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Il poema marino
di Eszter (2005)
Il poema marino
di Eszter
------------------------------------Se
ora ci incontrassimo, solo per un giorno,
------------------------------------sapremmo
con esattezza il da farsi. Solo per un incontro!
------------------------------------Non ci
sarebbero più parole superflue,
------------------------------------se tu
venissi una volta. Invano ti prego.
------------------------------------Ciò
che di noi è rimasto,
------------------------------------proprio
come tutto in fisica,
------------------------------------come
il moto, la materia,
------------------------------------è
una specie di espressione algebrica,
------------------------------------una formula
fissa.
------------------------------------István
Vas, Formula
Amorefossadellemarianne, foss'anche
nel loto, nel fondo limoso il tuo sguardo,
a spanne e spallate sbalzato dai flussi
lo troverò. Come il luccio che allaccia
la preda a sorpresa,
con squame di tinca
t'abbranchierò per farti annegare di melma,
di mota e belletta, di tutto il terriccio
salmastro che ho avuto in regalo da te.
Quand'eri regina
delle montagne, cosce
di pietra e gambe a valanghe fiondavi
in slavina su quel che restava di me,
risate di ghiaia spargevi in vallata
e nevi d'acciaio
e non c'era notte
senza uragano. Padroneggiavi su albe
vestita di vette e di cime, viottoli
avevi per labbra, ma troppo scoscesi
e tortuosi. In mano
giocavi col tempo
delle salite, annuvolavi le mappe,
straripavi i cammini e dighe ponevi
alle sortite dei più coraggiosi. Furono
mesi di morte in
pendio per il gregge.
La legge del forte è legge di Dio.
Amoremioesolomio, no, non mi hanno
ucciso i tuoi terremoti, e nemmeno
i tuoi ciottolinsulti
mi hanno scalfito
nel viso. Ho sorretto il peso del marmo
su lastre di ghiaccio, ho inghiottito la selce,
ho bevuto pietraie e faccio fatica
a morire, avresti
dovuto saperlo.
Ora sei scesa nel
mare, e speri di essere
dea degli abissi. Il castello l'hai cinto
di squali e murene, come bastassero
pesci feroci a fissare il tuo impero.
Che buffi quei cefali
in riga davanti
al cancello, hanno il nero fucile di seppia
ma l'aria tonta del tonno assonnato,
l'acquoso ululato del pescelupo
li farebbe scappare.
Come sardine
le onde si accalcano sotto alle mura
aspettando un tuo cenno, fanno di tutto
per un tuo sorriso, ma tu non ti doni
che a scafi, a sommergibili
in assetto
da guerra e cannoni che sparano a terra
bolle di uranio impoverito, perché
anche tu sei detrito marino, il tuo regno
è acquitrino.
Hai corona di stupide triglie.
La tua tunica è alga mucosa. Sei la sposa
del pesce piranha. Non si bagnano d'oro
gli scogli che tocchi. Ascolta la brezza:
mancano pochi rintocchi
al mio arrivo.
Amorefossadellemarianne,
foss'anche
sul fondo più buio, il tuo torbido sguardo
io troverò. Ho polmoni più gonfi di nubi
invernali e in apnea so resistere giorni.
I ritorni delle maree
ho già visto frangersi
a riva. Su vascelli fantasma ho lottato
i corsari, e se in bocca a balene ho passato
le notti nessun faro indicava la via.
Ci saranno buriane,
venti di bora, poi
scialuppe, zattere in rotta, poi risucchi,
scirocchi, turbini poi fulmini in mare
e bufere di sabbia e di sangue e sudore e
bonaccia sarà
ancora miraggio. Ma amore,
foss'anche l'ultima cosa che faccio, il tuo
sguardo io troverò, foss'anche l'ultima tappa
del viaggio, il tuo sguardo io
(Il poema marino
di Eszter, Trieste, Battello stampatore, 2005, plaquette)
da poema disumano
(2006)
mine-frammenti da
poema disumano
I
Affastellati in sudicie
suburre
siamo, sparpagliati e soli, in gazzarre
da vicolo. Qui, l'unico pericolo,
è scampare al pulviscolo corrivo
che scorre di casa in casa a corrodere
i bulbi oculari e a ustionare retine,
a prosciugare muscoli ciliari,
iridi, se quel che resta è ferrugine.
