Le cose rimaste intatte


Cos'è questa speranza

che va oltre le partite a scopa d'assi,

oltre i tuoi messaggini di ripiego ?

C'è il sonno dopo pranzo

ora, un'insonnia che s'insinua cieca

tra le pieghe di questo stesso letto.

Ci sei tu che mi squadri per quell'asso

giocato male e, prima,

le passeggiate insieme

giù sulla spiaggia, i miei baffi di sabbia.

L'assetto delle cose rarefatte

è mischiare ricordi ad esigenze,

rimuovere paure, ed acquisire

resistenze; il quadretto delle cose

rimaste intatte mi è dato da te,

invece: porti addosso

come abiti gli standard femminili

di questo tempo,

quando mi guardi e a scatti ti rivolgi

al mare, sempre più finto. Virtuale.

Poi, china, scrivi attenta al cellulare,

codifichi pensieri.

Sempre gli stessi.

Cos'è questa speranza,

vorrei me lo scrivessi.






Il mio sorriso prova una risposta


Dici: "così non potrà funzionare."

Non so cosa risponderti, ma trovo

una parola, forse, nella posa

delle pietre, le crepe

nei muri sugli affreschi del chiesuolo,

dove appoggia la luce il Ferragosto.

Ma a dirlo sono solo,

se ci si cambia d'abito

nella corsa e quel tuo così importante

è svenduto alla prima situazione.

"Un quarto di milione si suicida

all'anno in Cina."

E qua non ci sei tu che muori piano ?

La tua lapide pronta è una flip chart,

e a vomitare in bagno

il tempo che hai ceduto.

Vorresti scrivere, mandarmi versi,

ma non ne hai più voglia,

si sente dalle mail,

gli occhi che tieni bassi sulla soglia

del santuario.

"Ed eravamo amici, l'anno scorso"

la tua mano mostra il palmo, poi il dorso.

Si cambia in fretta. Io porto ancora scarpe

nuove per la festa,

ma se posso cambio hobby ogni bimestre.

"Migliorerà qualcosa ?"

Sarei contento se tu sorridessi,

il mio sorriso prova una risposta.

Sono larghe le crepe negli affreschi.





(in un'ora c'è dispersione)


in un'ora c'è dispersione

c'è dispersione sempre e luccicar di chiavi

e pioggerella fine. e perdita.

ramulivi e crocefissi non più polverosi

obliqua luce d'una finestra a quadri

------------------
e pulita. non ci vola nulla.

e non c'è più conquista.

laggiù: navi volanti in vista son ridotti

aerei - ultraleggeri - si schiantano le domeniche


e montagne immense pinne immense tartarughe

vi prego portate il mondo cieli chiari mattini veri

soldati salutano ai cancelli; e bambine eternamente

mute in jeans e camicette altalenano sotto casa


generate un briciolo di vero

vi prego. che duri.


dispersione sempre nuove vene di pensiero

- troppo - nuove. da listino.






Come te del resto


non ti riesce proprio non versare bile

quando pensi al centro destra

-----------------------------------------alla politica.

te la prendi a male con me che lavoro - come te del resto -

e non riesci a toglierti di bocca le tue uscite

che la terza guerra mondiale è già scoppiata

la contestazione del disastro in Iraq

che la società va rifondata

------------------------------------che c'è aria di '68.

franco hai cinquant'anni però

io qualcosa meno

la tua sicuméra se ne va quando accenni che qualcuno

al telefono ha insinuato la probabilità di un virus

quando ti contesto che quell'aria è da soffiare

fino in fondo che il sistema

------------------------------------sse lo contesti

c'hai da farlo a tutto campo

ma ti arrabbi forse per il tuo mancato matrimonio

la mia vedovanza

------------------------il tuo gatto che è scappato.





