(…) prima che si spezzi il cordone d’argento
e
la lucerna d’oro s’infranga
e si rompa l’anfora alla fonte
e
la carrucola cada nel pozzo (…)
Io non ho avuto mani
che
lavassero l’ombra dal mio viso
né
ho avuto occhi che nei miei occhi specchiassero
la
luce ardente del pianto
e
della gioia, né voci il cui profumo
si
confondesse con il mio respiro
né
ho avuto corpi in cui sciogliere l’angoscia
Io
non ho avuto altro che le tenebre
dei
libri chiusi, la polvere che serba
i
pensieri che il tempo ha suggellato
come
carni velate dagli unguenti
E
nell’oblio ho cercato la memoria
nel
silenzio la voce, le mute
armonie
dell’inchiostro –
io
ho cercato la vita
nella morte
Il grembo della grande madre accoglie
ora, madre, il tuo grembo, che impose
alle mie carni questa forma fragile
Che possa ora il pianto
farsi ritmo, musica il lamento –
possano ancora questi versi lievi
incantare l’abisso
Di cinque in cinque, poi di dieci in dieci
anni, dicevi senza crederci
la malattia avrebbe fatto risuonare
dagli abissi del corpo
le sue nere grida
Ma quando venne l’estate che scioglieva
le parvenze nel pianto della luce
e fra le mura torride portava
un alito di vita dal lontano mare –
incominciò a tremare la tua fiamma
Credei che si potesse
avvolgere la morte dentro un velo
alato di metafore
e gettarla lontano, via da me
nel limbo interminato del possibile
Ma ancora il suo murmure tornava a turbare
la musica lieve dei giorni
E pensare non è se non pensare alla morte
e perdersi nel pensiero
come si perde il lampo
fra i deserti del cielo
e la cenere nella cenere
e l’anima nel nulla
È bellissima, dicesti, una forma
eburnea nel bianco delle coltri
non livida ma bianca
come neve –
quasi
trasfigurate in pure gemme, o marmo, o gigli
quelle carni antiche che la terra
ora confonde nel suo nero abbraccio
Si sta spegnendo, spegnendo
come una candela dicevi
con un sorriso –
ma tremava il tuo sguardo
ché forse in lei vedevi
di te stessa la flebile figura
della tua sorte oscura
l’ombra labile
Zia, ti salutano i tuoi bimbi –
ma certo si perdeva quella voce
nel buio della mente come un soffio d’organo
nel cielo cupo delle cattedrali
E allora, nell’estremo istante, vidi
stemperarsi la cera del suo viso
e nel buio delle orbite splendere una lacrima
Ave
Maria tentammo
di mormorare dal fondo della tenebra
deserta che celava il tuo martirio –
ma tremava la voce, la preghiera
si perdeva nel pianto
E dunque addio, madre, ti saluta il frutto
del tuo ventre che non seppe soffrire
tanto da espiare la tua colpa ignota
e dare un senso al niente
Addio, madre
dolcissima, colma
della tua inutile grazia
L’orologio, chiedevi, l’orologio
già sulla soglia oscura del delirio
solo un istante prima di lasciare
quelle stanze che per tanti anni colmasti
con il tepore opaco del tuo amore
Così te ne sei andata, ombra fra ombre
con quelle frecce inutili e quell’oro pallido –
proprio allora che stavi per lasciare
i sentieri del tempo, e sprofondare
nella bruma infinita dell’eterno
(per una preghiera ritrovata)
Misura, chiedevi
al tuo santo, le ore e i minuti
prima che venga il lampo
feroce della fine –
prima che cada il buio, e inizi
l’oscuro viaggio
Forse era solo il ritmo stento
di quei poveri versi il cordone
d’argento che ancora ti teneva
legata al tempo
Il gatto non veniva più ai tuoi piedi
come prima, non ti invocava più con le sue tiepide
parole senza forma
Forse sentiva stringersi
intorno alla tua luce il cerchio d’ombra
in cui è chiusa ogni sorte
Chissà se vi siete ritrovati
oltre la carne, oltre il tempo
nella casa del nulla –
se ora accarezzi la sua piccola ombra
e leggi in lettere di luce
o di tenebra il senso senza fine
di quel muto richiamo
Vorrei vedere un’altra volta il mare
andare al fiume gemevi
tra i morsi dell’arsura
E certo rivedevi
chiare rive lontane ove posasti
le belle membra un tempo –
in quelle ore in cui tuo solo porto
era dolce e lontano
l’oblio del Lete
Che cosa strana sembra essere
ciò che gli uomini chiamano piacere
Fedone 60b
Il più grande
dei piaceri è la fine
del dolore mormoravi
con un sorriso stanco, quando ancora tenevi la tua via
celata, con amore, ai nostri occhi
E ancora suona nel buio della mente
l’antica oscurità di quelle sillabe –
Hos átopon, sorrideva
l’Antico, tò hedú, ma doleva, all’altro
estremo della vita, tò algheinón –
e dilegua
e si disperde il soffio
di quella pena vestita d’armonia
e dolce come il miele o il sonno, e tenue
trema nella memoria la tua immagine
There’s no darkness
but in ignorance
Shakespeare,
The Twelfth Night
Non v’è altra tenebra – citavi
con un sorriso – che nell’insipienza –
ma qual è quella tenebra ove ora tu giaci
più nera ancora della terra nera
che avvolge nella sua profonda quiete
le tue carni piagate
Come Malvolio io non posso
che gridare alle tenebre
di questo sordo inferno –
e la sola risposta
forse dimora avvolta
nel cupo riso feroce del buffone
Al tuo ultimo respiro una colomba
si posò sul davanzale, esitò, inquieta
e volò via
Così anche tu te ne sei andata