VII
I nostri sono amori
periferici,
troppo tisici per tenere testa
alla vita. Nell'ultima volata
rallentano, s'intronano al traguardo,
stanno attoniti, tonti, catatonici.
Lo sguardo di chi è rimasto di stucco
e il volto sudato. Il palato secco
del maratoneta mai arrivato.
XVII
Certi giorni Sior
Morte gigioneggia
alla grande, sgiraffa leggendario
su gronde e graticce agghindato in ghingheri
e s'aggiudica i giovini più energici.
Certi altri invece grufola e aggobbisce,
s'aggira senza pace, s'inginocchia,
non reagisce, gracchia, guaiola, raglia,
tutto, pur di non partire in battaglia.
XVIII
È il dopoguerra
la sciagura vera.
Scarseggiano i viveri e s'incrementa
il parapiglia generale. Ognora
peste e colera passano coi carri
ad arruolare sgherri e mercenari.
Chi diserta si rintana da noi
in letti lamellari, ripostigli,
refrigeranti forni crematori.
XIX
Al crepuscolo, come
rocciatori
c'arrampichiamo sulle ciminiere
delle fabbriche. A chiodi, a canti, a cori,
a preghiere e a picconate si scala,
in lunghe cordate, fino ai comignoli.
Lì, con i binocoli ben a fuoco,
cerchiamo Dio o
---------------le sue coordinate.
XXIV
A volte allucinati
dalla luna
capitomboliamo dalle altalene
alla carlona e diamo in ciampanelle.
Allora, con far ribelle e liberto
alleniamo alla lotta i pappamolli
e gli altri iloti. Innalzati i vessilli,
a gonfie vele in più di mille bulli
salpiamo alla volta dei maremoti.
XXVII
S'addiaccia in queste
lande desolate.
Per darsi una scaldata ci si sfida
a duello, si corre dietro ai dardi,
ci si prende a pedate nel sedere.
Quando anche il fardello s'è assiderato
esplodiamo in strada due o tre petardi
per riscaldarci. Domani verranno
a dirci che siamo dinamitardi.
XXX
Appisolarsi è
piuttosto improbabile
per colpa degli spari. Le pistole
passano il tempo a passeggio e i proiettili
fan venire i capogiri. Le trappole
sono dappertutto. I pattugliatori
in perenne perlustramento. Un piatto
di pasta corrisponde a sei patate.
Una spiata a uno spopolamento.
XXXIV
Di noi si rammenterà
la pallottola
piantata nella tempia in ritirata,
la gavetta ridotta a scolapasta
e l'attitudine a piombare in trappola,
la mimetica tutta spiegazzata,
il grilletto incrostato e attaccaticcio,
l'autocritica prima dell'attacco,
la strategia elaborata a casaccio.
XXXVII
Rombano i cacciabombardieri
in barba
all'armistizio, baldanzosamente.
S'imbufaliscono, s'imbestialiscono
roboanti, si mettono a barrire,
s'imboscano nelle perturbazioni
e improvvisamente sbrecciano il cielo
a rumbe e carimbe tambureggianti,
a mambi, a sambe, a bombe intelligenti.
il poema disumano
è stato edito in due versioni: il solo testo nella collana di poesia
"Opera prima" curata da Flavio Ermini per la Cierre Grafica,
con l'introduzione di Ermini e la postfazione di Iain Chambers; la versione
integrale a cura di Gianmaria Nerli, con i disegni di Ugo Pierri, le musiche
e gli effetti fonici di Lorenzo Castellarin, introduzioni di Nerli e Marianna
Marrucci e postfazione di Rosaria Lo Russo, per le edizioni della Galleria
Michelangelo di Roma. Nella stessa galleria è stata realizzata
nel giugno 2006 un'installazione acustico-visiva del poema
da Inter nos.
Trilogia del prima e del dopo (2007)
III
Quante bufere e che
poca neve sulla tua tomba,
come se fosse fuoco la tua morte.
