Questi
frammenti sono quasi una giunta al Cordone d’argento, raccolta ispirata
alla morte di mia madre.
Versi
che si sono aggiunti ai versi, come il lutto si è aggiunto al lutto, al dolore
il dolore.
Alcuni
frantumi, isolati e dispersi, della precedente raccolta sono confluiti in
quest’altra corona di componimenti, che per questo può aver perso qualcosa in
organicità e coerenza (almeno ove si escluda la coerenza profonda che può loro
derivare da legami celati, fatti di tenui affinità e sottili continuità
semantiche o foniche, al livello, cioè, di quella che i francesi chiamano “la
profondeur de la surface”); frammenti lirici riemersi da stratificazioni
pregresse, un po’ irrelati – senza avere nemmeno l’audacia e la follia
rivelatrici dell’”écriture automatique”.
Ma
gli eventi hanno sconvolto la struttura della mia poesia così come
quella della mia esistenza; né la scrittura – pur con la sua superficie
levigata e polita, con le sue linee sicure e nette -
è sempre in grado di sublimare o rimuovere la sofferenza. Da ciò i
soprassalti, gli sconvolgimenti, i sommovimenti che agitano i versi.
Un
precedente disegno del Cordone d’argento contemplava certi versi
(invero un po’ pretenziosi e leziosi) in cui era prospettata una sorta di
intreccio tra la Trinità teologica, la “trinità dell’amore”, e la
“trinità del dolore” che mi univa alla sorella ed al padre. Proprio ora che
un’altra morte ha infranto (almeno sulla terra) anche questa fragile trinità,
o ne ha lasciato solo il dolente ricordo, la traccia tenue e tiepida, parte di
quei versi ha trovato ricetto in questo nuovo insieme di testi: una struttura
fragile e direi imponderabile come ciò che è accaduto, e intimamente segnata
dallo strappo e dal trauma, dalla musica lacerata e ferita dello schianto e
della mortale quiete.
Non
c’è niente, non c’è niente, dicevi, chiusa
nella
stanza, e la tua voce aveva la dolcezza
inumana
del soffio d’organo
che
si spegne, sospeso nell’incenso
o
della luce che lenta cede all’ombra
E
intanto, celata ai nostri occhi
versavi
in terra il silenzioso fuoco
di
una tua chiusa pena –
poi
ti gettasti, muta, fra le nere
braccia
del vuoto
Tu
sei morta ogni giorno, per anni, e forse
sono
io che ti ho uccisa, per odio
o
per amore
Hai bevuto
come
un veleno il nulla che ti ho dato -
hai vagato
nel
mio deserto di sguardi
negati
e di silenzi e di risa
amare
più del pianto
e
dell’amore
Di
morte parole, mie e d’altri, per anni
ho
fatto avaro schermo al tuo dolore -
velo
sui miei occhi
all’oscuro
alfabeto dei tuoi giorni
Che
tu possa, nel cuore
della
luce o del nulla, nel remoto
giardino
ove fiore ora respiri
donarmi
il bacio estremo dell’oblio
Io
sono
felice
gridavi
fra
le lacrime, un giorno, io sono
felice
Ma cos’era
la
felicità che volevi –
non questa
felicità
di noi di quaggiù, materiata
d’incontri
e di sorrisi e di sguardi, segnata
dal
ritmo franto dei giorni
e
delle attese
Tu
cercavi la gioia
che
splende oltre il buio
e
oltre la luce, l’amore
che
non chiede un volto o una voce
per
essere vivo
Eppure
io ancora non ti so perdonare
d’averli
cercati in quel gesto infinito
ardito
e vile che abbaglia
ogni
ragione e ogni amore, e consuma
nascita
e morte in una sola fiamma
Ho scritto sei pagine in sei mesi.
Ho cercato in lungo e in largo un codice per i miei pensieri.
Ma non ho trovato altro che un’immensa, variopinta nostalgia.
