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Che cosa hai nelle
mani,
i pugni stesi ad asciugare
come due rami di fico
adornati d'argento.
Le prendi e le poni
sul freddo senso di stanchezza
per proteggere dove senti
tutto il cedimento,
da riportare in grembo,
in quel golfo di quiete rovine.
Quei pomeriggi d'inverno
di fessure, inquieti,
divaricammo gli inguini
fino a vedere stillare latte
dai solchi del gelo
C'era confusione,
attesa
invadente di ospitare la vecchiaia
in zone corrotte, lontani
dal desiderarla come amica,
trave cui appiccicare il calendario
dei nostri giorni postdatati
in clandestina pazienza.
I liquidi versati
lenivano
le porte d'accesso
ad altri grumi di pensieri,
colti in flagrante.
Quegli arrendevoli corpi
del reato di esserci.
Reviviscenza di giorni
normali
che poco a poco avviciniamo al volto;
sentirli sulla pelle può dare veemenza,
sindrome festiva di saldi e ribassi,
ogniqualvolta mi accorgo
che sconto il silenzio di ogni capienza
di vita, mi stringo in casa
a ciabattare, tornire le storie
per farne pezzi da montare e smontare
a mio piacimento,
godere del tormento di come
si fa quando viene il Natale,
facendo disfacendo i fiocchi sul giornale,
banali notizie da riciclare.
Sono partiti gli amici
seduti al tavolo a bere,
guardi il tuo mal di testa
sono arance sul comodino.
Pigi tasti di macchina da scrivere
finché mi aspetti.
Mi vedi come ombra
incamminata sui cigli
arrivare e premere il campanello.
Amare. Si turano
gli odori,
lievi sipari di olive verdi,
salamoie inerenti
a me e a te,
che indurisci il tuo seno
di acqua trattenuta a festa,
ancora per protesta.
Quasi una maldestra terapia,
cura alla paura
che sia io per primo
a scivolare via.
Sto come sto
e vado avanti di schiena
perché di testa cado svenendo
quando fatico che non ci vedo
quando il mio sangue è fiume in piena.
Ho fretta, ho furia
di addolorarmi nella confusione
di poca calma;
confini che saltano a piè pari
l'impazienza di morire
un tanto al chilo.
T.A.C. Tomografia
del pensiero.
Quali macchie ti restano,
nel lobo frontale, ad impedirti
il movimento e il grido?
Un bagno cerebrale
con raggi di soli atomi,
non è acqua satura
di sali aromatizzati al sandalo.
Guerreggiavi con la tristezza,
invadente quasi quanto il nero visitatore,
cancro dell'anima, pare, e ancora
ironie prima di tacere.
Nel desiderio di
farti mio
ho spaccato i fili
di quello stendino
su cui appendevi
l'anima ad asciugare
appena finita di centrifugare
ai cinquanta gradi di
questo nostro amore
essiccato.
Giovedì si
fa poco conto
di avere acquistato al mercato
il giorno che prima c'è stato.
Di avere pulito quel
lembo di terrazzo, sterminato
formiche comparse nel sogno come
pruriginosi assoni a lenta
trasmissione; ci rivestiamo
di mutande lasse, tenute su da
bretelle stradali, ridiamo al
mare che ci sta stretto in vita
e la cui mostra abbronza
quel viola di sale corroso. Avete
acceso alluminio, bitumato
lo specchio, nascosto gracili
nubi nell'ordito dei fumi;
tessuto l'esilio.
Si accorse tardi
della pancia svuotata,
del formicolio dell'anima
come quando si svegliava
dall'amore pomeridiano
e vedeva i giardini a punti
di luce stagna, l'aria lieve
dell'ippocastano alla finestra.
No. Non mi emozionano
i fiori
non i tuoi pianti allo schiudersi
dell'ipomea sul terrazzo.
Siamo un campo di
frumento
su cui si è abbattuta la grandine:
tu con la faccia rigata dal mascara,
io con la fede dell'altra al dito.
Prepotente si alzò
la marea
una corrente al centro del fiume
trasportava frigoriferi, borse e carrelli
della spesa
al largo, verso le baie del Burren.
E' una vita partita, sui binari
della carta geografica, con approdi
velenosi, tormentati;
trappole per granchi rinsecchiti
sulla risacca, attesi da mani
di esteti delle piccole cose.
Una carta a due teste
diavolo e Re
battuta al tavolo
dai guardiani della gabbia
che è il mio corpo.
Lo so già, egli mi violerà
di prima mattina alle sei, quando
non sarò più la ragazza
disperata, riempita di lividi
sulla pelle odorosa.
Nuda sulla spiaggia,
con una gamba più corta,
se mi lascerò prendere
dal pirata, sarà un massaggio
al dolore di bimba.
Stringermi al seno,
al fianco sinistro sono protetta,
a destra darò precedenze
alle due figure d'ombra
che s'allontanano, rimpiccioliscono.
Ecco. Emergo ora dallo sfondo
ad affrontare la battaglia
a forze pari.
Io sono la protagonista
e osservo,
al fine guarisco
dal grasso abbraccio.
Giovanni Turra Zan,
da senza, Agorà Factory 2005
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