da Diario inverso, Manni 2006

 

 

Lei sapeva del silenzio che sarebbe venuto poi
per questo gli chiedeva "abbassa la voce"
pensava che se le parole si fossero fatte
simili al silenzio la loro assenza sarebbe stata
più lieve come un bisbigliare oltre una porta chiusa
o come qualcuno che senti muoversi nella stanza accanto.

"Cambia tono" diceva a lei lui che non capiva,
e confuso rallentava il passo, cercava un riparo
da quell'estate improvvisa, dall'assalto dell'inatteso.
Ma fu in quella luce stinta che cominciò a sentire
che le cose a volte implodono, senza implorare altro,
e tornano in se stesse e stanno affini al silenzio.
Così cedette e abbassò la voce tanto che tacque.


Mimetizzata nelle quattro sillabe del mio nome
- oscurata la luce, sospesa la grazia -
tento una strenua difesa dal suo sguardo manicheo
e imito me stessa, ma senza ironia
piuttosto come un insetto imita una foglia.


 

 

 

 

------------------------------------------------a Damiano


Ecco lo splendore del primo giorno
dopo il buio serrato nel grido
di tutta la mia vita radunata là per accoglierti.
Ecco l'attimo del "sia la luce"
nell'aprirsi dei tuoi occhi
nel dilatarsi dei polmoni al passaggio
dall'acqua all'aria e il pianto inconsolabile dello strappo
- dopo milioni di anni impreparati ancora al nascere
così come al morire.


 

 

 

 

 

Nessuno può negarmi la pace
e nulla può darmela
posso solo raccoglierla
all'imbrunire del canto
quando l'oscurità manda in frantumi la luce
e la stanchezza mi rende roca la voce...

Stanotte è tutto così intimorito ed esitante
che è l'anima a chiedersi se il corpo le sopravvivrà
in quest'avvenire senza presente.


 

 

 

 

 

E' un presente puro
mondato dell'attesa
- un mare senza risacca
un sorriso nello specchio
un vecchio amico...
Un presente pacato
privo dell'ansia dell'attimo fuggente
un presente sativo...


 

 

 

 

 

Mi coglie di sorpresa il lento ritrarsi delle cose
alla strenua avanzata degli anni
il perdere di sapienza del corpo
per cui preparo un'intimità più attenta
che riconcili i gesti con l'assenza
e tengo per mano la fede mentre negozia la pace
con la realtà dei fatti.


 

 

 

 

 

Una radice breve è quanto ci ha uniti
e poi divisi - un seme gettato tra i rovi
un frutto senza infanzia.

 

 

 

 

 

 

Avrei voluto una bugia o una verità inventata
che desse pace e un volto accessibile a quanto si negava
ribelle nelle sue parole senza cielo né sguardo.
Parole dette col fiato sospeso su una verità
vegliata da un dio vile - un dio da cui non avere nulla
da temere e nulla da sperare...


 

 

 

 

 

Se mi ospitasse in quel silenzio
che la sera un poco sfugge al suo parlare d'altro
starei come il cuore rintanato nel battito
ma somiglia a domani oggi…

 

 

 

 

 

 

Ci sono vite senza un centro
o vite in cui quel centro s'è perso
un po' come si perdono gli amici dell'infanzia
o come ci si sente quando gli sguardi altrui
ci stancano e il silenzio ingobbisce
e le parole cercano un rifugio
nell'acropoli del significato e stanno nei penetrali
dell'anima come in un abito trasparente
o come nella sua voce
di tempo ritornato sui suoi passi
o di luce giunta da una stella morta.

 

 

 

 

 

da Biografia a margine (Fermenti 1994)


Proporsi la realtà
come via di scampo
alle illusioni del sogno
più dolci di uno sguardo
che ti ristagna addosso
o ti trapassa
ma è già fermo
su un punto oltre te.

 

 

 

 

 

Ha un che di sfacciato la luce gelatinosa
del mattino, noncurante s'attarda,
esita in bilico ad un'apparenza già corrosa
cui non so dare nome,
né so spiegare come né perché
non ci sia alcun discorso interrotto
da riprendere. E mi percorre
un pensiero intatto
di alberi anzitempo fioriti
a un inganno di sole.

