Il fuoco,
quello di prima saltato tra
i camini poveri e gli
stanchi volti addossati
muoveva
piccole ombre
confuse ai fumi
tra legni e allori in croce ai focolari

E il suo viso o già
l'ombra ardeva quieta con lui
il fuoco,
e le ciglia sfogliate
dall'ardesia di fiamma
gli ridevano

Assieme stuzzicavamo
abeti infuocati
coi ferri lunghi,
giocavamo al corri
e fuggi tra ponti di
cenere e brace

Coi ferri incandescenti
linee a rosso di
esili ballerine tra
incendi e buio di carboni
camminavamo

Camminavamo
tra l'inferno di
fuoco dei tizzoni
e quel gioco

Col ferro più piccolo
lo seguivo lo

trai poveri camini
e il suo stanco volto
fatto calore
silenzio

 

 

 

 

 

fine

Spazio al chiarore
gli svanì, nel suo
primissimo abbandono
allo sguardo di
luce e
tempo che
ci vide arrampicati alle
edere dei sorrisi

venne poi l'assenza più
rialzata del respiro,
gli andava tra caverne di
nessuno


chinai stordito il fiato senza fiato,
si legarono le braccia di
noi a
quelle di ancora noi
ai cerchi più su
dei legami


ci tornarono poi i corpi spogli
da quel celeste cammino,
come
senza membra, si
toccarono presi
nell'ascolto guardato di
suoni e odori di fuori


rondini
sfiorarono quel nostro
finissimo esserci
rimasto incantato a
quei passaggi di voli nei
tempi
nel cardine dei
cieli

 

 

 

 

 

Lunatiche di loro (2 novembre 2003)


Il tempo passò
o ancora no
consumarsi ancora vuole
ancora deve,
nel suo breve scordarsi
delle forme che dentro
vi nacquero
dando nascite
seminando geniture di ritorno
e poi dopo tutto
vi morirono,
vi morirono ricominciando
dalla traccia di silenzio disteso
tra croce cristiana e
letto imbalsamato a lumini

 

 

 

 

 

Fredda

I


basse gli s'impastano al
senso
luci d'auto
rigate tra strade di
nessuno,
serpeggiar d'anguilla tra
l'umido di nebbie e quel
passo fiacco
uscito dall'amore spoglio di
una stanza


le scese da
quegli occhi segreti e ubiqui
il corpo
candela giovane
corpo delle sue
mie brame


II

s'oscura più in là
lenta poi
la luce d'ala dei lampioni
mangiata dal buio
che trascina nell'espandersi
quel suo cammino d'onda ai lati di
periferiche sventrate


dalla bocca accesa a rossetto
uscirono tra
l'uscio socchiuso e le mie spalle
rivolte al ripido delle scale
certe ultime parole
dicevano di
un padre con cui parlava ma
solo
nel piccolo cimitero
della sua terra lontana

 

 

 

 

 

Parlavano lento dietro i
resti dei cibi, col piglio lui di
un ciuffo a
tuffo tra occhio e naso taurino,
quasi arricciava al fuoco del camino,
col fare lei invece dimesso a viso storto e
sottomesso
all'uomo con la falce in mano
e quel destino lavorato negli occhi

lui mi invitò a sedere e mangiare
rimasugli di brodo e cipolle
intanto lei dall'ombra di sedia
dove stava
slargò l'espressione per un
ricordo che le davo

tornarono poi come soli a ridirsi
un loro dialetto appartato
li accendeva in
figura unica che
amava quel poco di tutto
un tavolo, due sedie, un camino, poco cibo
il dire di fede di lui
l'ascolto di dedizione di lei

Sfinì il borbottio e
allo scoppiettare d'abete giovane sul fuoco
divenne voce che raccontava l'inizio,
l'inizio di qualcosa, tracciato d'aratri
e armenti alla terra

 

 

 

 

quadro


Gli sfondi di luce davano
l'appena prima della tenebra,
arancini mangiavano il cadere
del cielo fatto sfera di attutiti suoni

in basso il nero mangiava
l'inizio del casolare
e le palme e le erbe
giacevano
su una coltre notturna

e dentro la casa
voci battute
a fatica e gioia semplice
sfondavano quello stare,
spalla a spalla incoccavano
con l'abbaiare dei cani alle lune

Sciolse il respiro
nel buio cresciuto ad imbuto
che scappò grado a grado tra il
pozzo vegetale e
il margine della porta
sullo zampillare di
nascondino delle lucciole
che prime dicevano e non dicevano
tra notte e il loro sospendersi ramato
di lucina

 

 

 

 

 

Guardo nella stanza e
ascolto un tarlo che acuto perfora il
trave del tempo conficcato per traverso in alto

Muovo l'aria tra le mani
aria ora che i volti il
volto di lui non
più inclinato non
segue più la lettera d'alfabeto giuridico non
combatte più con mosche megere che
su tutto
posavano l'estate del ronzio

Muovo le mani come
a ripetere i disegni fantastici cha facevo
di linee sbandate sui miei fogli di fronte ai
suoi ed
era, a ripensarli assieme, come
un mischiarsi di segni che nello stesso indecifrabile
senso andavano come
ora il suo riguardarmi vetrato aperto di là di
questa porta
sul mio

 

 

 

 

 

Più in là, in questa neve alta
nel cielo chiaro
di marzo, oltre le tracce d'un riccio
sotto la legnaia, sento andare nel ventre
del blu, uno scampanare di festa,
forse di morto, così cadenzato

Sveste il giardino a tratti nel mezzogiorno
il bianco equoreo
come la ninfa lussuriosa di ogni tempo
e l'umido della sua pelle terrosa a tratti affiora
sfiorandomi l'occhio attento che gira

rigira attorno a quella traccia di prima spigata
s'abbassa diviene fine per trovare
il tessitore della scia
e in quell'attimo di cerca e silenzio è come
un prendermi di qualcuno il viso
e il braccio per indicarmi
ridirmi
tra la mossa di quel riccio ricomparsa
a scatti
il suo sguardo nella neve sparso

 

 

 

 

 

da Millenario inverno, Book Editore 2007