Non ho bisogno di te. Di come si sta di là
non mi dirai. Mi annoierai con i tuoi soliti
ammonimenti, mi chiederai nuovi gerani
per il tuo vaso placcato d'oro, ed una foto
meno recente, di quando avevi ancora i capelli.
Non ti dirò chi non è venuto. Chi non ha pianto.
Chi si è vestito di nero. Chiedimi come stavo.
Come portavo la bara in spalla. Se mi pesava.
Se ho resistito fino alla fine dell'omelia.
Dove ho dormito la prima sera. Per quante ore.
Quando mi sfiora l'idea di andarmene via, sott'acqua,
nelle pozzanghere, o nelle brecce dei muri a secco
lungo il sentiero di tufo e cani in punta di piedi
spiccando salti di trullo in trullo fino a che un fico
non mi si spolpi sotto le suole come sapone
e ruzzolare vent'anni indietro fino al tuo petto
coi pugni chiusi. La tua orazione l'ha fatta quello
che si metteva la tua vestaglia. Non sei che terra.
Non sei che spoglia deposta in fossa senza le armi.
Non ti ricordi di quella volta che mi hanno punto
coi loro aghi. Tu mi guardavi dietro la porta
col fiato corto del disertore, l'alito nero
del partigiano che ha barattato la propria parte
per una pacca e non se ne pente che a notte fonda
tra i crampi in pancia e il formicolio del braccio. Mi hai perso,
come un secchio che scarrucola in fondo al pozzo,
come un pensiero andato a male o quel che resta
di un desiderio che si sfalda alla deriva.
Prima di te, si decomporranno i tuoi versi.
Fuori da qui c'è primavera, città azzurre,
miele a cascate dai palazzi popolari,
fiumi di latte che sgorgano nelle piazze
e vita a iosa sui tetti e nelle cantine
e anche nei vicoli vita a quintali.
Invece tu sei l'inverno e l'autunno insieme,
sei foglia secca accartocciata che non smette
mai di cadere, cadere e cadere ancora.
E non ci sarò io a raccoglierti.
da Inter nos. Trilogia
del prima e del dopo, in INTER NOS/SS, disegni di Marco Colazzo, Modena,
Edizioni della Galleria Emilio Mazzoli, 2007; finalista al Premio Antonio
Delfini
da SS (2007)
I
Bewerber
Dirottiamo aeroplani di carta nei giorni di vento
Tramontana ci porta lontano e maestrale ci impenna
Nella stiva fa freddo si ghiaccia si gelano gli occhi
Non si vedono piste e non sono previsti atterraggi
Ci copriamo con pacchi-lenzuola e con coltri-bagagli
Incrociamo gli sguardi ma senza azzardarci a parlare
Che l'ossigeno è poco e il pensiero si ossida presto
Ci conforta il reattore che sparge potente il suo canto
Ed è come l'apnea delle prime nuotate in piscina
O la faccia contratta nel vetro del treno che parte
Ci mettiamo a soffiare a soffiare pensando alla luna
Si potesse saltare aggrapparsi coll'unghie a dei cirri
Poter dire una volta di avercela avuta la testa fra le nuvole
A giorni alterni
qui crollano le case in tutte le stagioni
Nelle macerie si gioca a nascondino prima dei soccorsi
Liberatutti canticchiano le ruspe e arrivano i becchini
Scrivono i corvi con tremuli becchi la lista dei dispersi
Con le bombe facciamo
palleggi di testa di piede di mano
Piroette sgambetti e passaggi fin quando non cade per terra
È un saltare di dita che pare la festa del primo dell'anno
A ciascuno il suo scoppio a ciascuno il tripudio di fuochi che spetta
Come stelle filanti le dita ricadono ognuna al suo posto
Ci si stringe le mani e stringendo si aspetta che faccia mattino
Zoppicando torniamo alle nostre baracche con meno coraggio
E c'è sempre qualcuno che arriva e controlla e ci conta e ci dice
Che nel campo si tace si dorme si muore anche il sogno è proibito
Siamo scorie eccedenze rovine del tempo robaccia che brucia
Riciclarci per cosa e per chi riciclarci per fare che cosa
Mentre grida ha negli occhi decine di metri di filo spinato
Col suo filo faremo una fune che sale alla volta celeste
