(…) prima che si spezzi il cordone d’argento

                                                                                           e la lucerna d’oro s’infranga

                                                                                           e si rompa l’anfora alla fonte

                                                                                           e la carrucola cada nel pozzo (…)

                      

                          

                                                                                                                        Ecclesiaste, 12, 6

 

 

Io non ho avuto mani

che lavassero l’ombra dal mio viso

né ho avuto occhi che nei miei occhi specchiassero

la luce ardente del pianto

e della gioia, né voci il cui profumo

si confondesse con il mio respiro

né ho avuto corpi in cui sciogliere l’angoscia

 

Io non ho avuto altro che le tenebre

dei libri chiusi, la polvere che serba

i pensieri che il tempo ha suggellato

come carni velate dagli unguenti

 

E nell’oblio ho cercato la memoria

nel silenzio la voce, le mute

armonie dell’inchiostro –

io ho cercato la vita

nella morte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il grembo della grande madre accoglie

ora, madre, il tuo grembo, che impose

alle mie carni questa forma fragile

di parole e di lacrime

 

Che possa ora il pianto

farsi ritmo, musica il lamento –

possano ancora questi versi lievi

incantare l’abisso

 

 

 

 

Di cinque in cinque, poi di dieci in dieci

anni, dicevi senza crederci

la malattia avrebbe fatto risuonare

dagli abissi del corpo

le sue nere grida

 

 

 

 

Ma quando venne l’estate che scioglieva

le parvenze nel pianto della luce

e fra le mura torride portava

un alito di vita dal lontano mare –

incominciò a tremare la tua fiamma

 

 

 

 

 

Credei che si potesse

avvolgere la morte dentro un velo

alato di metafore

e gettarla lontano, via da me

nel limbo interminato del possibile

 

Ma ancora il suo murmure tornava a turbare

la musica lieve dei giorni

 

E pensare non è se non pensare alla morte

e perdersi nel pensiero

come si perde il lampo

fra i deserti del cielo

e la cenere nella cenere

e l’anima nel nulla

 

 

 

 

 

È bellissima,  dicesti,  una forma

eburnea nel bianco delle coltri

non livida ma bianca

come neve 

                      quasi

trasfigurate in pure gemme, o marmo, o gigli

quelle carni antiche che la terra

ora confonde nel suo nero abbraccio

 

 

 

 

 

Si sta spegnendo, spegnendo

come una candela dicevi

con un sorriso –

                             ma tremava il tuo sguardo

ché forse in lei vedevi

di te stessa la flebile figura

della tua sorte oscura

l’ombra labile

 

 

 

 

 

Zia, ti salutano i tuoi bimbi –

ma certo si perdeva quella voce

nel buio della mente come un soffio d’organo

nel cielo cupo delle cattedrali

 

E allora, nell’estremo istante, vidi

stemperarsi la cera del suo viso

e nel buio delle orbite splendere una lacrima

 

 

 

 

 

                        Ave

Maria tentammo

di mormorare dal fondo della tenebra

deserta che celava il tuo martirio –

ma tremava la voce, la preghiera

si perdeva nel pianto

 

E dunque addio, madre, ti saluta il frutto

del tuo ventre che non seppe soffrire

tanto da espiare la tua colpa ignota

e dare un senso al niente

 

Addio, madre

dolcissima, colma

della tua inutile grazia

 

 

 

 

 

L’orologio, chiedevi, l’orologio

già sulla soglia oscura del delirio

solo un istante prima di lasciare

quelle stanze che per tanti anni colmasti

con il tepore opaco del tuo amore

 

Così te ne sei andata, ombra fra ombre

con quelle frecce inutili e quell’oro pallido –

proprio allora che stavi per lasciare

i sentieri del tempo, e sprofondare

nella bruma infinita dell’eterno

 

 

         

        

 

 

 

                                     (per una preghiera ritrovata)

 

 

Misura, chiedevi

al tuo santo, le ore e i minuti

prima che venga il lampo

feroce della fine –

prima che cada il buio, e inizi

l’oscuro viaggio

 

Forse era solo il ritmo stento

di quei poveri versi il cordone

d’argento che ancora ti teneva

legata al tempo

 

 

 

 

 

 

 

 

