveva - io solo l'ho sentito e delle povere piante X Resto sospeso in un istante o quello che non precede ghiaccio all'angolo della bocca il cenno vago - la strenua fede - o spersi gli occhi a un senza voce a un ricordare e venga nel suo più azzurro questa morte - sia veloce - abbracci e stringa forte provi a spezzare. da Il mestiere dell'educatore, Castel Maggiore (Bo) 2002 |
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