alta sulle nubi con la tua anima chiara
e mi hai lasciato solo con il vuoto
delle mie braccia, il bianco delle pagine
la solitudine gelida del canto
Dopo il funerale un passero
è entrato dalla finestra e ha volato e volato
e si è posato sulle cose a te care
Dicesti una volta che invidiavi
la levità ineffabile del volo
(Natale)
Le luci intermittenti spargono sui piccoli
volti di pietra il loro tenue sangue
e dolce manca il tuo sorriso alla falsa
sorpresa dei doni, agli antichi
profumi della cena
Come ogni anno precipitano i giorni
verso la fine, oltre l’angolo
oscuro dei mesi, e in sé si consuma
di sé paga l’inerte
ebbrezza del riposo
Ma il Natale ha gettato sulle lapidi
il suo velo impalpabile di ghiaccio
e ha vestito di nebbia i nostri passi
perché tu veda il colchico fiorire
D’Annunzio
Vorrei posare, sul marmo che vela
la tua forma che lenta si disperde
il sangue mite delle prime rose
il lungo dolce oblio del loto, il lieve
puro manto del giglio, l’enigma della fosca passiflora
e il pàmpano che sempre si rinnova
e la carne impalpabile del colchico
che veste i prati quando l’estate muore
E mai nient’altro ti saprò donare
che questi aridi fiori fatti d’aria
e suono e vuoto e colore senza vita
e nutriti di veglia e solitudine
questa corona di musiche e silenzi
già vizza al primo fuoco del mattino
Se mai una notte tu dovessi vagare
fra le lapidi, spettro impaurito
smarrita la via, non udito
il debole richiamo dei compagni
eternamente eguali nell’oblio
discendi pure sul mio sonno, e destami
Ci sarò io allora a stringere
non so come, la tua immagine vacua
e a prenderti per mano, a ricordarti
i nomi delle stagioni e dei venti
e del fuoco, e degli astri, e delle età senza numero
che già furono, un tempo, intrecciati
al tuo e al mio, così dolci e labili
(per una cornice)
Come rubare al tempo
e alla polvere se non in questo
lieve artificio il fermo simulacro
che di te mi rimane, chiuso
nell’istante perpetuo dello scatto -
come gemma nel fregio delle ore
l’immagine lontana e dolce che volesti
lasciare agli occhi tremuli
di chi ti amava
Mi sorridano, tra i riflessi, la quiete
delle labbra, il puro specchio
dello sguardo, l’etereo
tepore delle carni –
e si accenda il sempre nuovo
stupore del ricordo, e la memoria abbia luce
dai limpidi sorrisi dell’argento
Il vuoto che si schiude
oltre il tuo viso –
il bianco della foto
gelida aureola di silenzio e luce
che cinge il breve giro
del chiaro sguardo e della carne fragile -
che altro è se non l’icona labile
del tempo senza fine che ha confuso
l’esile trama dei tuoi giorni –
nera selva
fitta d’echi, ove sola, sulle soglie
del nulla, respira la memoria
Il ciclamino, il fiore
che nel suo giro fragile
di colore e profumo chiude il cerchio
delle ere e degli astri, e col suo muto palpito
fa eco al chiaro riso delle stelle
ignaro di mesi e di stagioni
è fiorito ai confini dell’inverno
Forse c’era in quel madido viso
di petali e steli, in quelle tenere urne
in quel fragile dono
di tua madre, madre di mia madre
come un’eco ostinata
del vostro e tuo generare, un’impronta
del seme remoto d’ogni nascita e vita
Un bagliore rapito
al sole rischiara la tua lapide
come una stella stretta fra i signacoli
vuoti del nulla
E nelle notti d’inverno, quando il gelo
e le tenebre stringono il tuo viso
nella piccola immagine
da quel baleno avrai calore e luce
come un cuore stremato ancora beve
la dolcezza di un ultimo sorriso
che brilla in fondo alla memoria, eterno
Davanti alla tua lapide
non c’è preghiera –
non sanno
più le mie labbra sciogliere alle nubi
il muto grido dell’ansia, l’immensa
vertigine della domanda
e della lode
In questo giorno, in questo
due novembre che stringe
anime e corpi nel suo freddo abbraccio
non c’è voce né gesto
che varchi il cielo, che smuova il grigio velo
che riempie gli occhi di tristezza
se non quello, pietoso
e tremulo, della mano che disperde
un po’ di polvere dall’oro del tuo nome
Per te forse la vita
era pianto, lamento ogni risveglio –
ed era, credo, quell’oscuro male
che ti aveva, giorno
dopo giorno, consunta, ed era, infine, solo
l’amore per la vita o il freddo bacio
sublime della morte
che ti poteva salvare
E a te sia pace, ora che giace il tuo gemito
nel silenzio effigiato
del marmo e il gelido manto
della pietra nasconde ai tuoi occhi
la luce grigia dell’alba
Ogni volta che sento lo stesso amaro profumo
dei serti che cingevano il tuo sonno
io rivedo le lacrime di ghiaccio
sul tuo viso già perso nella morte
e il cupo avorio delle tue carni stanche
da cui le mie germinarono un giorno
come fiori di sangue, nel mistero
E sento ancora lo strido della fiamma
la morsa ardente dello zinco –
ancora vedo
il tuo volto sparire nelle tenebre
Senti, senti com’è tenera e tiepida
la mia pelle, dicevi
risplendente nel buio del mio sogno -
e nella luce del giardino fioriva
la nuova primavera del tuo viso
Quanto è amaro il sole
quando muoiono gli astri
e si spengono i sogni –
amaro come la morte che ti invidia
a questi occhi stanchi di vegliare