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Da La memoria
Etty era il dono
dell'amore,
dolce come il sogno di una terra,
i capelli che parevano un fiume
d'oro. Era nella casa di Amsterdam.
Mi innamorai di lei quando ero
bambino. Correvo sui suoi passi
di seta, mi dissero che era ebrea,
ma io schiumavo solo nella coltre
sospesa della sua luce.
Le parlai con la timidezza
della vita che scorreva nei miei
occhi. Mi dicevano che era
ebrea e fu chiusa nel ghetto.
Era di marzo, quando il sole
accenna la sua grazia, fu
allora che nel mio volto
il raccolto divenne gelo.
Fu ad Auschwitz che abitò
il suo dolore, che racchiusero
i suoi capelli d'oro nella follia
del seme, fu lì che i suoi anni
divennero la creta amara
del buio eterno. Lì Etty
si congedò da me e il cielo
si aprì al suo cammino,
e Dio l'accolse in un velo
dolce come la neve.
Fu lì che la mia sposa
mi consegnò il vestito bianco
della gioia. Ecco, allora
conobbi il peso grande
della catena che mi consegnava
al deserto e esalavo l'ultimo
alito di fede nello stagno
di una cancrena. Non conobbi
più la delicata felicità del tempo,
Etty portò con sé l'alba e il
tramonto. Ascolto ora
disteso sulla panca del freddo
la mia via e se una voce
mi ingiunge la strada dei ciclamini,
io so che l'unico percorso
è il ritorno alla terra estrema di quei
defunti. E serbo nel profumo della vita
la macerazione di un cieco velo,
di un vuoto che sconfina,
perché dopo Etty la mia storia
finì. Finì nel cero esile
di Auschwitz.
Falò
Se amore è
il soffio di vento
nel lungomare lontano e il volto
è il pane dolce dell'offerta,
ricorda la mattina dei canti
nuziali, il saluto nei capelli
raccolti di quell'estate.
E tu chiedi chi ancora verrà
nella nostra terra, dove scenderà
lo sguardo, dove sarà l'acqua
della fonte. E amore ancora
si dirà nella sera dei falò
della calda stagione
che sfuma. Quando il lume si perde,
e quiete si chiede allo smarrito
passaggio che è muta falce.
Il continuo ritorno
Chissà se
è un rintocco di acciaio
questa voce che pare il tempo dell'attesa.
O sia solo il vento che spegne il fuoco
della costiera. Se sia un crocevia
di domande o uno spiraglio
o forse solo il felice rincorrersi
nella verde erba. E nei miei occhi scorre
la campagna appenninica
sfibrata nel suo cielo, stremato
nelle sue antiche conche di luci.
Un suolo lontano come le orfane
che vedo vagare nelle tuniche bianche,
ombre di anni, di ghiacce contrade. E viene
la certezza che ogni giorno nel continuo
ritorno dei luoghi ci lascia.
Sorriso di donna
Seguire l'ordine
che il tempo
ha stabilito è comprendere
le pietre i fiori il cielo. Nel senso
che si vive non oltre il sorriso
di una donna, che trascina
il viaggio nel fiato di una goccia
o dopo che il volto si è fatto
carne. Poi viene il momento
delle domande. Perché siamo
in un vallo che è respiro
e ha risposte ultime
come lo scorrere rapido del fiume,
del vento, come la pena del silenzio
degli ospedali da campo.
Passaggi
Sarà questa
estrema pietà che viene
alle mie labbra il tempo che duole
e smangia il cielo. E nel compleanno
vicino sento la pietra che squadra i giorni,
e colgo un segno del necessario cammino
che mutila nel foglio come
la consegna di un fronte. "Sono
luoghi di guerra", mi dissero, o fiammelle
di uno stanco sentire nell'esiguo passaggio,
in quel varcato silenzio che sbrana.
L'estate finita
La fine dell'estate
giunse in fretta
con l'erba marcia che sconfinava
nella vite e nel rinnovato lutto di mare.
E quando il sole declinò nel suo grembo,
la verità apparve una finestra chiusa
sul giardino, il ricordo che si spiegava
nelle ore, la pioggia che scorreva
sul selciato. E gli anni stretti a noi
e persi nel pugno di una mano.