Poter dire una volta di avercela avuta la testa fra le nuvole
A giorni alterni
qui crollano le case in tutte le stagioni
Nelle macerie si gioca a nascondino prima dei soccorsi
Liberatutti canticchiano le bombe e sparano i cecchini
Scrivono i corvi con tremuli becchi la lista dei dispersi
II
Anwarter
Ci areniamo in scogliere e carcasse di mostri marini
Incagliati restiamo in attesa dell'altra marea
C'è chi pesca chi prega chi parla alla stella polare
Le sirene non sprecano colpi di coda per noi
Dalla costa si levano gridi e segnali di luce
Il guardiano del faro fa segno di andarcene via
Pescecani pirati pattuglie di guardia costiera
Quanti denti ha lo squalo ed è fiero di farli vedere
La frontiera si staglia
di fronte le cose e le taglia
In due volti due sguardi due modi di batter le ciglia
Le scialuppe si
calano a mare e si mettono in salvo
Con i remi si accendono fuochi che scaldano i visi
Ci affidiamo spaesati al timone e alla sua buona sorte
Lo scirocco ci spinge si suda e respira a fatica
E nel sale che satura l'aria si pensa alla casa
Alle cose lasciate sull'uscio e i saluti di rito
Ma fra tutte le cose soltanto la terra non torna alla mente
Sbrana un uomo lo squalo ed è fiero del sangue che sparge
La frontiera si staglia
di fronte le cose e le taglia
In due volti due sguardi due modi di batter le ciglia
Una volta tagliate le cose sviluppano forme parziali
Camminare sull'acqua
debilita stinchi e caviglie
In colonna si marcia evitando le onde più grandi
Terra in vista è la frase che ognuno vorrebbe strillare
Sotto il sole si spargono i corpi di piaghe e miraggi
Come giona a decine si lasciano andare nei flutti
Rifugiati nel ventre dei pesci pensiamo alla casa
Elicotteri navi e plotoni di guardia costiera
Dalla terra si parte e alla terra faremo ritorno
La frontiera si staglia
di fronte le cose e le taglia
In due volti due sguardi due modi di batter le ciglia
Una volta tagliate le cose sviluppano forme parziali
Si allontanano l'una dall'altra laconiche ortogonali
III
Mann
Sulle punte torniamo
dal fronte per non molestare i passanti
Nascondiamo le macchie di sangue davanti alle scuole e agli asili
Come prestigiatori ai bambini mostriamo gli elmetti-cilindri
Fuoriescono tristi conigli e colombe che volano a stento
Intervengono leste le madri intimandoci di andare via
Mentre i padri ci tengono ben sotto mira coi loro fucili
E dai tetti cominciano a spiovere lucide antenne-saette
Riserrate le righe e infilzati di fretta tagliamo la corda
Troppo lenti per via degli zaini imbottiti di corpi e granate
Tutto il peso dei colpi inesplosi nei rigidi caricatori
Ci rincorrono i vicoli ciechi gli incroci i parcheggi di periferia
La città si contorce e si spacca e risucchia anche i cieli più
bassi
Nei crepacci le cose incagliate hanno l'aria di essere stanche
Coricati sui cigli sogniamo di dare la caccia al colombre
Sulle punte marciamo tra i crolli per non disturbare i caduti
La sicura si toglie con calma tra acervi di calcine e croste
Con la coda dell'occhio il compagno saluta il compagno vicino
Detonati sul far della sera non siamo che abbagli
da SS, in INTER NOS/SS,
disegni di Marco Colazzo, Modena, Edizioni della Galleria Emilio Mazzoli,
2007; finalista al Premio Antonio Delfini; è possibile ascoltare
la registrazione audio di Bewerber su Slam! Prima antologia europea
del poetry slam, con CD audio, a cura di Sparajurij Lab, introduzione
di Lello Voce, Milano, Edizioni No Reply-Maledizioni, 2007, oppure sul
blog "Absolute Poetry", al seguente link: http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article878

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