"Le torri del silenzio"


I
Del principio dell'Oscurità

Metempsicosi dell'onda

Penitenza impalpabile del caos
sulle vaste cifre delle bianche ombre
di giorni che non sanno il frutto intero
ma paziente afflizione dell'assenza
dentro l'eco nel chiostro abbandonato
nell'anamnesi incauta della grazia
sul tempo dei poeti.

Dove gli incontri sembrano presagi
come di chi sospeso a due infiniti
ricerchi il buio negli indizi di luce,
stai, cantando la notte degli eterni
e come lo straniero ascolti il tonante
abbandono vagare l'altrui morte
rovistare le aurore senza eredi
e dire le parole minerali delle ossa
di carcami saturi di deserti
e di sogni fanciulli.

Dai roghi sale il pianto delle stirpi
fluttuanti: theòs anaìtios(1)?
e nessuno, nessuno che abbia nome
osa svelare l'orlo del suo abisso
dell'indomita lebbra della pena
con cui, solo, se vale, dare intero
il fascio di stagioni come spighe
come anemoni incauti e i sogni, i sogni
alteri dell'obolo del carnefice
che vale un universo.

Neanche il numero puro possiede
l'immutato ritornare dell'onda
né l'esatta misura dell'oscuro
riandare (dove ho affondato i pilastri
del mio cielo? E le mani dell'anima,
e la gola deflagrata in papaveri
nel suono-colore del tempo avido
di giovinezza e vento?)

Non ho colto maturi i miei dolori
li ho guastati già acerbi tra lo stame
inviolabile e il pistillo del regno
dell'attesa sui moli e i verdi approdi
di giunchi sciolti d'anima e di colpa
su litanie in caduta quasi ciottoli
e cerchi di onde in acque di sirene
ed echi d'altre vite.

Tra il fuoco di Babele ed Alessandria
corrono gorghi di azzurre correnti
e l'occhio glabro e folle dei vincenti
dell'accadere il ventre tenebroso
corre, e la fame informe dell'inerzia
e la violenta ascesi del morire
nei vicoli del guizzare d'ortica
dei mortali tra il lezzo di liquame e
l'aloe della vita.

Oscura dolcezza di fiele inclina
sete di terra e mare a lievi fumi
d'incenso e mirra e torna l'avvoltoio
l'onda feroce a lambire la morte
torna il dolore con le palme levate
nelle città dell'ira(2) e nelle coppe
la rosa torna fiore.

Oscuramente
l'onda non torna sale
l'onda ritorna mare.



(1) Dio è innocente?
(2) New York, Gerusalemme, Bagdad










Del principio della falsità

I numeri dei giorni

La frode invisibile e eterna svolge
nodi ai destini del mondo nel gesto
rauco e atroce che lega e accoglie il pianto
germinato in croce, le fronti basse
dismemorate in polle di gravezza
e pizie dissennate in coaguli
di fosche eternità.

Ai suppliziati non si nega grazia
di grida e insania d'altra vita
nei bronchi ingramati già di morte
di scempia gnosi e furtive scritture
mai sono sazi i morituri aruspici
rara avis(1) s'affosca nello sfaglio
e nel tribolo meno che in gaiezza
in-vocata impostura di totali
sui lunari smarriti dell'infanzia
terrestre e sovrumana.

Menzogna addenta acqua e terra s'ingemina
col fuoco e ara diffidenza alla mia stella
ab imis e ab aeterno il sermo infaglia
e se s'attorce limpida caduta
attende i giusti al limo ed alla cruna
seduce che s'incaglia alla pietas
del verbo eterno esilio.

I giorni mai saranno di memoria
luoghi, non i miei inquartierati in carte
di sapienza stanca e se ancora abyssus
abyssum invocat(2) stai sulla soglia
della tua mancanza e ascolta la casa
dagli orologi fermi e tra la luce
e la bruma come straniero in fuga
guarda dalla finestra dischiusa
la vita tua in tua assenza.


Corrono fili tra la terra e il cielo
dove Jabarsa(3) dalle mille porte
cova la pura forma del cristallo
e scocca l'arco teso della mente
nel quadrato perfetto della vita
inclinato il profilo sul fiorire
di ogni svagata geometria di stelle
sui numeri dell'anima.

Vigila sull'essenza distillata
la matematica dei puri giorni
in pure migrazioni nell'inganno
del labirinto emerso dalle fughe
di tempi senza scampo e senza voce
nel villaggio del mondo e nella stretta
nivea del morire.