(da una pagina di diario ritrovata)
Nelle notti serene il silenzio
della casa si addensava sul fremito
delle
tue dita –
sulla punta
dello
stilo che ostinato scalfiva
il
cupo specchio della solitudine
e
tentava l’alfabeto fumoso delle ore
Ma
quale alfabeto, quale traccia scrutare
se
dietro ogni segno come dietro un velo si cela
il
volto evanescente della Madre
(per un’altra pagina di diario)
Il
santuario, credevi
cinto
di nubi, forgiato
dalla
pietra e dai secoli –
il santuario
avrebbe
acceso nel gelido cristallo
della
tua anima un fiorire di parole –
e
invece nulla, nulla era sgorgato
nemmeno
un nudo suono era disceso
sulla
pagina prigioniera del suo vuoto
Forse
è in quel bianco nulla
in
quella pace ghiacciata che ora giace
per
l’eterno velata
la
tua voce
Detr’e’
mi cór – propi int e’ fond
U j’è la mort –
ch’la cruv e’ mônd
Lino Guerra
Stanotte
la tua anima
si
è fatta neve nel mio sogno
–
spoglia
di
candore e di gelo che avvolgeva
le
forme e le parvenze, e le annullava
Forse
era la tua sorte
scritta
col sangue fra gli abissi e gli astri
fra
le valli gelide del cielo
fattasi
bianca tenebra a confondere
l’esile
trama dei miei giorni
Io
guardo nostro padre, il suo dolore
è
come il muto grido
della
statua, l’orma nera
della
folgore sull’antica pietra -
al
mio dolore è come
uno
specchio, come brina
nell’alba
si disperde
l’arido
cristallo del suo pianto
Ma
quanto è cosa più profonda e atroce
la
musica che giace fasciata dal silenzio
il
travaglio del seme che non germina
oppresso
dalla pietra, l’eco muta del lamento
che
non ha nome
Sapessimo
ogni giorno
celebrare
in silenzio
la
comunione della nostra pena
nutrirci
insieme di questo pane amaro -
ora
che non resta se non la cieca luce
dell’assenza,
l’immenso
ansito
del vuoto
la
musica oscura del ricordo
Perdonami
se avrò
la
crudeltà di continuare a vivere -
se
vivere
può
dirsi questo uguale scendere di giorni
come
di foglie aride o stille
di
una fontana morta
come
questi occhi che non sanno piangere
Perdonami
se nel buio non vedrò
brillare
ancora quel tuo sguardo chiaro
che
nel sorriso nascondeva l’ombra
di
un’ombra –
se non udrò gocciare nel silenzio
del
cuore le tue ardenti lacrime di porpora
Perdona
–
ed io ti saprò perdonare
d’essere
stata, nella vita
e
nella morte, nel quieto fluire
dei
giorni come sull’orlo
di
quell’estremo passo
ciò
che io dovevo essere
L’abisso
della tua mente e del tuo cuore
troppo
stanchi era forse lo stesso abisso
infinito
del pensiero che se stesso
eternamente
pensa e si nasconde
al
di là delle nubi, oltre i cieli
oscuro
al nostro sguardo di cenere e di nebbia
Quel
pensiero forse ha avuto sete
un
giorno del tuo sangue, e brama
del
tuo respiro e fame
delle
tue pure carni
che
ora la terra abbraccia
e
in sé confonde –
e in te, nella tua morte
ha
avuto fuoco e linfa, e ora
insieme
vi parlate
in
qualche luogo, nel cuore
oscuro
di ogni morte
e
di ogni vita
Quante
cose hai perduto che potevi
avere
–
fosse stato anche solo
per
le luci della sera, per i portici
per
il sorriso delle commesse che d’un tratto si accende
tra
i riflessi dell’oro
e
della seta –
e per le nevi lontane, per le spiagge
di
ghiaia, per il sole che gronda sulle soglie
incerte
dell’aurora
Fosse
stata anche solo la fugace e mite
ricchezza
di noi poveri, le esili pieghe luminose
della
materia e del tempo che la memoria rapisce
per
fare parola
e
figura, per sempre
di
ciò che hai perduto
In
certe chiese d’oriente le ragazze
morte
anzitempo discendono in terra
con
il velo e con l’abito bianco
come
se un dio le avesse tolte in spose
come
se il loro incompiuto amore
ancora
chiuso nel boccio avesse a durare
puro,
in eterno
E
forse addio cantano le compagne
in
uno di quegli idiomi che hanno dolci chine
di
tenui suoni e brevi
fremiti
d’ali e punte
acute
di diamante –
addio
dolce
amica, dolce sorella nostra
ovunque
tu sia ora ti sia lieve
la
terra come quel velo lieve, tiepide le notti
nell’abbraccio
perenne della seta
Così
voglio pensarti anch’io, sorella
biancovestita
nella tua dimora d’ombra –
bianca
come il silenzio
che
ti avvolge, come il vuoto che hai lasciato
come
le pagine mai scritte –
bianca
sposa
del nulla
Ognuno
uccide la cosa che ama –
quante
volte era risuonato
oscuro
in fondo all’anima
questo
verso con il suo duro senso
che
in sangue e lacrime ora si è disciolto
Ognuno
uccide la cosa che ama –
e
sono io quel vile
che
ti ha ucciso con i suoi sguardi amari
e
le parole gelide taglienti
Come
un diamante inutile, sepolto
tra
la polvere e il fango
che
per sé solo splende
ti
ho nascosto il mio amore
E
anche adesso, alle porte del buio
su
questa soglia tremula di pianto
e
di rimorso, io non so versare
il
sangue della mia anima trafitta
sopra
il sudario del tuo sacrificio
A
te volino allora questi versi
scolpiti
come lame
d’alabastro
che sorgano da un mare
di
silenzio e di nebbia, ovunque
fuori
dal mondo –
ovunque
tu
sia ora, che possa esserti sacra
questa
estrema menzogna