imponenti rovine si stavano levando, sulla maschera del tempo
avanzando all'orizzonte in globi cremesi, il cui crepuscolo
serale stava salpando, alle porte delle terre orientali.
un solo crepuscolo di umanità. possenti cicli migratori

determinavano un nuovo ed oscuro mutamento.
il ferro dei pistoni, l'olio dei cilindri,
la cuspide dei bulloni planetari decuplicava
un esteso diluvio radioattivo, sulle ceneri dei gigli

che crescevano al margine dei logori boulevard,
sulle torri d'avorio dell'era perversa. dopo avere
fatto bollire il manzo, aver messo prezzemolo
di Vera Luka sulla griglia dei sardoni, con file

di sedie a ferro di cavallo, e vino di Marashka,
oscure nubi ai piedi dello zenit, si inabissavano
sul cielo rosso sovrastante la cerchia di Stari Grad;
i pochi slavi invitati al tavolo, avevano la fioca

luce sagomata sui volti, e con le braghe sdrucite
prendevano in mano il brindisi fraterno; attorno i vicoli
possedevano un odore che feriva. il tempo della catastrofe
avrebbe avuto la sua pur semplice, santificazione amichevole…

ed ora che si sarebbe tornati sconfitti dalla cantoniera
di Lùkas, sulle terre che furono dei nostri padri,
per ingannare la noia e trovare quel poco di dignità,
avremmo avuto bisogno forse, di una guerra nello stile

per potere invertire i ruoli e la rotta
e sentirci, all'improvviso, l'Enea che parte
da queste terre di nuovo in fiamme
in fretta e ossessi, clandestini sulle acque…


 

 

 

cala la notte nella sua rete di buio
l'aria imbruna come una toppa sul lungomare.
che umore nero muove il tempo e quale
cerimonia funebre appieda i barcaroli…

un esercito di spurghi come lingue gialle
senza posa serpeggia all'angolo del molo;
di nuovo pesaro nella nebbia,
è una luce di miniera…

come serve del fango, le gru, nel porto
sono la voce disperata di una città
che sale! sale nella nebbia
nel suo passo funebre, sale allo sprofondo…


 

 

 

venne l'alba e poi a seguire venne
un cielo nero, di corvo, un'ala che preme
la senti? le strade, il petto, la pelle del mondo
e ritma il tempo oscuro delle vite…

città morfina, città di luci spente
venne l'alba e fu il cielo eroinico
memoriale triste sulla 5 Strada,
qui venne e si sdraiò più di una notte…

la busta l'ago le sigarette e il gin!
simile a un predatore falca maestosa
la notte dei miserabili e senza luogo;
la Notte-Morte, ha già scaldato il fiato…

la Notte-Morte, ha già sbocciato gigli!
la Notte-Morte si fa strada, sogghigna
e attende come le conviene!
il suo grande Sipario-Morte, è stato già tirato!

venne l'alba e poi a seguire venne
l'ala cupa di un cielo nero
come da giorni a quell'ora capitava;
venne e sembrava, portarsi dietro l'era…


 

 

 

pioggia. il folle ticchettio del cielo
dalle grandi acque. sento l'aurora
invernale che appesantisce i cuori.
la riva delle cose, il rubinetto d'acqua

primordiale. di sera, è triste il passo
dei vetturini, che sconci vagano
per la falce paludosa dei vicoli.
sopra le teste, penzola grigio l'orizzonte

come un vuoto pendaglio e a nulla vale
affondare annoiati nell'eschimo
come cani infreddoliti. già le vene
possiedono, in corpo, tutto il gelo del mondo…

novembre. dentatura di cane, soffio del nord
polmone secco dell'anno! penso a me, a voi
alla nostra ironica similitudine; così come tutto è
in due parole: fumo e abbandono…


 

 

 