Il grande luglio


E' il grande luglio, questo, che va

visto fisso ai muri, fiere datate

con piogge d'afa, deja-vu d'estate;

controluce ragazze di città


sfilano tra ragazzi e gomitate

e una madre piccola che da

il braccio a suo figlio down, sordità

in quegli occhiali, pure risate


ti direi piccolo (prima che sfumi

la tua età) e chiederei a te

a tua madre cosa potrò sentire


quando sarò famiglia in frantumi

di me stesso non risorto, cos'è

un mese corto prima di morire.






(fa paura il sole obliquo)


fa paura il sole obliquo. è freddo

si può ancora chiedere e spremere

tutto è ancora facile. tutto credere

la cavità ramifica e tocca i mattini


il gelo sui vetri, gli acuti risvegli

in fondo s'incrociano strade

da casa si vedono tetti brillare

lamiera. pesa di schiena


la malattia. voler oltre mappare.




Altered entities of consciousness

prima o poi dovrà piantarla anche

il profumo d'erica. il vuoto spinto.

la presa diretta sul minimo riandare

tra il diverso dire una donna bella

(per averla vista addosso oppure in viso)

e l'ultimo sole già preso in faccia.

prima delle nottate più invernali

delle spese inutili

degli esami clinici,

----------di

stelle congelate in possibili mattini.


prima o poi dovranno scollarsi

l'etichette e i prezzi attaccati anche alla morte

le parole morte che salgono dal buio, tutte intere

dal tintinnio delle posate che viene su dalle cene

e i rumori enormi che tornano come voci

(li si può vedere - di taglio - correre sui cornicioni

e dietro salire nel buio. entità trapezie.

le nuove gorgoni)


forse sarà allora. nell'ombra fioca

delle alogene intelligenti che si riscaldano

alla luce poca. filtrata dalle testiere e dalle federe

impresse ai confini dei sottoletti polverosi

che si troverà lo sviluppo meno lineare

tutto quanto noi alle opportune dosi.






Neanche io sono morta


Qualcosa ci avrebbe guidato

dicevamo qualcosa pensando all'estrema

frontiera del quando, di noi, di dove eravamo

leggevi dei libri di indiani sciamani di yerba del diablo

alleati ed esseri cavi inorganici

nei boschi a fumare nei primi anni

sempre quasi inverno, imbrunire cristallo

e piombo cobalto di fredda di sera

eterna quell'ora protetta di cena

il cielo . . . . . . . . . . . . . . . . e nausea luce.

La valle lei sempre dall'alto a fare l'amore

mi portavi

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

fumavo il deserto a vederla. Da lassù.

Ma ero sedicenne bambina e sei sparito

di giorno nei boschi.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Non sono partita. C'è tutto, qua: la tv il satellite

prende il cellulare. Semmai manca il lavoro.

Poi sempre le solite facce.


Cammino di sera ai costoni dall'alto.

Trovarti la tomba / starebbe un po' a dire

che neanche io sono morta.




Perdita-madre


Lo scroscio di musica applausi e

la pioggia va a un solo tempo, ed è poi

più diversa se la si fissa attraverso che

fa rompere in cielo ferite - apre

il cielo allo squarcio la perdita-madre

ed è qual è male, il male l'affondo.


*


Chiudere la morte - affusola storie -

al qui puntiforme, non vale se

accartoccia a bambini

in fila a sportelli ad attendere il pane


*


Parlerò per sempre

affondo deriva

del ventre che porta

la parola sorda, marina.