Verso Pescia
La goccia di una
clessidra
ed ecco Montecatini
e Ponte Buggianese, perché
da Pistoia la strada ci porta
lungo i crinali del tempo,
nei paesi dove si fissa lo sguardo
alle storie, alla vita, alle uscite da scuola
nell'antico convento di Pescia,
con la preside che so
scomparsa e i volti di studenti
ormai padri, e quell'anno in cui
conobbi chi mi tese nel ventre
di questa lingua, e ancora
i sacri parenti, il sapore dolce
dell'uva americana, il granoturco
accecato dal sole e lo scorrere
inesausto del caldo vento, del sole,
del mare vicino di Torre del Lago.
Il viaggio in questa goccia,
che pare un muto istante.
Padri e figli
Prendiamo quella linea
che congiunge il tanto e il nulla,
il solco della sera e la linfa
del mattino. La strada che compi figlio,
sarà la lunghezza del tuo sguardo
o il vestito nero del lutto per il padre.
Ma se nella mente si affollano
le ombre, dobbiamo vivere
la pace che abbiamo tracciato
con fatica. Poi quando sarò
nelle tue terre ti consegnerò
il diario dei miei anni, i colori
pastello del ricordo
e quelli forti della fine
dei sogni, ma anche la luce incantata
che ci ha segnati. E forse saprai
che tutto è nel mare che sciama
da questo finestrino e che il treno
schiaccia nell'infinita corsa.
Il maestro dell'anima
-----------------------------------------A Roberto Carifi
La segreta ombra
che strugge il tuo fioco
sguardo è lama che scorre nell'aperta
carne e non mi sollevano i ricordi. Ma ora,
come un maestro dell'anima, mi dici:
"ci fu il tempo delle parole
e il tempo del passaggio nel deserto",
e il tuo sorriso mi avvolge caldo
come un dono. Allora non penso
più che il giorno sia notte
e il buio ci accompagni
nella sua martellante strofa. Ma non mi
lascia la pena che si fa grave in questa
via minuta di Pistoia, la città dei
padri, dove la tua scrittura
è il canto estremo.
E come è aspra questa partenza
dalla tua contrada, quando
mi dai la mano e stringi la dolce
invocazione di un ritorno alle tue labbra.
Mentre il velato suono del saluto è l'ora
che ci accompagna nella sera.
Il futuro è
una goccia
E questo centellinare
la speranza
nella sacca biologica cosa lascerà fra poco
tempo - tre, quattro, sei mesi - quando questa
corsia sarà solo asfalto levigato dalla flebo,
cosa sarà se non saprò dire degli occhi, fessure
minute scomparse nell'ossuto biancore, se non
saprò spiegare le parole che dentro l'inerzia
di un respiro davano il tragitto di una fonte,
se non sentirò il telefono che stillava goccia
a goccia il din don dei nostri fragili battiti,
che sarà del nome, della voce, che sarà di noi.
Madre
Mi dicono gli infermieri
che "c'è già l'odore della morte"
e io vedo che il respiro si allenta
fino a scomparire, ma poi
ritorna e l'ossigeno fissa
il momento, e un altro, ma io
guardo e vedo che il respiro
dilegua, lontano, e non lo seguo
più, mi fugge, si adagia
là nella "terra degli eventi"
come dice il sacerdote nella chiesa
fredda di dicembre, quando
ringrazia Dio per questa sorella
vissuta nella sua grazia, ora tocco
il suo addio, e ho urlato, quando
il respiro da lungo si è fatto
breve una, due, tre volte,
poi più nulla, io ho stretto
forte il laccio dell'esistenza
quando mi lasciava, lei che aveva
lo sguardo della mia storia, il filo
della via delle grandi stagioni,
ora non riesco a vedere la neve
che scende lenta, perfetta,
in questa sera di pace desolata.
29.11.2005
Loretto Rafanelli,
Il tempo dell'attesa, Editoriale Jaca Book SpA, Milano, Prima edizione
italiana gennaio 2007
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