Trentadue lattine



I



Ho trentadue lattine di birra gelata,

"un classico" - penso - nel mio

frigorifero nuovo di nuova concezione

ecorefrigerato via telefono

da un provider del Tibet.

Sono un uomo solo

appena tornato dal supermercato

e che si appresta a un pomeriggio triste,

a uno splendido sabato da gita di campagna

davanti alla TV. Ho trentasei

possibili orari in cui vedere

l'unico film che danno oggi,

con ventisette titoli diversi, sui centotré

canali del satellite mondiale

- ed escludo quelli in lingua

estraeuropea (anche se amo

masturbarmi sui porno in russo

o in giapponese).














V



Dio sottinteso

che non hai mai chiarito

se esista e cosa dietro ciò che si vede

Dio dell'orzo, del luppolo

e del malto tostato

non so se c'è qualcosa

oltre la birra, se esiste un modo

per misurare la pressione

la temperatura, la gradazione

più adatte per la nostra vita,

la lattina giusta a cui fermarsi

Dio delle torte cui non rinuncio

mai, Dio dei crostini e delle incalcolabili

golosità del mondo, Dio

del sesso e dei piaceri turpi,

delle giornate di noia e ubriacature,

di Te che non so nulla, Dio di Tom Waits

di Abel Ferrara e di Nick Cave,

ecco il tuo regno:

è fatta la tua nolontà.















Altre lattine






ORVAL*




Mi arrendo al piacere amaro

della Orval, alla fragranza nuda del male

alla tentazione adulta, al cerebrale intento

di non opporsi al peccato, di farsi penetrare

dalla pena di ovunque, distillata;

---------------------------------------- ---mi arrendo

alla fattura dell'ignoto trappista e mentre

ascolto la rumorosa notte del lungarno

cerco il boccale nel buio e cieco tasto

l'aria e gli odori, inseguo gli aromi lievitati

nella profonda cognizione del cadere.


Tentennerà per sempre il mio fatuo volere

di resisterti o non resisterti, sapere o non sapere

che per te ho parole troppo semplici

o troppo complicate?

---------------------------Tu sei la più cauta ballata

di un Leonard Cohen triste, di un morente

Brassens.






*La Orval è una birra trappista "da meditazione", di colore ambrato,
molto densa, ricca di lieviti e dall'aroma amaro e consistente.














PIAZZOLLA




Tentano il ballo

le profumate zingare in punta di seno

strette ai fianchi da tangueros spiritati

ma sfugge loro ogni tempo conosciuto

sulla pista assediata di lordura.

Imbianchini in cerchio sputano per strada

sognano un letto umido e sfatto

un rosario di legno alla parete.

I sandali vecchi non sono buoni

per questa musica, per le loro donne

invase.

-----------------------------Suona Piazzolla

un tango inesorabile per l'anima,

inespugnabile per i loro piedi.















DI NOTTE SOGNO CARMEN CONSOLI




Di notte sogno Carmen Consoli.

La ascolto parlare stregato.

-----------------------------------Ha gli occhi

di pietra lavica non raffreddata

e un'onda di sangue sulle labbra,

la sua voce è un esercito

di suonatori in marcia

nella mia steppa, il rastrello

delle mie povere emozioni da due soldi

un bicchiere colorato e scheggiato

un poeta morente che sogna un tango

un preludio di Shostakovich,

-----------------------------------------un drago.

Da qualche parte ne nascono ancora.














Romance



EXPLICIT




E adesso nel passato torna a escogitare

occhi celesti e sorrisi con radici

nella terra asciutta di quello che ci tocca.

La vede aprire gli occhi al mattino, ferire

con lo sguardo la luce filtrata dalle imposte

e inventa col ricordo nel suo passo

la forza disperata e incerta

di quello che si prepara al fuoco.

Inventa ma lo sa che adesso lei sorride

come un bambino scemo, un assassino

buono coi figli all'ora della ninnananna,

un padre crudele che è saggio e non lo sa.


E adesso sogna che lo penserà

nel giorno più piovoso di febbraio

probabilmente di mercoledì. Se lei

all'improvviso aprendo le finestre

una mattina, vedesse che le cose

i fili del telefono nel grigio

gli autobus gli alberi le case

gli scooter la fontana i passeggini

stanno lì e continuano a capire

così poco di noi, gli uomini meno

(forse qualcosa i cani)

se tornasse da lui come si torna

a una madre che muore, a una

felicità male imparata e tardi

col cuore in gola, di corsa per il tempo perso…


Ma il tempo è il tempo: mai stato gentiluomo

coi gentiluomini, con gli altri forse. Mai

visto qualcosa che finisce bene,

un happy end. Mai visto un uomo,

generoso e solo, amato fino in fondo. Mai.

