---------------------------------------------------------------"Auch wir wollen sein"

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Paul Celan

 


L'immemoriale perpendicolo di luce
cadeva, si ritraeva, non lasciava tracce,
"voialtri andate, andate più lontano
c'è un occhio più leggero delle cose
un volto che perfino quella pietra
getterà su di voi con gravità siderale -
lo diceva, rideva -
l'immemoriale impeto di luce - ripeteva -
cadrà e si ritrarrà, lo sapete,
fa parte delle cose, come il mare e l'onda
ma anche noi, anche noi possiamo
quello che non abbiamo mai saputo
anche noi che siamo ancora
obnubilanti opacità, nebbie abituate alla follia
le cose stanno lì da sempre
attraversano costellazioni di pensieri
finché una luce, soffocata,
non ti arpiona all'altezza della nuca
e come una seconda chioma
ti si intreccia sopra il cranio
in una sottile tessitura
allora gridate, gridate a quella cosa
che attraversa, sorge e tramonta,
gridatele quanto è stato deciso:
anche noi vogliamo essere".

 

 

 

 

 

All'ora del mezzogiorno,
il petalo di un fiore mai fiorito
cadde dal cielo come da una mano sbadata,
la doppia miopia della luce marina
l'aveva portato a me,
come per caso.
Non c'era più terra, o mare,
o volto, doppio volto,
limite o barriera,
non c'era più nessuno,
soltanto una deriva senza vento,
un movimento, né lento né veloce,
un corpo.

 

 

 

 

 

Che cosa scorreva in quelle gole
dimenticate dal respiro?
In quale notte le vostre ciminiere
tagliarono nel cielo una figura umana?
Da noi si cantavano parole senza occhi
ed occhi privi di speranza
gli uomini andavano per i campi
a seminare le ultime scritture -
la notte nelle gole
una parvenza di respiro -
crollano gli imperi le torri e gli umani
gli editti sono emessi da omuncoli balbuzienti -
la voce, la voce ci dirà
come nelle notti di questo novembre
anche i fiori più celesti
saranno riabbracciati dalla terra
e trafitti a morte da una mano di cristallo.

 

 

 

 

"Ogni giorno attribuisco minor valore all'intelligenza"

Marcel Proust

 

"Viva la virile intesa
delle amazzoni, limpida congiura!
[...]
ti tornerà alla mente
la mano mia senza diritti.
Le labbra - senza preventivi.
Le braccia - senza pretese.
Gli occhi - senza palpebre,
protesi - nel vivo!"

Marina Cvetaeva

 

La tua è una giovinezza illuminata,
piovono carezze di lavanda e gelsomino,
ti cadono addosso come fiori di cristallo,
come voci sottili sopravvissute alla disfatta.
Quand'è che la realtà mi ha spalancato le palpebre?
Ha lasciato la morte qui davanti,
una mano ci ha raccolti in un incontro solenne,
dentro un amore lacedemone e boschivo.
Da lì in poi tutto è stato pienamente se stesso,
tutto portava il suo corpo
come una veste di lino,
la voce della città ha scritto una sentenza
dentro il silenzio dei tuoi occhi sbarrati.

Afferro gli arnesi del mio sgomento,
delle mie giornate ricurve e dolorose,
oggi vi traspare il tuo intelletto sperperato:
la geniale creatura che ti indossa.

Ho creduto che le cose scivolassero su di noi
nella maniera esatta delle verità naturali,
nel cuore dei libri e delle mie scritture,
del luogo maledetto dove fiorisce la sciagura,
dove la mano di Dio afferra il figlio
e lo decapita,
lì sei albeggiata con passo preciso,
in cuore il muto ticchettio dell'impiccato.
L'odore della bellezza e della gioventù
si è steso come una trama di voci imprecise
sulla tua nuca spartana e sottile.

Il tuo corpo di femmina è nato
all'ombra dell'arma deposta.

Il mio sguardo si è raccolto in preghiera
per la tua Giovanna d'Arco che brucia
e mulina via la bianca guerriera:
la femmina percorsa dal terrore e dalla virtù.
Ed è rimasto un orecchio teso
alle mie quotidiane parole d'addio:
buonanotte, buonanotte gioventù.

