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Sono rimasto solo adesso nella casa che è sempre stata tua. Rispetto i ritmi diventati comuni per lunga e lenta conquista. Spalanco le finestre poco dopo il tramonto per accogliere la poesia di Via del Vento e la poca brezza della via maggiore; mi permetto solamente la primissima luce - ora diversa - del precoce mattino; serro di nuovo. Riempio la vasca e le bottiglie in piena notte, sciacquo piatti e bicchieri nellacqua intorbidita dalle prime tazzine del caffè. Mi difendo come posso, inutilmente da questa interminata apocalisse estiva.
La strada, vista da su, è indifferente e immobile come un Sahara di cemento che inghiotte immagini di te e io ho preso sul volto lo sguardo disorientato e opaco dei due cinesi che hanno affittato il fondo sotto casa per iniziare un assurdo commercio di vetri e collanine a migliaia di miglia da Pechino.
Abbiamo ritrovato briciole di un pianto e sullagenda, tra gli scontrini della spesa e i conti del telefono, trascritti con calligrafia dinfante, due versi di un poeta rimasto figlio a vita.
Sarà impossibile lavare via dai muri lombra delle tue notti insonni, e dalle notti il silenzio dei passi vuoti di tutto fuorché di vuoto, il tintinnare dei bicchieri in un Morse incompreso.
V.
Parla di te, più di ogni cosa, il frigo. Chi avrà il coraggio di gettare o mangiare lo yogurt già scaduto ed il budino, di aprire i cartocci per sapere coshai comprato nei giorni prima del suicidio? Non so se lasciar lì ogni cosa sperando che sparisca inghiottita dal nulla, come tutto, senza odori né muffa. Eppure guardo torno quasi chiamato, osservo ancora indovino mezzetto di affettati dalla carta, due wurstel, un poco di formaggio. Mezze dosi: quello che ti bastava e che strappavi a una lotta quotidiana con la pensione minima a un crudele risparmio
del domani. |
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