Niente di nuovo, dunque.

Il buco sotto il letto non è pieno e le parole

hanno il sangue marcio di sempre.

È lui che non capisce più.















Il giorno che uccisi mio padre




Mio padre era un uomo libero

ma io sono più libero di lui.

Il giorno che l'ho ucciso

era un giorno qualunque.

Mi sono alzato presto, come al solito

fatto partire Grace

ho acceso il notebook e messo sottosopra

il frigo, prima di tutto il resto

che si deve fare: sciacquarsi il viso,

radersi, spalancare le imposte.

Il latte era finito; sono dovuto uscire

per rifornirmi (non posso rinunciare

ad una colazione degna di questo nome).

Mio padre, se ricordo bene, russava ancora

ignaro nel suo letto

mentre io barbuto ed accigliato

strascicavo il sembiante verso la latteria.

Pochi minuti dopo era già morto.


Il giorno che ho ucciso mio padre

era un giorno qualunque d'estate:

non un filo di vento o un timore di pioggia

una nube lontana a distinguerlo

da tutti i giorni uguali precedenti.

Fu un giorno memorabile

e nessuno se ne avvide.

Del resto chi potrebbe dire

l'istante in cui l'inverno diventa primavera,

il baco farfalla, l'attimo esatto in cui

il giglio è al culmine della sua bellezza

e il vino sboccato al punto giusto?


Dopo la colazione (mi sembra respirasse ancora)

ho letto le stesse cose del giorno precedente

sugli stessi libri, ma per poche ore.

C'era un bel tizio che diceva nulla

un altro rispondeva ohibò

ma come dialogavano... per dio!

Con tutti i crismi della letteratura

più accurata e più pura, soli tra loro.

Quindi ho espletato i miei doveri di cittadino

scorrendo i titoli del televideo RAI,

e quelli d'uomo d'oggi, scrutinando

le pagine 230 e 101

(dalla sua camera nessun suono sospetto).

Sono poi uscito per comprare

una camicia bella fresca per la sera.

L'ultimo spasmo deve averlo avuto

intorno a mezzogiorno e venticinque

mentre io lucido, cosparso d'olio

di cocco o d'altro frutto tropicale

fendevo le acque delle vasca

numero 80 (o giù di lì)

nella bella piscina di campagna

dove ogni giorno pratico i miei

cinque chilometri di cromoterapia

nuotando nell'azur più puro,

per liberarmi dalle tossine

e dalle scorie dello studio.

Deve essere morto proprio in quel momento

(l'istante in cui toccavo il bordo

- la bracciata tesa -

e una rapida fitta di dolore mi ha sfiorato

la spalla destra come un presentimento)

perché, tornato a casa, del suo corpo

non c'era ormai più traccia.


D'averlo ucciso l'ho capito tardi.

E´stato necessario qualche giorno

per notare l'assenza e interrogarsi

sulla questione, trovare le risposte,

stendere il regesto, denunciare il fatto.

Non l'ho ucciso per caso: questo sia chiaro.

Il colpo era premeditato nei particolari.

Restava da decidere il momento giusto.

L'ho ucciso perché non mi ha lasciato

nient'altro da ammazzare: morti i suoi padri

i suoi nonni e anche gli zii. I suoi fratelli:

morti. Tutti prima che generasse me.

E a cosa serve un uomo se non può

esercitare il suo diritto a uccidere

e a piangere i defunti più cari?

Così ho deciso: prima o poi

sarebbe morto da solo, tanto valeva

farlo con le mie mani,

per innestare in una vita grigia

almeno un mito. Quello del parricida.


***

Il mio paese è piccolo e la voce

si è diffusa con rapidità. Mio padre

era abbastanza noto e in generale benvoluto

(se lo meritava: era proprio un brav'uomo).

Quando fu risaputa l'identità dell'omicida

ci fu uno scandalo di dimensioni

tutto sommato contenute

(forse perché eravamo una famiglia povera).

Non in pochi mi hanno tolto il saluto

ma i più hanno preso la notizia

con la più assorta indifferenza.

Qualcuno ancora fa buon viso, qualcuno

non fa mancare un pacca sulla spalla

non so se per pietà o per compassione.

Io quegli sguardi (allegri, sospettosi,

di disprezzo, d'invidia, d'ignoranza...)

ormai ho imparato a non tenerli in conto

più di quanto sia bene (il bene mio);

passo in mezzo alla folla a gran velocità

sulla bici scassata, quella di sempre

fischiettando

un motivetto che mi piace tanto.







(da Trentadue lattine, Asscultpress, Pistoia 2002)