LA PORTA



Notte lunga a passare

ci sono custodi di pietra

ai palazzi e catene

se passi di qui e fai

per guardare i plichi

i sigilli le acciughe

e ti salta in mente

di bussare a una porta

di chiedere al vecchio puparo

se fa ancora spettacolo

usa prudenza

abbi pazienza

non disturbare un'ombra

se c'è

trova la chiave per spalancare

la porta di questa notte

lunga a passare.









A QUEST'ORA



Non c'è molto da fare

a quest'ora

il muro di fronte appare

e scompare

naviga lento verso la notte

il gran Burattinaio.

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Ieri

sul muro di fronte

una breve formica

a quest'ora un ruminare

di ricordi il mare.

In mano un gettone

e un vecchio indirizzo

balbetta sgambetta

il gran Burattinaio

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perduto

sbatto la fronte

sul muro sfatto.









IN GIRO



In giro

in cerca del localino alternativo

di un'altra lezione di umanità

da portare a casa

come un incontro ravvicinato

di terzo tipo



palline rosse pulsanti su

un tavolo impazzito

dove si sgranano gli occhi

per afferrare al punto giusto

quel filo di tragico furore

quella faccia mimetica che urla

folgorata da chissà quale dio



increduli e turlupinati

con qualche capello in meno

lo steward che annuncia l'ultimo volo

assistiti maternamente

protocollati.









LA BIANCA PELLICOLA



Anche oggi c'è l'alta marea

volti che si riscaldano per niente

bruciano in tasca fuochi impossibili

si dicono cose mai dette

si tagliano come lamette

scendono anche oggi dai viali verso il mare

moscerini irritati dal vento.

Il punto più alto dell'orgasmo lo tocca

un gruppo di fanciulli che giocano

a chiudere l'acqua nelle mani

a farla evaporare

a dipingerci dentro bolle di saliva.

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Fugge

anche oggi va oltre l'intonaco di quella

casa sola

l'urlo del gatto

la bianca pellicola che si disintegra.









LA MACCHINA ESATTA



L'evidenza del parlare dietro

il delitto meticolosamente preparato

o lì esatto inamovibile

(grumo di sangue, sagoma stecchita): da qui

parte la sfida contro l'ombelico

si sgrana il salmo delle colpe

t'odio e t'amo

ti mangio e mi fai schifo

nell'evidenza di una lama che taglia

il dubbio e la verità

è lì che si forma fino a esaurirsi è lì

che piange nuda la lingua senza osso

e senza nervi: so il trucco

e non la scena

so dove il figlio sgozza il padre

ma si dissolve la madre nel suo fantasma

e da qui parte il taglio verticale

l'abissale taglio ombelicale

la macchina esatta del parlare

a un passo dalla tortura.









IL MESTIERE DI CREDERE



Stanca solitudine passata di mano in mano

sillabato il pane quotidiano

sul mestiere dei piani repressi e delle

rivoluzioni impossibili

la foglia di tabacco sonnambula attraversa

le stanze chiuse

le malandrine giornate di sole



ai vostri lumi scalzo venni

beate primavere d'amore e follia

vi chiesi una tregua ai miei mali

al mio fuoco sprecato



orizzonti tagliati da oblique acque

stanca abitudine affidata di anno in anno

ai margini di libertà consumati

nell'incertezza dell'alba



forse il mestiere di credere

non fa più moneta?







da CONTROPAR(ab)OLA, Vallechi, Firenze 1981)