Reality throw


I mesi gli anni, i pesi

assenti e la logica dei danni

è un'età anagrafica, la tua,

che spende ed ossessa

affilata al punto, rinchiusa in dentro

fuori che sente se non s'ammala

di non meritare, i figli - e una famiglia -

assesta bmw perse d'occasione e fissa, pone ai

lati il crollo, finto quello, dell'impero, come tutto

forse è brutto, dirlo

soprattutto


*


Segue l'orca, il film il documentario

si spera il sapere di scuola disinvestendo

il multimediale il povero animale

il multinormale non dà i frutti attesi

non da quello degli argomenti estratti

in sede d'esame


*


Non togliendo non spesso le buone

- loro non lasciano le mele

marcire

lei ha sempre un po' di tutto ragione

non si può contraddire

stare zitti e - campioni di prova -

anche e con ogni probabile soglia

al di qua di quello che vuole


*


Germoglia una fame di voglia

agli angoli della mia bocca,

non finisca mai la risorsa

né la moglie ubriaca

ai margini d'una nota

biobibliografica stonata

vuota, un po' rotta

è da tenere da parte

quel po' d'anima stranota

quella disamina, le carte, superflue

di dove oltre si conta


*


Il ponte a travata, più sotto

il vento la pioggia non vieta

l'onda-forza di voglia di più

ribaltiamo tutto nel caso contrario

il domani un sole perfetto. Ci comprendiamo

le ragazze sotto braccetto


*


Lancio reale d'agenzia - mio padre

pulisce il bagno come anni fa senza

variazioni di tecnica - i percentili

dell'amore sono sempre gli stessi.

Ci siamo forse troppo presto lasciati

a mancarsi s'ha sempre tempo.


*


Si rompe la musica

in pezzi fini maiolica gocce

si mastica trita il vetro molare

senza andare non trilla di pezzi

non suona

 

 


Derive



Sonde


L'inverno ricorre con l'oro in gennai

per sommi assolati da dietro cieli

visibili dalle stazioni

il tempo si sa proseguire fin dentro

fin quando saranno di vista dei giorni

le lame di luce negli occhi di perdita-lacrime

polvere-aspiranti ai negozi dei cristallai

in libri di cerca, di mani e fuoriuscite di panico


si lasciano sonde, si calano per scoprire l'indietro

ricordi, s'accendono

le risacche, pulsano l'aria-profumo, l'inverno-vetrato

parlano da tempi scalati, profondi: lenti

convessi-correnti

freddi





Le cose mute


Le cose mute sotto vetro spinto - devitalizzate

sovresposte sezionano il frattempo come lapidi

fossili in un museo estinto

fa orrore il sole - sbagliato s'incista nell'ombra

nei lenzuoli sui teli scabra aracnidi-rughe

si chiamano da anfratti

i correlati neuronali - con voci rotte

insufficienti

cercano spazio-tempo che non serve

brucano il fumo in piazza di tabacco - l'emergere

l'america un'estate che non sopravviene


E tu - tu che sei fascio sotto-raffreddato di neuroni

quest'ora del dopo pranzo - ciclo di causazioni verso il basso

aspetto che torni - che ritorni a guardarmi

stringermi esistenza più senza fiato.





quasi due miliardi


non è tra due estremi e ai contorni che s'interpola

una donna

nella scarpa destra per tre giorni due ciottoli

premono le scosse di un male al successivo


non è la diagnostica per immagini

non radiografie a ottenere quel match - e sapere

di dove sei venuta. chi eri

-----------------------------------------
chi è

------------------------------------------------
poi

l'uomo che all'alba d'ogni giorno al risveglio gl'isolati

segue il suo cane microscopico

come un cieco nel via andare del pre-mattino

i tre operai già stanchi che attendono al buio delle sette

il passaggio. il lavoro. il pomeriggio

-------------------------------------------------
e

i fari del furgonato da dove il sole

dovrebbe comparire

i riquadri al neon di una finestra mentre

la foschia discioglie i punti dell'immagine

la tua foto - presa di nascosto

messa come sfondo al cellulare

------------------------------------------sono il passo appena dopo


sono quasi due miliardi le cose

che non riusciremo mai a dirci

che saranno dimenticate | un istante prima di guardarci




Derive


Frinisce metallo il motore, l'auto è un istante

nell'aria salina, Natale ligure e i lampioni già accesi

nell'aria vento-vetrosa limpida nitida

dell'essere limite a tiro limata com'è - di depressione più dolce


curata di musica e soli smisurati

tramonti

(più tardi si viene a sapere che si guarisce

soffrendo)

ma è qui, sul momento, le gocce d'acqua ideografiche

sul vetro.