IX. Pittura del genere umano

I

avete mai visto, miei cari, due piccoli corpi umani
a vederli così, due giunchi incurvati sulla tovaglia
uomini vecchi, a cui qualche dio maledetto
ha fatto posto, al pari di marionette sconce

su questo mondo, per seguire il tempo e la fatica;
allora! li avete mai visti starsene chini,
l'uno corroso dalla cecità, le mani tremanti
e vecchie rughe come solchi tra gli incavi della mano

e dita giallastre, usurate dal tabacco; l'altra
sacco di ossa e giunture, non più bella
neppure più donna, ma ossa-scheletro
in avanti, come spezzata la schiena dal peso

dell'era, e le orbite infossate e scure da piccola
cornacchia? li avete mai visti, in faccia alla Morte
vestiti di vecchie bluse di lino e ciabatte
ormai consunte, affannati e pietosi, stanchi

ancora più stanchi alla vita, starsene a scrutare
come ironiche talpe, sul piccolo tavolo di una cucina
nel tiepido calore di una casa vuota
strappare a fatica, l'eterno cartoccio delle bollette?

pittura di genere, signori, pittura
del genere umano…

 

II

dunque non avete mai visto,
piccole scene di vita quotidiana?
non avete mai visto, miei cari,
nei piccoli centri, fuori città, sulle campagne

i giocatori di carte e i bari, starsene intere giornate
nelle taverne, sotto luci bianche da obitorio?
l'oceano di vino e un mare di cenere, sbuffando
come pipe umane il fumo amarognolo, e fare segni

con gli occhi, al pari di maschere e i visi paonazzi
a giocarsi per un peccato di insana vita
per il più puerile dei piacere umani,
una parte insapore, di paradiso?

pittura di genere, signori, pittura
del genere umano…

 

III

avete mai visto, miei cari, ardere la notte
come un pugnale di piaceri furtivi,
e scovare tra gli avventori, una voce
inconfondibilmente caucasica, di donna

prostituta fra le sacre logge dei distributori?
le avete mai viste con i seni aperti, e piantate
come lance, lungo logore serpi di luci?
di un male che mortale infetta

su di un selciato, i fioriti occhi?
pittura di genere, signori, pittura
del genere umano.. dove lo sdegno rifiuto non è
che l'assopito rimpianto del brivido…

 


IV

e la musica che dei corpi si eleva
o l'eresia, compagna di una vita,
ai soli che il tormento il sonno cessa
muove rotta, al firmamento delle vertebre…

così io credo, miei cari, non abbiate mai sentito
l'urlo dell'Apocalisse umana,
questa luna oscurata, dalle dinamo ai nèon
o la notte tiranna di indicibili sogni;

la grande e magnificente alienazione
dell'architettura cittadina, non più alberi
se non lezzo dai bidoni e semafori, lungo
la grande arteria di ciottoli che conduce

al luogo-inferno, al cuore prefabbricato
della periferia, tra due ali in fila di case
popolari, che l'occhio a perdersi vede
il suo destino solo, che annega nel grigio

cosicché terra e cielo portino
lo stesso segno appassito d'inverno,
lo stesso torbido segno
di grigiore umano!

 


V

non avete mai visto, miei cari, il vecchio teatro
l'opera in scena, il luogo dove ci disprezzereste
tutti, il piccolo parco, cuore dello spaccio
e il giovane steso in collasso, sulla panca di legno

umano eppure, immobile segretamente di marmo,
intirizzito, l'eroina sembra gli doni la stessa posa
del cristo, nella passione
di chi come dio, è un Angelos

solo, le braccia che accolgono il feretro
non hanno più nulla che si dica umano,
sono il gelido abbraccio dei chiodi
sfaldati in ruggine, che a fatica reggono

le stecche di una panca-tomba, alquanto inferma
sotto il sipario e le orbite di una notte nera…
pittura di genere, signori, pittura
del genere umano…


 

Loris Ferri, borderlinea, Thauma edizioni, 2008
www.thauma.net
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