Sono sorelle, in fondo, la tua malattia

e la mia ansiosa, ammorbata esistenza:

ti chiama a una vocazione, lui, quel

l'avido memento che ordina i tuoi giorni, l'oscuro

coinquilino che ti chiude

a una serena nostalgia di vita, quella di tanti,

mentre le voci dentro gridano di uscire,

di perdermi o sottrarmi e farmi attento

solo all'ostile nel giogo della mente,

quando nel vuoto dei miei giorni cadono

ad una ad una come stelle a San Lorenzo

le grandi, le indocili illusioni.















Liberami dal matrimonio.

La morte-in-vita, tuo fratello: quando mi sorrise

Orazio quasi per dirmi con gli occhi addio,

appena poche ore prima di andarsene

con quel suo iroso, ir-

rimediabile strappo o beau geste:

"Ti lascio mia sorella, abbine

cura, Sara è il mio doppio, vedi, io sto per scomparire".

La nostra prima notte in Corso Bassi interno nove

io me ne stavo agghiacciato nel letto a rigirarmi:

"Dunque è così, è vero proprio vero. Ci tocca

di iniziare una vita e di subirne

insieme una gemella annientata,

mi manca il nesso, è un'abiezione questa oppure

una contraddizione troppo grande per me, un contrappasso

le cui sragioni misteriose

invece di intimorirmi m'offendono…

E questa innocente" -

andavo ripetendo fra me e me come in ipnosi

con te al mio fianco che già eri perduta

in qualche canto irraggiungibile fra sistole e diastole

di un tuo lunare sogno di sposina

- "cos'altro mai dovrà scontare

questa innocente cui mi sono unito?"













Esserti stato accanto,

aver patito almeno un po' del tuo dolore,

affermo che è la mia benedizione.

Per tua grazia, io figlio e madre

dell'immaginazione indosso i panni del chirurgo,

attacco a recitare la mia parte

di Tutankhamon Moloch SuperPippo,

con dentro al cuore l'athanor della poesia

divento un re che serve la sua terra, prego, provo

a blandire il male come posso,

pago col sangue il dono che rimetto

al tuo giudizio umano, inquieto, senza profezia.













Ci siamo alzati sorridenti ma stanchi,

uno sfacelo nei corpi, vogliosi di scoprire

che non ci appartenevano.

E guardandoti le gambe, andavo ripetendo:

"Giorno verrà che diventerai un donnone".

Fosti la mia gioia, un'onda di splendore:

non gettati, conficcati nel mondo,

certe mattine riusciamo ancora a immaginarci

segni di un amore che non ha speranza del mondo,

in questo nostro cadere senza fine

io sento sempre che vorrei raggiungerti.













"Non devi lasciarti distrarre dalle cose,

conosco la tua natura, lo sai bene,

ed è per questo che ti dico fa' attenzione, non

trascendere, così avido di vita come sei." Troppi giorni passati insieme,

è una ragione, perché potessi continuare a accorgermi

di un più profondo ardore da spartire,

ma tu alzando lo sguardo all'altezza del vivo mi hai costretto

a riconoscere che sì, che oltre il visibile c'è il soffio

di un'assoluta, carnale fedeltà... Così un bel giorno mi sono ritrovato

a raccontarti, cuore in mano:

"Vorrei farmi sommergere dall'acqua

come il fenicio della Terra guasta o la divina

Caterinetta Fieschi Adorno

arsa d'amore".













Come insegna Silvano

lo spirito va tenuto all'inferno. E la parola

"distacco", quell'impossibile che a lungo ho vezzeggiato

tanto da scriverci su una plaquette… Ti ricordi

di quando insieme si studiava Eckhart,

ci passavamo i giorni, sul divano,

nel nostro tempo buono dell'università. Una gioia

tangibile, esemplare, che ci costruiva:

"Aprite gli occhi, beati i poveri di spirito,

non vi lasciate sviare nel pensiero, la mosca

e l'angelo sono la stessa cosa in Dio, l'alta ossessione

che è giusto abbandonare per passare

oltre, nel distacco, e penetrare in sempre nuovi abissi

del divino…" Per anni rapiti,

abbiamo proseguito quel cammino

senza sapere che la via più breve

non avrebbe mai quagliato con la mia, con la tremenda

impersonale voluttà del senso che io credo

d'essere.

Cosa possiamo fare

ora che per stanarti dovrei dire basta

anche al canto delle sirene e appagarmi.

Ma chiama l'inferno

nonostante Silvano alla disperazione

e non al suo contrario.

Se pure il nostro viaggio in comune

prosegue lungo strade imprevedibili: "Io corro a Magnano

e leggo Isacco di Ninive, tu lascia perdere

il resto, te ne prego, rimani in casa a scrivere."













Ti hanno legata al morbo, i superni,

o forse il fato, la legge imperscrutabile

che agita i romanzi del tuo Hardy e intanto inghiotte

anche la tua, anche la nostra avara

sterile vita. Tu mi hai giurato

di non morire mai, di non svoltare

l'angolo una notte, di non lasciarmi

solo, dentro al mondo, chiuso nel vitreo

lapislazzuli di un sogno da ubriaco.

Il dono dell'ebbrezza

non protegge dal silenzio di nessuno.

E dunque dico che ho paura dell'inverno,

poiché fra le stagioni il tempo danza come un ragno

che tesse in noi una tela e la sospende

chissà dove

fra un polo nero e un altro polo nero

freddo senza fine.

Eppure

ogni tuo flebile sospiro mentre dormi

mi accende ancora di un'invincibile speranza...




© Massimo Morasso 2004