Delle volte è stato il dolore - armonica sotto-sentita dello stare

seduti a giocare al computer

il vissuto - a vela disperso, rarefatto, effetto di enormi eruzioni

dal fondo e poi su

percorsi distanti - varianti - da nulla a silenzio


alle volte

le esplosioni di tempo, gli impassibili aggregati d'inverno

che si chiamavano giorni - il buio e il blu di tutto quel vento

che grattava i muri

le spie dello stereo verdi e l'odore di plastica nuova


"Cosa rimane di noi ?"


Correlati. Processi. Un modo di dire.

Delle volte si muore lasciando se stessi

al pianto. Alle derive.







Cristo Re


Cristo Re è buio. Per le sei di sera solennità

del giorno, l'anno domina dall'alto della fine - il buio

in sacrestia riscalda le leggende millenarie, i permeati

di cielo e terra, nei riquadri sacri e la scadenza;

i san gaudenzi in vari punti - la peste aleggia ed è

a destra dell'altare, a voce stanca, sotto il colmo del Risorto,

gli odori dal di fuori, carne magra, bianca

di zucchero filato - le fiere aspettano animali


appena uccisi e ammucchiati, alla gloria spenta delle sere;


e non arriva alle preghiere non intenzionali

ma non dichiara mano, non l'inversa briscola

che sfugge al Cristo Re pensando ad altro, a scuola

è senza senso un Dio di un universo - al volo.

Ma non cancella niente, ché sbiadisce

tutto, tutto rimane con i lari nuovi sull'altare e di tutto

si bruciano scontrini, a fiamma lenta, sublima

nel buio delle casule, le stole: dimentica le tare.





Giorno ad emergere alieno


Di là la languida aria di levante - di là - paura

è grande l'odore di nafta sui binari

l'autunno paglierino - giallo di latte di ombre di luce, stanche

sotto il rombo di aerei lenti - che coprono il cielo di fiamme esaurite

e silenzio di tono bordante, basso

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

insignificante.

Sensoriale paura intestinale - ha mutato la vibrazione

eteronima del vento nel sangue, in

pulsi di centro cardio-assolutorio

odore di latte di dolce che sfronda

onore onere di franare dentro la vita


tu che mi chiami che dici che vuoi delle coccole

è l'odore sbagliato del giorno

è un giorno ad emergere alieno






La vita liquida


Qui si sta ad ascoltare

giorni strisciare sul fondo abrasivo,

sul pavimento del bagno mai pulito, si perdono

chili, nozioni di cinema e fisica

vecchie canzoni di quando s'era marinai

bambini: eroi - i nastri rossi ai capelli

perdite idrauliche

unità di tempo arbitrarie

più danni di mesi, meno di anni

piastrelle crepate

"le so fissare per ore"


"ma è ora di pranzo"

grazie ancora di cuore di queste misure

la vita che liquida cola

nelle fessure





Che ci lasci tornare


Fuori il vento faceva del giorno una lama

abbagliante, gli scuri già chiusi su un sole

supernova agli affanni, alla luce del doppio più intensa

si cambiavano panni ai bambini nell'ocra di specchio per terra

i cannoni, le bocche puntate sul cielo a fine giornata

l'aria chiusasi nei cassettoni confusa con un temporale

ed il male dell'essere al fondo del tempo già nati

circoncisi dal verso retrogrado di orbite lunghe

effemeridi strane di nascite al nulla biologico

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Sangue-lacrime al conto le polveri agli occhi

se nel piangere interi gli incendi solari crollava

un pianeta gemello invisibile oscuro - le chiese

i non luoghi del sempre a spazzare l'asfalto ed i ponti

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Che ci lasci tornare quell'attimo prima del sonno