Il canto cauda il morso allo scorpione
ora che traggo i numeri al mio tempo.



(1) Cosa o persona rara o eccezionale
(2) Frase biblica che significa "abisso chiama abisso"
(3) Città di Le mille e una notte









E' tardi


E' tardi
dormi forse
di ogni tuo pensare
più fioco
come sorgente dove rissa tace
di acque,
molto acconsente
all'uno e all'altro
molto lascia indietro
chi si siede a fianco
di ogni nuova stagione.

Il mio nome al fiotto di anima e fortuna,
Andros, figlio,
ho dato
e risuonava empio
ogni nome di Dio,
l'ultimo nome mio,
quando vivevo la città immortale
in altro sogno persa
e in altro ancora
quasi cruna di tempo
all'incontrario,
nel cerchio divinamente
indifferente.

Al passato e al futuro
non mente
il volto del fanciullo vecchio
che sei
sei stato
sarai
- solo il ritorno
fa del cammino il viaggio-

Oltre le porte il tempo
ogni silenzio tace
le mille leghe di tenebra e di luce
dei miei sandali,
Andros perché,
dimmi,
ho versato il sudore delle vesti
in mille mari d'acqua di morte
e vita e paludi ho viaggiato
e sparsi inferni?

Nella profonda azzurrità del Nilo
nel livido di morti impuri Gange
in ogni bene e in ogni tradimento
in ogni giorno passato e mai venuto
nel labirinto di tutti i luoghi
ho seminato
anche le tue domande,
e a Samarcanda ho veduto il vento
giocare a scacchi
le mille e cento
verità di ogni vita
e l'unica aporia :
l'essere il Tempo
il fiume e il suo fluire via.

Ti lascio in dono
non il giardino,
l'Oltre,
e il sogno del sogno
di ogni tua vita
e il caos eterno
nel crocevia di anima e di cuore.

Troppo a lungo hai fuggito
il barbaro gemello
ospite negli occhi del fratello
quando senza prudenza
guardi dentro lo specchio
l'altra vita
e le mutate stanze
del palazzo mortale
dove bambino attende
quell'altro te
ingannevolmente.

Della città natale
appesa a grappoli di cupole
e pozzi in vene d'acque rugginose
poco rimane
nel cuore
nel ricordo
nell'incubo di una rete di pietra
anteriore alla terra.

L'eredità della mia vita
è il granello d'oro
dentro la clessidra
quando deserto
fa sabbia il tempo al tempo,
il canto tuono
e il male necessario
-altra plaga del cuore-
rende parte del bene
di ogni uomo.













Il tempo fuggito


Fui prima.
Fui io.
Presente
di un firmamento assente
alba di ogni passato
di ogni infinita eternità futura.

Fui il fiato
di creatura
e il fiat creatore della perduranza
in grazia d'aria
vento
e di divina essenza.

Fui
prima della corsa
la traiettoria e il fine.

Fui
tra lo zero e il cielo
discrimine e confine
quando vidi la terra candido il collo
incline
alla mannaia del tempo umiliato
come la casta vergine il fiato
nega alla sua primavera mai vissuta
e a Cassiopea e Perseo
il passo tende
di trasognata danza,
se ai cuori la distanza è una vallata muta
se sai
quando mattanza di impuri segni
il volo schiocca alle colombe in coro
e tesse vie come giri di stelle
e smussa falce alla sfuggente luna.

Ritorno al mio equinozio
come il cerbiatto rende alla sorgente
ciò che vi ha tolto
come le bende lascia
chi si risvegli da malattia,
dal male fatto forte
e dalla vita transustanziata in morte.













Dal fiato dell'eco: l'acqua sia



Ora sei, madre, il moto della vita
dal fondo fondo dell'oblio più denso
prima che l'orizzonte incalzi fiato
d'equinozi di sangue a nuove ere.

Ora e per sempre la misura degli anni
alle vene del tempo dai,e i tuoi nomi
come a un miglio di un'onda di nuvola
segno confonde azzurrità di cieli.

Ora non sei né nome, né acqua viva
tessi inesorabile alle corde del mondo,
madre,
e in figure di mura di cielo
più lenta del destino appari
e un canto alzi alle porte dei mari
dove sempre fanciulla bagni il piede
d'onda e nume sibila già la rupe aperta
al fianco e sgorga primordiale vita
quando ancora non hanno i cieli nome.




da Poemetti d'Oriente e d'Occidente, Joker, Novi Ligure 2005