I.



Sono rimasto solo adesso nella casa

che è sempre stata tua. Rispetto i ritmi

diventati comuni per lunga e lenta conquista.

Spalanco le finestre poco dopo il tramonto

per accogliere la poesia di Via del Vento

e la poca brezza della via maggiore;

mi permetto solamente la primissima luce

- ora diversa - del precoce mattino; serro di nuovo.

Riempio la vasca e le bottiglie in piena notte,

sciacquo piatti e bicchieri nell’acqua intorbidita

dalle prime tazzine del caffè.

Mi difendo come posso, inutilmente

da questa interminata apocalisse estiva.






II.



La strada, vista da su, è indifferente e immobile

come un Sahara di cemento che inghiotte immagini di te

e io ho preso sul volto lo sguardo disorientato e opaco

dei due cinesi che hanno affittato il fondo sotto casa

per iniziare un assurdo commercio di vetri e collanine

a migliaia di miglia da Pechino.






III.



Abbiamo ritrovato briciole di un pianto e sull’agenda,

tra gli scontrini della spesa e i conti del telefono,

trascritti con calligrafia d’infante,

due versi di un poeta rimasto figlio a vita.






IV.



Sarà impossibile lavare via dai muri l’ombra

delle tue notti insonni, e dalle notti il silenzio

dei passi vuoti di tutto fuorché di vuoto,

il tintinnare dei bicchieri in un Morse incompreso.






V.



Parla di te, più di ogni cosa, il frigo.

Chi avrà il coraggio di gettare o mangiare

lo yogurt già scaduto ed il budino,

di aprire i cartocci per sapere

cos’hai comprato nei giorni prima del suicidio?

Non so se lasciar lì ogni cosa sperando che sparisca

inghiottita dal nulla, come tutto, senza odori né muffa.

Eppure guardo… torno… quasi chiamato, osservo ancora…

indovino mezz’etto di affettati dalla carta,

due wurstel, un poco di formaggio.

Mezze dosi: quello che ti bastava e che strappavi

a una lotta quotidiana con la pensione minima

a un crudele risparmio del domani.