che ci lasci tornare che prima del dopo

a giocare con poco - i capelli del bimbo che chiari di viso

nei suoi occhi quel nome

il sorriso





Terrestate


Strisciato cielo nero per l'odore di bagnato

di terrestate in pienautunno

sa di Hawthorne e gattopardi

e sale giochi dove lo scadere fu tiro limite

chissà perché le stagioni e il volerle sempre

le copertine argento d'occasione per specchiarcisi

il colpo dentro - il corpo al centro

per troppo tempo senza l'equilibrio

davanti la console un po' bambini

un po' dei mostri

per il sottratto al mondo - il lancio lungo

dagli steccati gli orti fino in fondo

alle barriere le esercitazioni della guerra

simulazioni di scivolamento dentro il sonno - per le sere

le più diverse nascite di un sogno

differenziate per le condizioni sul contorno

e la ricerca - quella - sempre male indirizzata

gli spilli percettivi che infilzati sanguinavano

l'intorno sangue di realtà

fluido lubrificante il tempo giusto e proprio

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

fuori nei cortili

l'aria fine lastra

punge le narici.

Le polarità

tutti i temporali

lo schiocco appena visto

con l'angolo dell'occhio





More hits on underground


la mano è chiara sul muro del bagno - sulla parete

al ronzio del neon corrisponde la sete e il luogo da dove si guarda

nel fondo le fogne e le luci


la variazione del suono da decibel cento a centotre ne risolve

l'assenza di sfumature nel lucore psichedelico

i tonfi lunghi e malsani di merce che cade lungo la storia


la gente è l'afrore il segnale è la mente che non si quantifica

più per il numero ma nella larghezza e l'intensità per il male

sul banco di prova è il vedere spezzare minuzioso che vale l'altezza


dei vuoti e dei pieni - elemento analogico del quanto

la sua esistenza è provata dal ritmo non tanto a rumore

cui ammonta il valore del sale prima di ogni sopravvenienza


virale.





La vita - rieccola


Buio che saldo come montagne - nascosto

luce crepuscolo cala e fa crescere ventre del freddo

la primavera seconda. E la vita - rieccola - è polvere-riso

non è che male assortita pellicola posa sul mare

ci sarebbe da dire - sconfinare a colline ed erosi (vitigni)

a più cose ed amare - lo ricordi [lo dicevi di amare]

ma eri già piccola. Ti si riusciva appena a vedere

sul fondo a mettere a fuoco - perdevi linee incidenti

quasi sparivi sbagliando nell'ombra spolvera debole i muri

gialli nel fumo al di qua - carnevale.


Ecco la vita lavaggio malfatto di storie

articolato di polvere fino coriandoli fiocchi di mente

pensiero - [inesistente]

ogni caso indeclinato toccante cresce e corrompe il finale


eccoti ancora vederti riandare.







Alti su crinali e giorni


Voce luce è un continuo di presenza

per i viali li inghiotte oltre i lampioni e le rotonde

la notte è l'aria della neve - è un fiato di scomparsi di

cenere a-spìro metrica che attacca alle inferriate

di ferro lungo le statali - è vano continuare - è strano

che ad ogni luce corrisponda un filo

di voce stanca di animali - (le foglie cadono nel vento

al luccichio del sole) - e si vorrebbe ogni volta

dire di

continuo "assenza" - alti su crinali e giorni

vedersi in compra-vendita ossuta senza code

a comprare una dose di doux mort

tre quattro settimane sante, una crociera

poter parlare - a bocca piena





Adventus


Della città a secondi d'arco più scura, delle strade

croniche i vincoli di freddo, l'immersione compieta è

pura insolvenza di memoria, d'infime detonazioni di chiaro

dalle vetrine, del manto dei monti - nero, un

gatto malato di sporco e di fame, ha da mangiare

abbondante; si guardano con gusto monumenti, le chiese

da dentro, le penombre, il buio delle teche agli altari

è solo più buio; ed è nei negozi questa preghiera,

sotto le chiacchiere a cumuli rotte, il sibilo

d'un asciugacapelli, il

fine tuning della radio, del rumore

gli addobbi, l'odore d'arrosto.