 

 

 

 

 

 

Si è scollato un lembo
della carta da parati
- quella fiorata un po' ingiallita-
e lascia che si veda il muro
di un bianco insospettabile.
Ma vedrai basterà un amano di colla
perché tutto torni come prima.

 

 

 

 

 

 

Se ci fossimo conservati,
l'uno all'altra
uno spazio di consuetudini
per poterle poi rinnegare altrove
- preferendo vivere in un tempo apocrifo-
forse non avremmo appreso di noi,
ciò che ora sappiamo
e che, inevitabilmente, ci divide.

 

 

 

 

 

 

da Mutamento (Fermenti 1999)

 

Abbiamo trattenuto a lungo gesti e parole
in giorni in cui il silenzio dilaga
incupito dal riflesso d'ombra
di cose inasprite nell'immobilità del presente.
Abbiamo tentato invano di indovinare il sole
dalla scolatura di luce sul muro al mattino.
Trema un orizzonte sotto le ciglia,
un pensiero lievita e preme come pane di cardo
a dire di noi l'esito ignoto.


 

 

 

 

 


E' questo il tempo: quando so come,
ma non dove, quando perdo la parola giusta
cercando una verità che non sia nel mezzo
e trattengo lo sguardo
dove il bene è un'eccezione.
Sarebbe stato meglio accordarsi prima,
sulle menzogne da dirsi e non come ora
che sto in forse con me stessa e con chi
non l'ha voluta sapere quella verità smentita
da un peccato di forma.
Mai nessuno mi ha giurato fedeltà sostando,
sui miei fianchi popolati e senza regole,
né fui io a barattare il coincidere
per l'atteggiamento
dimenticai soltanto di tornare…

 

 

 

 

 

 

Dovevi chiarirmi la tua ritrosia
prima che il tempo fosse bonificato di noi
e non imitare la mia assenza
a me che già deglutii la sua
e ne fiutai l'odore incattivito
nel chiuso del rimpianto.
Ora che sul foglio ti decanto
divengo un emistichio ardito
se tento Dio dicendogli che vado
dove Lucifero rinasce
alla sua originaria bellezza.

 

 

 

 

 

 

Tu, madre, occasione violata
mancata fatalità d'essere simili
perché diverso è il senso e imprevista
è la stagione lievitata in un'imprendibile
vicinanza dove non ci accorgiamo
della differenza resa sorella d'affinità.
Ed è per attitudine all'assenzo,
che escludo tutto ciò che non afferma
eppure nego il fondamento, rinnego il nome
cui non so adeguarmi e dileguo.
Spezzato il ramo m'innesto
dove la voce si trattiene genuflessa
inarcata in un silenzio che - acerbo acerbo-
a lei s'arrende…

 

 

 

 

 

 

Abituata ad altro
questo che tu dici non lo intendo,
né questo che tu sei:
io vivo dissipando la mia forza,
come Maria mi scelgo la parte migliore
e detto da una donna vedi
somiglia alla luce quietata dall'ombra,
al giorno confinato in fondo alla notte,
ma ancora olio ho nella lampada
e posso vegliare sul foglio, sull'avida
pagina di friabile grana, su una lingua profana
cui testimonio il mio amore
perché anche lei possa amarmi
e di sé mi renda parte.


 

 

 

 

da Verso Penuel (L'Oleandro 2003)


Manco di un dolore profondo
di quelli che disincarnano l'anima
e la fanno sublime.
Fin qui gli anni sono stati un abbraccio forte
dato al buio, come di chi non sa parlare
e alle braccia cede quel potere
Anni trascorsi con la scure alla radice,
anni di verità fallite, di gioie laciniate.
E' dunque mio un dolore tutto intero,
già maturo, già presente nel pianto
insolente della nascita. Ne sento
il mormorio di mare, il moto di risacca
nelle viscere- salmastro respiro di lama
dentro m' incide l'evento che consola.

