|
I
Bisogna iniziare
da qui:
a spasso quattro volte al giorno.
Ignora capodanno e feste comandate
e il materiale dello pneumatico
su cui alza la zampa
ad irrorare
del primo istinto quotidiano
il mio risveglio.
II
(Leggendo riviste
di poesia)
Non chiedermi cosa
leggo
con i tuoi occhi
sul tappeto
ed io seduto sul divano:
è roba per addetti ai lavori
-ti dico
e non è tempo di giocare.
III
Io sto nei margini
nello spazio che non c'è
e guardo le finestre aperte
bluastre e i monitor
e i tetti accendersi nel
controluce della notte
poi accendo la pipa e sto da solo
e non rispondo a chi dice di chiamarmi.
IV
Ma si, cancella tutto,
non salvare
deframmenta, svuota
libera la memoria di chi rimane:
qui si lavora ghisa
(trucioli ed olio accumulati al bordo
delle fresatrici
dei fasti del grigio)
e si montano tappi
ma io compilo gli elenchi
i numeri dei volti dei morti
nell'armadio della stanza-
l'inutile lavoro del becchino.
V
(4 dicembre 2002)
Mi dici che in queste
mura
lavoravano dodicimila persone
gomito a gomito che non si poteva parlare
e allora si andava via col bavero
rialzato, incollato alla nebbia
aspettando il giorno, le bandiere rosse.
A me invece basta un file
per fare i conti col buio
di queste linee ferme
se i sommersi e i salvati
non vedranno l'alba dell'Ingresso 4:
c'è il senso stretto, strozzato
come l'imbuto di quella lista
nel vedere le luci spegnersi una ad una.
Non è colpa mia né tua
se domani saremo entrambi
alla macchinetta del caffè
a ricordare dodicimila persone
gomito a gomito
come in questi elenchi
che lenti vanno formando
a spegnere le luci
sui tetti di Mirafiori.
VI
Mi dici che hai scoperto
l'inganno
lo strano parallelo che si tende
tra la cravatta e il suo guinzaglio
il nodo soluto
oltre l'acqua della mia incoscienza.
Ma io ti dico
che arriva il giorno quando timbro
il permesso non retribuito
del tramonto
l'infinito verso
che abita le rovine del silenzio
mentre scrivo la parola casa.
VII
Alla fine è
successo anche a me
e sono dovuto partire
e niente più di lei
mi ha detto che avevo torto
ad ignorare l'esca del cielo
della nostra città
e tutte quelle cose
che si addensano al bordo
dei binari.
Ma c'è di buono
che tutto è ripetizione
come il panorama della stanza
che muta appena
quando rientro la sera.
VIII
(Pornografia)
È questo schiudersi
involontario
delle labbra, questa pioggia senza odore
nel bosco umido del mondo
lo sguardo inarcato in fessure
chiuse nella voglia di pulito
spurgate
in un fazzoletto bianco.
IX
Di te ricordo il
vento
e la superficie levigata del silenzio
sul ponte verso Piazza Vittorio.
credimi, non c'era attesa
nel nostro incontro
né la danza dei tuoi capelli
mentre lasciavi la macchina
per l'ultimo viaggio:
come il cielo cavo azzurro nell'occhio
la freccia del tuo aereo taglia
la notte
e fa male come una spina
nel dolore delle mie labbra sole.
------------------------Torino
29 gennaio 2003
X
Ecco, inizia l'assedio:
cingono le mura con un serto di lance
che vibrano al fiato del maestrale;
l'assediato si fa assediante
e ha già pronto il cavallo di legno
vestito a nozze per l'ultimo assalto.
XI
Non starò
qui ad aspettare
il suono dell'ariete
a sfondare le stanze del dolore
né il tradimento della sua bocca
a squarciare le mura
della fedeltà interrotta.
Ma verrò a cercarvi
nei vostri campi
col buio, con la mano in tasca
che tenta la lama
a braccare il desiderio
che gonfia le gole delle vostre notti.
Verrò a cercarvi nelle case
a inseguire nelle selve il senno
che si perde sul volto della mia donna.
XII
Non crediate che
quei gesti siano crudeli
oppure immotivati
che non ci sia dietro un pensiero preciso
ragionamenti dietro una tavolo, fino a tarda ora.
Non pensiate che quelle lance che piovono
dai vostri cieli bianchi non abbiano la ragione
che esclude il dubbio da ogni traiettoria:
pensate invece al giusto che saggia la forza
delle vostre mura; all'immagine più grande
che guida la mano che tende l'arco alle vostre gole.
Questa guerra dura l'attimo che serve
a completare il tavolo da gioco.
XIII
E che potevano dire
gli uomini
intorno ai fuochi
con le navi ormeggiate sulla spiaggia:
c'erano degli accordi
un patto tra Greci
e il desiderio che romba nel sangue
sulle armature
per quella donna.
Dieci anni -non potevano saperlo
nella tenda gli strateghi
tracciando la rotta
ma come spiegarlo ai morti
agli infiniti lutti
che non conoscono Elena
il dubbio del rimorso
la bellezza senza risposta
che divide il cuore sulla mura di Troia:
l'accettabile prezzo
di questa guerra.
da I fasti del
grigio, Lepisma, Roma 2005
|