Si aspetta.

. . . . . . . .

La nuova rotazione il futuro

l'annus mirabilis

s'attende l'atteso, l'ucronico

del piccolo gesto

nascosto bene nel troppo anzi-vetro

la disarmonica neve allo schermo

un colore del cielo sotto-pensiero

la musica araba per i cortili, sotto Natale.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Città attonita attende

ogni cosa. Ogni niente.





Voceneve

Cade sfusa. Ricorre di splendido, fugge riflessa,


non sono che scheletri rami e da sotto, dalle cantine

cataloghi e cose francesi, la France dei settanta

ed il freddo, collima e si allunga, mal detto.

Riallinei brividi, tu. Tu che non vai, mai, è solo

una scelta, riformuli termini, vista la vita un insieme

di problemi complessi. In fondo, ad olio su pianto,

c'è neve.


*


Fresa rumore, l'enorme. Di là sta mia madre e

non si può se non dire che aizzato

ricorre, in linea, con un dietro e un avanti [in differente]

a scelta svilisce, in capsula, ogni parola

la voce.


*


Quomodo cantabimus canticum hominis

rinomini e strigli gli archetipi in terra

aliena scoscende la questua, nel grembo

non tieni che un tempo, più spesso

ricorre il brivido denso.


*


Caro diario, anamorfico,

ti decodifica il tempo, lente

sul fondo, le ore già messe di neve.







Delle varianti e dei casi limite

Le piogge della notte

--------------------------------Ma le piogge notturne sulla terra sospesa
----------------------------------------Hanno ridestato l'ardore che tu chiami il tempo.

----------------------------------------Yves Bonnefoy


Mi svuoto al pelo libero, mi devo,

si accosta la giornata ancora corta, la

memoria simultanea già morta, in

cerca di massa stabile, chiariva, verde fotoelettrico

autotreni di piazzali.

"Ecco, m'hai fatto vivere settant'anni"

ordinando a segmenti i cimiteri con il tempo, ma

in me c'è sabbia: invece stento, recide fine

precisa come un guanto, su risacche indipendenti

di vivi e di entità, bisbiglio spurio in variabili tonali

di detrimenti periodati, vite estratte a punti come denti.


Di fuori il cielo spegne, fino al chiaro nella fuga,

la prospettiva non sarebbe che uno schizzo, muta

l'aria, nel vuoto d'aria di quel vento.

Ed il tempo una frase a scarabocchio nero

"non riesco a leggerlo": navigazione non in crescita, sul

versante non pendente del pianeta.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ogni ora in un ricordo, io e te su quella valle

l'incedere geometrico del cielo, le piogge nella notte

hanno detto.








Xantia


Sequenze di stagioni, inverni rossi ai tramonti vermouth allineati

questo è un presente spesso, più di quando camminavi per i viali di ossalati

del mio paese, su Smetana, sotto i tigli sterili alle cui fronde di dettagli

affiggemmo le nostre voci a mari, inconsistenti;

Alessandra che fosti Xantia, che trovasti la vittoria nell'estate dei vent'anni

le mani non combaciano e gli occhi le doti non sono che distanze e vani

cavalca alta sull'inverno la neve senza scendere e ingrossa il cielo

quieta a fondo in valico nei bui, le note e i sintomi della morte liberati in un incendio.

Appena fuori, sulla statale, s'accorcia il tempo.





Il passo esatto


Centoventi metri di sole, al fianco di dicembre

raggelano, si spengono in dodici minuti, in ombre

nei geli semifreddi, sufficienze di pensiero al troppo pieno

il cronicario della testa, lordo al peso, fino

di questi giorni, calma delle cose al loro posto,

cura femminile per scegliere una camicetta,

pence per pence, bottoni sul colletto;

le somiglianze di cellulari, ognuno nel suo letto,

il passo esatto nei centri commerciali, le casse che pacate

ticchettano scontrini e, le penne da scrivania

distese quadro delle linee sul presente, costante resto del tuo tempo.

