da Carta e formiche




Il tenero uovo crudele

 

Nel vuoto conflitto

rimemora l'origine e il tramonto

sgranando


la mobile linea immobile

del tempo

in sé raccontando tutto quello

che sarebbe potuto accadere

tutto quello che avrebbe

potuto trattenere

il tenero uovo crudele











Scene di sopravvivenza



Le striature grigie, le minime macchie giallastre,


i chiodi conficcatri nei muri, le ossessive gocce

d'acqua piovana si piantano al centro dell'occhio.

Come pure le auto allineate. Come pure i secchi

colpi di mitra che irrompono dal televisore.



I fiotti di sangue su scoscese vie scorrono.

I gesti su sé si accartocciano.

Tra una pupilla che si spalanca di sgomento e una

pupilla assonnata passano lunghi nastri di bitume.

Ci saranno bocche assetate. E ruderi dappertutto.



Rapide manovre di sopravvivenza. Viveri di notte

trascinati per chilometri e chilometri. Rapide

notizie volate come meteore. Non c'è scampo a tutto

questo turbinio di gemiti e voci strozzate.

Il caso o la necessità vuole che tutto turbini.



I lenti gesti all'ombra. Chi cede e chi a malapena

resiste. Gli alterni desideri nel divenire dei

giorni che si traducono in orme. Che si consumano

con l'inesorabile spinta del vento. Poi altre

domande si muoveranno tra porta e finestra.



Vengono vecchi e bambini e donne. Bendati.

Vengono scucite esistenze reggendosi su bastoni

malconci. Vengono all'improvviso comparse varipinte.

Comparse destinate a nessuna rappresentazione teatrale.

Gas tossici da ogni parte vengono.



Le striature blu. Le minime macchie di rosso. I chiodi

conficcati nei polsi. Le gocce di una ossessiva acqua

piovana. Accoglie l'occhio tutto e tutto elenca.

Mentre c'è un carosello di auto. Mentre i mitra con

crude sequenze televisive incalzano.












Ascolta il mio cuore



Non lasciarmi finché

non sarà sparito l'inverno.

L'inverno sfregia i muri. Scava l'anima.

Stringi le mie mani. Sta nelle mani

il suono del sangue.

Non calpestare la mia ombra.

Di essa si illumina la casa.

Tu e la mia casa state insieme

come la finestra e l'aria.

Ascolta il mio cuore.

Ascoltalo con tutto il cuore.

Se vuoi.




(Edizione "Centro Cultura Contemporanea Napoli c'è", Napoli 2005)










da Cumae, Marsilio 1998


Sotto i piedi un vuoto...



Hanno infinite

insidie e vite queste

napoletane strade piazze alture

in cui lunatico mi perdo

estatico, dai rumori disfatto

da una vischiosavida

nube. Tanto piperno e tufo,

Gesù Nuovo Castel Sant'Elmo

Santa Chiara, colombo anch'io

le piume mie sdrucite muovo

a arpionare una briciola di pace.

Sprigionano le sacre mura

resistente tanfo di reliquie lungo

via Tribunali, San Biagio dei librai,

santi di gesso in vista, benedicenti

e no, campane di vetro,

avvolge il presepiale budello.

di San Gregorio Armeno

un ronzio d'ali. M'insegue

una folla d'insegne fondachi tabernacoli,

dilaga sotto i piedi un vuoto:

un'altra, non meno

voluttuosa, città - anse e

cunicoli - con greche

e romane nervature. Vetrose

scaglie, epigrafi cieche, poi

di sabbia e fumo una spirale. "Di noi

ricordati, se puoi... ", da un nero

foro preme un coro

di chissà quale regno. Alfine

intravedo il mare.












Acqua mediterranea




Chiedo quiete all'acqua

lacustre e marina, mi seducono

i laghi, mi stordiscono

i mari: rami d'ombra sotto

il tufo, spire infinite di luce

oltre la costa. Non ha sosta

il correre mio sulla sabbia

in cerca di un fossile, di un

volto, proprio sotto le scarpe, ecco


impronte si sfaldano nomi. Tutto

ciò che non ho, tutto

ciò che non so, l'abero e il frutto,

contiene l'acqua in sé

che sempre più circonda

la torre, la casa. Acqua, mia

acqua antica e contemporanea, sii

tu il punto fermo, la via

che porta al miscuglio di lingue,

acqua mediterranea.










Di là




Di là, stretta nella sua pelle, come la

pietra antica e la clessidra che si ostina

a misurare il trascorrere rovinoso



dei venti, dei pensieri, nel lattiginoso

silenzio, nell'immensa brina, di là

sta Cuma, la Sibilla che delira.