 

 

 

 

 

Avrei dovuto imparare
dall'umile ritrarsi dell'ombra
al passo della luce
prendere esempio dall'ombra lieta dell'acqua
da quella mobile trasparenza
il vivere aderito all'obbedienza.
Ma somiglio a quell'istante
in cui anche un orologio fermo
segna l'ora esatta…
Per questo restano acerbi i peccati
inagrestisce la coscienza nell'ovvietà
ma la necessità rincasa a dettarmi
d'un mondo sommerso:
pazienza su cui s'affila il verso.


 

 

 

 

Baciata dal tempo e da quel bacio all'attimo consegnata
sminuzzo la realtà per meglio amarla
nell'ora in cui le rondini tornano
ad abitare le fessure di pietra e gli angoli
della stanza placano la loro aguzza forma.
Vorrei tornare a questa vita col privilegio
di chi non si è mai guardato in uno specchio
per darmi un'esitante certezza
ora che esito soltanto.

 

 

 

 

 

 

Andare dove la luce dura l'infanzia
e il passo svelto di quanto in me riposa
in altra quiete e invecchia alla distanza
dal fiato corto delle cose.
E' tempo anche per me di invecchiare
ma piano ancora come chi fa le cose a peso
confuso dallo sciabordio dell'eternità
contro la chiglia d'ogni attimo.
E quella luce cui vado in trasparenza
in dismisura di te
che al canto sfrondi il mio penare
è cronaca d'ombra
veste del mio nuziale esistere.
Ha un senso vivere e lavorare
se una bambina mi guarda a lungo
e poi mi dice "sei bella" e alla sua voce
io di lei m'accorgo e del suo sguardo intenso
fermo su me assente e sanata risalgo al mio presente.
E le sorrido pure se so che non è bello
il mio viso stanco, annoiato e a disagio
per il mio scoperto esilio per quell'asilo
in me la benedico, per i suoi occhi patria
al mio foglio là in apnea e all'inchiostro calmo
che spero sia tempesta.



da Le stanze inquiete (inediti)

 

--------------------------------------------------Qui stanno gli anni le storie inconcluse, gli
guardi senza più coraggio, le assenze dentro i sogni o le troppe presenze ancora ancora senza degna sepoltura. Per questo sarebbe meglio cambiare il pensiero ora che è cambiato il secolo e il silenzio s'è fatto più fitto e anche le parole sembrano tacere così che si diradi questa luce bruna e la paura sorrida di sé e sollevi il capo dal risentimento.


 

 


Sei piani e cinquecentosessanta passi tra me e questo armadietto di grigio metallo dove il camice appeso attende il mio corpo per farsi anima e generare foglietti sporchi di parole, nate per fame e per sazietà. "Negli occhi degli uomini il pane delle stelle mi è parso buio e raffermo…" , i versi di Char puntellano questa giornata che mi sta davanti tutta intera, tutta in luce. Ma ecco ora è questo l'ombra, questo stare nel fiato senza memoria, col solo ricordo del presente come il cielo che corre piano la sua corsa senza attimi.
"E' questione di buon senso. Non credi?" dice la donna all'amica che annuisce ma come assorta in altro. E penso che più che buon senso un senso buono potrebbe farci strada, essere varco verso quel piegarsi pietoso, verso quel corpo genuflesso in noi che non ha nome e non si può invocare, ma lo senti a perdifiato, lo tocchi dal rovescio.


 

 

L'uomo ha pagato il conto ed è andato via senza avermi rivolto nemmeno uno sguardo… quasi fossi solo un pezzo, un accessorio di questa cassa numero quattro… Allora mi è tornato in mente Antonio un galante signore dai candidi capelli che mi portava mazzetti di margherite legate con un filo d'erba o Aime un ragazzo colombiano che mi lasciò una rosa rossa sulla cassa e scappò via o il signor Eugenio che si preoccupa che io possa fraintendere le sue intenzioni quando mi offre un caffé.
Non sanno che fiori e caffé sono aria, sono ossigeno, sono la salvezza terrena dell'anima.