Il gatto non veniva più ai tuoi piedi

come prima, non ti invocava più con le sue tiepide

parole senza forma

 

Forse sentiva stringersi

intorno alla tua luce il cerchio d’ombra

in cui è chiusa ogni sorte

 

Chissà se vi siete ritrovati

oltre la carne, oltre il tempo

nella casa del nulla –

se ora accarezzi la sua piccola ombra

e leggi in lettere di luce

o di tenebra il senso senza fine

di quel muto richiamo

 

 

 

 

 

 

Vorrei vedere un’altra volta il mare

andare al fiume gemevi

tra i morsi dell’arsura

 

E certo rivedevi

chiare rive lontane ove posasti

le belle membra un tempo –

in quelle ore in cui tuo solo porto

era dolce e lontano

l’oblio del Lete

 

 

 

 

 

                                              Che cosa strana sembra essere 

                                              ciò che gli uomini chiamano piacere

 

                                                                     Fedone 60b

 

 

Il più grande

dei piaceri è la fine

del dolore mormoravi

con un sorriso stanco, quando ancora tenevi la tua via

celata, con amore, ai nostri occhi

 

E ancora suona nel buio della mente

l’antica oscurità di quelle sillabe –

Hos átopon, sorrideva

l’Antico, tò hedú, ma doleva, all’altro

estremo della vita, tò algheinón

                                                       e dilegua

e si disperde il soffio

di quella pena vestita d’armonia

e dolce come il miele o il sonno, e tenue

trema nella memoria la tua immagine

 

 

 

 

 

                                     There’s no darkness

                                       but in ignorance

 

                                                         Shakespeare, The Twelfth Night

 

 

Non v’è altra tenebra – citavi

con un sorriso – che nell’insipienza –

ma qual è quella tenebra ove ora tu giaci

più nera ancora della terra nera

che avvolge nella sua profonda quiete

le tue carni piagate

 

Come Malvolio io non posso

che gridare alle tenebre

di questo sordo inferno –

                                         e la sola risposta

forse dimora avvolta

nel cupo riso feroce del buffone

 

 

 

 

 

Al tuo ultimo respiro una colomba

si posò sul davanzale, esitò, inquieta

e volò via

 

Così anche tu te ne sei andata

alta sulle nubi con la tua anima chiara

e mi hai lasciato solo con il vuoto

delle mie braccia, il bianco delle pagine

la solitudine gelida del canto

 

 

 

 

 

Dopo il funerale un passero

è entrato dalla finestra e ha volato e volato

e si è posato sulle cose a te care

 

Dicesti una volta che invidiavi

la levità ineffabile del volo

 

                                      

 

 

 

                                                                                        (Natale)

 

 

Le luci intermittenti spargono sui piccoli

volti di pietra il loro tenue sangue

e dolce manca il tuo sorriso alla falsa

sorpresa dei doni, agli antichi

profumi della cena

 

Come ogni anno precipitano i giorni

verso la fine, oltre l’angolo

oscuro dei mesi, e in sé si consuma

di sé paga l’inerte

ebbrezza del riposo

 

Ma il Natale ha gettato sulle lapidi

il suo velo impalpabile di ghiaccio

e ha vestito di nebbia i nostri passi

 

 

 

 

 

                                 perché tu veda il colchico fiorire

 

                                                           D’Annunzio

 

 

Vorrei posare, sul marmo che vela

la tua forma che lenta si disperde

il sangue mite delle prime rose

il lungo dolce oblio del loto, il lieve

puro manto del giglio, l’enigma della fosca passiflora

e il pàmpano che sempre si rinnova

e la carne impalpabile del colchico

che veste i prati quando l’estate muore

 

E mai nient’altro ti saprò donare

che questi aridi fiori fatti d’aria

e suono e vuoto e colore senza vita

e nutriti di veglia e solitudine

questa corona di musiche e silenzi

già vizza al primo fuoco del mattino

 

 

 

 

 

Se mai una notte tu dovessi vagare

fra le lapidi, spettro impaurito

smarrita la via, non udito

il debole richiamo dei compagni

eternamente eguali nell’oblio

discendi pure sul mio sonno, e destami

 

