LA PORTA
Notte lunga a passare
ci sono custodi di pietra
ai palazzi e catene
se passi di qui e fai
per guardare i plichi
i sigilli le acciughe
e ti salta in mente
di bussare a una porta
di chiedere al vecchio puparo
se fa ancora spettacolo
usa prudenza
abbi pazienza
non disturbare un'ombra
se c'è
trova la chiave per spalancare
la porta di questa notte
lunga a passare.
A QUEST'ORA
Non c'è molto da fare
a quest'ora
il muro di fronte appare
e scompare
naviga lento verso la notte
il gran Burattinaio.
-----------------Ieri
sul muro di fronte
una breve formica
a quest'ora un ruminare
di ricordi il mare.
In mano un gettone
e un vecchio indirizzo
balbetta sgambetta
il gran Burattinaio
---------------- perduto
sbatto la fronte
sul muro sfatto.
IN GIRO
In giro
in cerca del localino alternativo
di un'altra lezione di umanità
da portare a casa
come un incontro ravvicinato
di terzo tipo
palline rosse pulsanti su
un tavolo impazzito
dove si sgranano gli occhi
per afferrare al punto giusto
quel filo di tragico furore
quella faccia mimetica che urla
folgorata da chissà quale dio
increduli e turlupinati
con qualche capello in meno
lo steward che annuncia l'ultimo volo
assistiti maternamente
protocollati.
LA BIANCA PELLICOLA
Anche oggi c'è l'alta marea
volti che si riscaldano per niente
bruciano in tasca fuochi impossibili
si dicono cose mai dette
si tagliano come lamette
scendono anche oggi dai viali verso il mare
moscerini irritati dal vento.
Il punto più alto dell'orgasmo lo tocca
un gruppo di fanciulli che giocano
a chiudere l'acqua nelle mani
a farla evaporare
a dipingerci dentro bolle di saliva.
---------------------------------- Fugge
anche oggi va oltre l'intonaco di quella
casa sola
l'urlo del gatto
la bianca pellicola che si disintegra.
LA MACCHINA ESATTA
L'evidenza del parlare dietro
il delitto meticolosamente preparato
o lì esatto inamovibile
(grumo di sangue, sagoma stecchita): da qui
parte la sfida contro l'ombelico
si sgrana il salmo delle colpe
t'odio e t'amo
ti mangio e mi fai schifo
nell'evidenza di una lama che taglia
il dubbio e la verità
è lì che si forma fino a esaurirsi è lì
che piange nuda la lingua senza osso
e senza nervi: so il trucco
e non la scena
so dove il figlio sgozza il padre
ma si dissolve la madre nel suo fantasma
e da qui parte il taglio verticale
l'abissale taglio ombelicale
la macchina esatta del parlare
a un passo dalla tortura.
IL MESTIERE DI CREDERE
Stanca solitudine passata di mano in mano
sillabato il pane quotidiano
sul mestiere dei piani repressi e delle
rivoluzioni impossibili
la foglia di tabacco sonnambula attraversa
le stanze chiuse
le malandrine giornate di sole
ai vostri lumi scalzo venni
beate primavere d'amore e follia
vi chiesi una tregua ai miei mali
al mio fuoco sprecato
orizzonti tagliati da oblique acque
stanca abitudine affidata di anno in anno
ai margini di libertà consumati
nell'incertezza dell'alba
forse il mestiere di credere
non fa più moneta?
da CONTROPAR(ab)OLA, Vallechi, Firenze 1981)
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