In tutto questo

strano che tu ci sia, che tu ancora emerga piano

come una chiamata a vibrazione che solletica la mano

da freddo che ricopre l'aria, regola applicazione,

ricorso-fuga ad assestarsi ai cicli, alle sequenze

di quel che mai è stato; a sdilinquìre il verso

delle cose: "saremmo stati, io e te", non volere|essere

che segno, disaccoppiamento dalla storia

una nota sola, un pegno dell'istante,

una rata di tutto il pagamento.





Io sono


Mi guardano come se fossi io sono

compresso di scatti, di idiomi malati, un uomo

di dati, una remora prima che dura irridotta,

indecidibile santo, corrotto di vuoto


un gioco, con regola singola e - batch che non filtra

Mi sentono consono al suono di uno stendino,

al vestito che sgocciola in attesa di vento.

Nel mese di nascita freddo c'è sempre lo stesso


triangolo sole, muto di muro apparenza. Ad esso, speranza.






T con c


Cadiamo, di sonno più solido tra, spesso,

le pietre di idoli, tra lettere, una lettera t

sulle cose, su tutto, il tasto rimasto premuto, ingrossato

di sporco, restare, come se tutto chiedesse di grasso,

per poter rimanere in ascolto, del delicato, del respiro

del bimbo; di come i tuoi di capelli siano

tesi di tempo - che è campo, che sfera

contenimento, d'umore e di piano, sull'orlo

del mare, mai uguale, contorno.


Può essere qua, può nel ritorno

per t con c che tende al colore, darsi di sole,

stare nel centro, voluto, di questo piccolo mondo.





Direzioni nascoste


Sul porfido continua una riga

di gesso, bianca semina segno, limine

sfoglia direzioni nascoste, le nostre - nel

bianco di gesso, freddo solare, spenta una morte

stellare; fossi riemersa dall'eco degli occhi

invernale, immagine soglia del suolo

tutto quel mondo da

riedificare.

Linee di verso, frecce di senso, andare

di casa - tornare, si pensa. Tu sai. Ci sono

dentro.





La stanza cinese


altro spazio, slot, non ti devi fare

dei problemi: è il carattere formale del programma

della giornata. scegli segni da una base, scene

di famiglia, imparasti come correre apprendendo


dai ricordi, addendo tempo, ad amare per il verso di

non scordare un viso, non riuscire, con stupore

lo stupore da quel bianco, dal riflesso di quel sole

mischiando il vento col tuo fiato, temendo di


non riuscire a respirare - sale, nella pasta

hai preso su, senza mai, preoccuparti delle crescite

coralline degli impulsi, dei tocchi lunghi, dei soffi

nelle sinapsi, la sintassi di queste linee, divertendo


le pretese, le tue offese. i tuoi dolori in contese sterili

ma, fai in modo si capisca: la mente umana ha una semantica,

ti sei trovato, appreso alla finestra, il giorno di Natale

l'assioma successivo serve solo a ricordare, il fatto


ovvio, di aver amato, quanto letto non c'è - mai - stato

solo una tecnica d'affioramento, forse in

superficiale, per rispondere a domande,

ti sei sorpreso a definire toni a fraseggio sillabe


che hai scritto un manuale, di regole non cinesi

del male che hai provato, da tradurre in mandarino

che hai tradotto, poi, hai conciso.

la classe d'ideogrammi (che ti sei) fornita.


che non torna.

i programmi non sono condizione d'esistenza di una vita.