 

 

 

 

Noi raccogliamo
un'anfora di pace
una laguna di miseria.
Di', quale fiaccola stringevi nella mano
quando la luna si spense
e le stelle tacquero
e l'unica notte ti si aggrappò alla gola?
Vegliava sugli uomini
una campagna d'acqua,
noi fummo la gialla civiltà dei morenti,
un passo dopo l'altro ci smarrimmo per sempre.

 

 

 

 

Quel pietrificarsi d'acque e ceneri,
intrigo
di corvi e lapidi divelte,
era un intervallo d'anni,
'68-'71, troppe croci,
cento nomi levigati,
ed era l'infinito succedersi d'errori
e l'infinito ritrovarsi spenti,
mia era la mano,
mia la vita,
tua solamente l'iride strozzata, tuo
il respiro avaro,
nostra la sommaria benedizione
delle anime,
nostra la pietra.

 

 

 

 

i.

Fui sopra la semina, la
maceria. Tedesca
la notte spense la candela.
Scioltosi il ghiaccio in un cratere
d'acque, di voci tiepide e solenni,
tornata la materia ad un morire di palude,
ad una tosse afona, noi pronunciammo
i nostri piccoli nomi

 

 

 

 


viii.

E disertarono i giorni, maggio
fu un mese di canti e di galere.
Riconsegnatomi al mondo, vidi
la mia sagoma di nutria sbattere sulla riva.
Primigenia la mia anima
di ingorghi, ingranaggi, periferie domenicali
s'arrese al giorno nuovo degli alberi.
La notte scagionatasi sul sole
non celebrò che semina e maceria.

 

 

 

 

 

Ancora e ancora:
assoluto dopoguerra.

Canti tu
come diga e rettilario,
a precipizio
galleggiano le sillabe sul mondo.

Aperto e gelido
l'anello appeso alla tua lingua -
bianca purissima la rinuncia
tra le mani
benedice.

 

 

 

 

 

È la pioggia, credo,
è la raffica,
è una specie di primavera.

La fronte
come ha potuto a suo modo
morire nello sgomento iniziale?

I venticinque
rappresi in un'idea sovrumana
mandano continui messaggi.
Verso sud
fumano in codice le pietre
e le ombre non impresse.

Cos'è stata
la nostra
se non una millimetrica certezza
o una qualche festività
mancata
nella solitudine precipitosa?

Cosa fui io
oltre l'Appennino criminale
che turbava i miei sonni
e carezzava civile le mie vertebre?

Quale nome
per noi
oltre il dopoguerra?

Nei venticinque collassano le primavere
le notti sono rapidi traslochi della specie,
resiste nel cuore una vicenda,
e crolla l'avvenire
nella secca delle membra.

 

 

 

 

"( )

luce inerme, irredenta luce
che bruci nel mondo inospitale

tra i solchi scellerati e i cancelli
fissati dalla mente criminale"


Eugenio De Signoribus


 

 

Io, come ieri, galleggio.

Nulla di fronte ai miei occhi,
nulla nel brusìo orizzontale,
nulla
nella promessa pagana dei boschi.

La verità -
questo sangue tra ciglia e polpastrello
che ieri era sostanza
giacché oggi un vènto,
solamente,
un libro
aperto daccapo
fino alla dismissione dei respiri.

Il bene -
l'unghia pulita nei pressi del pugnale
e l'angolo ribelle
dell'immenso vegetale
che prese la forma della ciminiera.

Il bello -
ultimo secondo del dormiente
o luce talvolta
che prima l'orecchio,
poi la mano
e l'occhio infine percepisce e dissolve.

Io come ieri
quest'oggi qui galleggio
senza chiedere al piombo
né aspirare al cielo.
Il dopoguerra è acqua,
in fondo.



La premessa -
nei tempi -
fu che nulla fosse nelle cose,
e che le cose non fossero lì.


 

 

Massimo Baldi, Dopoguerra delle vertebre (Poesie 2001-2007), I Quaderni del Battello Ebbro, 2008