Ci sarò io allora a stringere

non so come, la tua immagine vacua

e a prenderti per mano, a ricordarti

i nomi delle stagioni e dei venti

e del fuoco, e degli astri, e delle età senza numero

che già furono, un tempo, intrecciati                                                                         

al tuo e al mio, così dolci e labili

 

 

 

 

 

                                         (per una cornice)

 

 

Come rubare al tempo

e alla polvere se non in questo

lieve artificio il fermo simulacro

che di te mi rimane, chiuso

nell’istante perpetuo dello scatto -

come gemma nel fregio delle ore

l’immagine lontana e dolce che volesti

lasciare agli occhi tremuli

di chi ti amava

 

Mi sorridano, tra i riflessi, la quiete

delle labbra, il puro specchio

dello sguardo, l’etereo

tepore delle carni –

                                 e si accenda il sempre nuovo

stupore del ricordo, e la memoria abbia luce

dai limpidi sorrisi dell’argento

 

 

 

 

 

Il vuoto che si schiude

oltre il tuo viso –

                               il bianco della foto

gelida aureola di silenzio e luce

che cinge il breve giro

del chiaro sguardo e della carne fragile -

che altro è se non l’icona labile

del tempo senza fine che ha confuso

l’esile trama dei tuoi giorni –

                                                nera selva

fitta d’echi, ove sola, sulle soglie

del nulla, respira la memoria

 

 

 

 

 

Il ciclamino, il fiore

che nel suo giro fragile

di colore e profumo chiude il cerchio

delle ere e degli astri, e col suo muto palpito

fa eco al chiaro riso delle stelle

ignaro di mesi e di stagioni

è fiorito ai confini dell’inverno

 

Forse c’era in quel madido viso

di petali e steli, in quelle tenere urne

in quel fragile dono

di tua madre, madre di mia madre

come un’eco ostinata

del vostro e tuo generare, un’impronta

del seme remoto d’ogni nascita e vita

 

 

 

 

 

Un bagliore rapito

al sole rischiara la tua lapide

come una stella stretta fra i signacoli

vuoti del nulla

 

E nelle notti d’inverno, quando il gelo

e le tenebre stringono il tuo viso

nella piccola immagine 

da quel baleno avrai calore e luce

come un cuore stremato ancora beve

la dolcezza di un ultimo sorriso

che brilla in fondo alla memoria, eterno

 

 

 

 

 

Davanti alla tua lapide

non c’è preghiera –

                                  non sanno

più le mie labbra sciogliere alle nubi

il muto grido dell’ansia, l’immensa

vertigine della domanda

e della lode

 

In questo giorno, in questo

due novembre che stringe

anime e corpi nel suo freddo abbraccio

non c’è voce né gesto

che varchi il cielo, che smuova il grigio velo

che riempie gli occhi di tristezza

se non quello, pietoso

e tremulo, della mano che disperde

un po’ di polvere dall’oro del tuo nome

 

 

 

 

 

Per te forse la vita

era pianto, lamento ogni risveglio –

ed era, credo, quell’oscuro male

che ti aveva, giorno

dopo giorno, consunta, ed era, infine, solo

l’amore per la vita o il freddo bacio

sublime della morte

che ti poteva salvare

 

E a te sia pace, ora che giace il tuo gemito

nel silenzio effigiato

del marmo e il gelido manto

della pietra nasconde ai tuoi occhi

la luce grigia dell’alba

 

 

 

 

 

Ogni volta che sento lo stesso amaro profumo

dei serti che cingevano il tuo sonno

io rivedo le lacrime di ghiaccio

sul tuo viso già perso nella morte

e il cupo avorio delle tue carni stanche

da cui le mie germinarono un giorno

come fiori di sangue, nel mistero

 

E sento ancora lo strido della fiamma

la morsa ardente dello zinco –

                                                 ancora vedo

il tuo volto sparire nelle tenebre

 

 

 

 

 

Senti, senti com’è tenera e tiepida

la mia pelle, dicevi

risplendente nel buio del mio sogno -

e nella luce del giardino fioriva

la nuova primavera del tuo viso

 

Quanto è amaro il sole

quando muoiono gli astri

e si spengono i sogni –

amaro come la morte che ti invidia

a questi occhi stanchi di vegliare