Volti a nascite


Andato nel prato, così aperto, quel che

volevo era un colpo di tosse, quel che sapevo

schiarire il deserto converso di lodi, cercare

le sorti del tremito bianco, del bianco vederlo

al calore che mi mostrasti più denso di prato,

mio padre m'impresse di giorno invernale

in quella, di foto, con una spiga di grano tra dita

il tratto più nitido, inumidita la punta, la mina.


*


Scintilla, che chiedo; scintilla, nel cielo

tre virgole alate finiscono d'essere aerei,

di Sara, dei giorni di vento si sa quasi niente;

di terra battuta, la gomma bruciata rischiara

la sera discesa più lenta, l'America a nuvole

in fondo di bianco, di nero. Che noi lo scoprimmo

il varco nel muro, la cinta aggirava, radente

col fiato sospeso, di fughe. Il presente.


*


Ascolta il motore stellare, a turismo

affiora volare, un bambino che vede,

un mattino, quando da figlio giocò con le spade

stupirsi, ospedale la nascita. Nascere

si dice il volere ogni cosa vicina,

il farsi guidare inconcluso, l'occhio che chiuso

riverbera mare, combina inconsulto

sempre sapere e, ora, preghiera.






1989


Non facemmo nulla; crollarono.

Fu un guastare i muri, quei soli impuntati

di mattini, scegliere miracoli tra i profumi

cittadini, nascere il caldo dal celeste estivo.

Arrivammo in piazza sulle nove di foschia, ci sentivo

patinati a carta lucida, come vetri d'auto e

odore d'interni nuovi, tu avevi ancora perso

la mente nello schermo, rubando musica

alla radio. Crescere è lo stadio di figure

retoriche mai astratte, il brillare di paure

in fondo logiche che mi facesti amare,

smagrendo viva di debole prodigio, luce

dilatata di solstizi chiesti in prestito,

l'orizzonte è solo un discordante credito

che non chiama. Non rinfranca, tu che sei

nessun male, sola speranza stanca






Preghiera in parafrasi di prosa


------------------------Mi rifugiai
---------------------nel pròtiro della cattedrale

-----------------------Tentai di pregare.

-----------------------------------------G. Caproni


Padre buono di noi ossessi, in noi stessi

ricantato e chiuso, concludi il dono,

falla finita, fatti preda svelta, suicida; rimessi

i patti, i nessi, sveglia l'abbandono

di noi piegati, proteggi noi i nomi e i numeri,

appesi a cui scrivesti il tuo valore e il suono

di questa stanca che fu giornata, dei nati liberi

e le sporgenze delle ossa, la morte mossa

in scacco - incontro cronos a delitti maceri

Padre caro, origlia al meglio su noi ricurvi, glossa-

ci la vita, nell'addurvi misteri da rosa-

rio, cose quiete, ma nostre, di cui presunti osi non si possa

avere. Cose che non nostre, non vedere, in parafrasi di prosa.






L'era di un anno solo


All'inizio di quel che era in volo, inizio

di un era

di un anno solo

sei stata finita nel cielo crepato

dall'acqua di un pelo

estivo, di sale disciolto; la pena

è quel che non vale al confronto

tra noi ed il peso al ritorno


alle piene di nuvole rigate dal sole, era

nuovo tenere il tuo fresco, la mano

le maniere più buone, la sera

di domeniche intiere sui vetri

bagnati, la polvere offerta

la morte sofferta di fianco o l'ascolto

del sonno, il croccante gustato

oltre il male rivolto,

dal profumo

di foglie di fresco suicide di pruno.


Dovrà aprirsi il passo

del suolo rappreso di gelo,

a dirglielo teso nell'aria, lasso, la voce

di vita: quel che lasciamo

ci tiene di sbieco, sta sotto. Ne è croce.








Lamiera


Viene da poco

quel tanto di vuoto

che picchietta

lamiera nel

fresco di vento

se sole, se esangue

di pozza piovana

luce di nembo

se equinoziale

non vorrei, ma resta

la stanca, strana

la festa che

dipende, ci manca.