Autobiografia

 

Certe sere hanno silenzi più lunghi

ombre che ci sfiorano leggere.

Sono i sospiri di quelli andati

di là dalla soglia inavvertitamente

           fermi  appesi

sull’oscillante confine allo stipite d’aria

             lacerati

da un sonno che non viene.

Quieto inferno.

Spettri che non sanno tornare.

Servirebbe una mano.

Ma i morti non hanno mani.

 

 

 

Neve d’aprile

 

 

 

                                            Edere? stelle imperfette? cuori obliqui?

                                                    Dove portavano, quali messaggi

                                                                     accennavano, lievi?

                                                                    Vittorio Sereni

 

E poi farla finita con il dolore,

le distanze

 

Sul tavolo

confusione di conti insoluti, fogli

d’appunti e scadenze

(illogico sentirmi a credito?)

una penna che non scrive, un vaso

senza rose, una crema per le rughe

(riavvolgere la vita addietro,

fermarla in un nido?)

un libro di Hesse

e la frase in copertina:

Io credo che la vita abbia un senso.

 

Fuori il vento di aprile

scrolla i platani del viale, qui

nessuno viene

solo tu che parli e carezzi il cane

e io che non sento.

Tutto si distanzia. Ascolto il vento.

 

Dimmi della neve.

 

 

 

 

È l’ora in cui le ombre divengono inquiete.

Chiudono il cerchio di un giorno d’acqua

e di foglie corrugate nel vento. Nulla

accade,  in sottrazione

si compie la somma dei giorni.

Sfibrata veglia, il tocco bianco

della luna, l’ombra di un muro sul foglio.

Tu che leggi, senti il risentimento

dell’ombra, il furore

delle stelle e della pietra?

 

 

 

 

Volevo un poco di luglio,

il blu del mare, l’elleboro fiorito.

Mi sarebbe bastato un colore.

Conoscere la genesi di un gesto.

Un inguine allegro, un poco d’amore.

Guarda l’ombra

come assale i vetri, furente.

Dopo è il suicidio della luce,

il sangue schizzato sulle nuvole.