Lo Straniero e la Soglia
Lenta la meridiana che ti oscura
la casa e la collina e l'invernale
rito degli esuli pazienti
sui crinali dei venti contrari
alle mense parche di pane e vino
e di frescure come d'intimità
violate in mille stanze imbiancate
di pura calce e sopra i ponti infranti
dei congedi.
Già ti sorprese
frassino in pallore
la tempesta avversa, esile e forte
nel passo marezzato da un odor
di calendula amara,
già ti fu avara la soglia
e la ferina roccaforte
della tua lingua animale
e uno strale di quiete ravvolgeva
la fusa lontananza di corallo
della sera posata sui covoni
di grano e sulla smemorata soglia
del tempo.
L'esilio è
fuga di un solo presso un solo(1)
prima che sia più tardi del fuggire
dove l'erranza è il vincolo disciolto
dello straniero grave che si china
sulla sua soglia già lontano al mondo
ai propri dei all'acqua pura e all'eco
del gesto casto che escludendo include.
Come facile avanza
tra le nebbie
il nomade tamburo della luna
nella notte che disfa croco in miele
ed il fuggire maschera di viaggio
al tenero tiranno del ritorno.
La fronte torna ormai
fatta straniera
fuggiasca a quiete ed a fortezze chiuse
lungo vie di sabbia inviolate
e nelle poste abbandonate
al forestiero che trascina il mondo
nel gemere del passo.
Qui non ci sono porte
aperte al vento
all'errante scontento dai ginocchi
sciolti ai mutanti deserti, ai crateri
aperti dove sego di sorti
brucia scorze di tempo come torri
e alle morte vedette paglie d'oro
cela nell'occhio della lontananza.
Veglia a capo scoperto
chi si china
al silenzio marino come a quiete
sospesa dal fuggitivo vociare
dentro un porto d'architravi di templi
e lupanari e menestrelli inquieti
accesi i fuochi fatui sul ritorno
piega stagioni amare a lievi giorni.
Prima del più
leggero vigilare
viene l'abbaglio nitido del sogno
l'assedio alle frontiere dei presagi
offerti i polsi al battito dell'onda
al fuoco sacri canti leva in nodi
di destino come fiori dal limo
e una penombra di dimenticanza
l'oscura rada disavanza a un vento
segreto di dimore temperate
da un furore di guerre e senza grazia
abbandonate ai cardi ed agli affanni
tardi dell'oblio.
Phygè bianca
di soglia e di confine
ai lombi della terra e al fiato terso
della pura distanza della duna
nel deserto che muta tende in carte
di geografie trasumananti oltre
il sostare dei bivacchi
e sete e sterco di cavalli e stelle.
L'albero la casa
la radice
e il tuo senso animale del finito
il crepuscolo al dito come ricordanza
l'inquieta perturbanza dell'andare
per distese di arsure polverose
quando il limes incrocia vie
alle rotte e alle stagioni morte
senza più vento in gola.
Nella tua casa per
una volta sola
fuggiasco in palmo ti rimane il mondo
di taglio e il male dell'abitare
dà volto ai luoghi della ferita
sulla soglia antica della mancanza
oltre la terra dove sei straniero
eternamente sospeso sul confine
dove non pace sanno i tuoi vivi
ed ai tuoi morti memoria nega
la sera spenta di riposo e luna.
(1) Traduzione della formula di Plotino: "phygè mónou
pròs mónon" (Enneadi VI ,9, 11).
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