Immobilismo e bradisismo




Custodisce Baia nel mare

il Palazzo Imperiale, liburne

anfore di statue, si confonde

il marmo con l'acqua che

riscrive silenzi, beata

abrade i nomi di dominae

poeti viaggiatori. Fumo zolfo

vapori moltiplicano l'aria,

di vesti remote ruote i laghi

Fusaro Lucrino Averno risuonano,

sospeso nella randagia

voce di Plinio, di Virgilio è

Capo Miseno. Formiche vespe ragni

nel folto si muovono di foglie,

di mattoni, la memoria in nicchie

inciampa e colombari. Da segrete

muffe consunta, le viscere

gonfie di rovine, d'ossa, nulla,

null'altro che l'oblio

desidera Cappella? Sogna il turismo

Bacoli, sogna Monte di Procida

l'America. D'altro parla il tempio

di Serapide a Pozzuoli con le sue

colonne inquiete. Abbondavano

una volta qui miele e mirtilli.

"Olim...", fluttuando prende un'ombra

a raccontare, mentre tutto

il fuoco in fondo nuove bocche

spalanca. Diletti miei phlegraei campi

infetti dove sine die l'immobilismo

si allea con il bradisismo!












Pare



Pare larga, dai contorni sfrangiati,

lunga e ottusa e sciabordante pare

la spiaggia, ai margini dell'occhio,

cieca la sabbia e stralunata pare;

stordite acrobazie lungo la

ruota del caso che s'inceppa e

fa vittime squisite. Inaccessibile

la pista delle infinite lune

e intatta, in fondo, pare, è lì

che silenzioso appare il desiderio:

e il raggio della ruota, ora che

tutto vertiginoso pare, mi

assale ben centrale.










da Carbones, Garzanti 2002





Bella fuga




Bella fuga di rampicanti e profili

di donne sul lungomare in una scia

ondosa di vapori e sale.


Innamorati sguardi volavano sottili

racconti per viali e sale.

che portavano a un'allegra trattoria.


Bella la gente bella la maestà

di un'agave senza età.










Sparto


Sparto ógne ghiuórno ‘u ppane

e ‘a fantasia, ‘u ppane

r’ ‘u sbariò senza tiémpo

attuórno a macchie ‘i mure, macchie

janche e scure, rint’a nu fujafuja

’i móscole, ‘i palómme. Sparto

’i nùmmere, ‘i carte, ce vò

n’at’anno, n’ata vita pe’ capì

quanno furnésce ‘u zero,

addó accummènza ‘u blù.




Divido


Divido ogni giorno il pane

e la fantasia, il pane

del vaneggiare atemporale

intorno a macchie sui muri, macchie

bianche e nere, in un viavai

di mosche, di farfalle. Divido

le cifre, le carte, ci vuole

un altro anno, un’altra vita per capire

quando muore lo zero,

dove attecchisce il blu.

Dìvido


Cotidie divido panem

et phantasmata, panem

sine die fingendi, circum

parietum maculas, in sempiterna

muscarum fuga papili onumque.

Numeros cotidie ego divido

et chartas, alius oportet

annus, alia vita ad intelligendum

quando vanescat nihilum,

ubinam caelum surgat.

 










Le antiche donne cumane


1

Ossute parlano donne dalle finestre

muovendo seni e palpebre a lungo

è amore l’ombra che attraversa

la superficie cava dei loro suoni

accennano a zuffe di animali sotto

la luna piena vicino al mare di Cuma

e sono cumane le donne che ridono

lentamente masticando un’arancia

circondate da lattughe e garofani.



2


”Chi ha svuotato la botte stanotte?”

stupite chiedono le donne discinte

a lungo guardando l’acqua retrattile

e le pietre spettrali dell’Arco Felice

!Quale ladro si è portato via le cipolle?”

dalle finestre ai balconi precipita

la voce delle donne di Cuma che sanno

con una risata placare il rancore.



3



Zitte ogni sera tra le antiche

ombre le antiche donne cumane

la scia allo specchio fissando di una

nave a pochi passi dall’acropoli ferma

sopra la fronte intrecciate le mani

i denti macchiati dall’acqua di pozzo

ascoltando il vuoto le donne di Cuma.













Ce stò tant’acqua ccò, ca sblènne

e se ‘ncupésce, ‘u sole ‘ncòppa

a rammère strutte r’ ‘a salìmma

comm’a nu cióre senza tiémpo

schióppa

e s’annascónne, ccò ‘u bblù

se ‘ntórza ‘i niro e schizza

’a lacèrta vermenàra ‘mbraccia î mure,

s’aràpe e sùbbeto se chiure

’u puzzo r’ a’ fantasia, ccò.



C’è tanta acqua qui, che splende

e s’incupisce, il sole sopra

le lamiere corrose dal sale

esplode

come un fiore atemporale

e si nasconde, qui il blu

si gonfia d nero e guizza

la lucertola selvatica sui muri,

s’ pre e subito si chiude

il pozzo della fantasia, qui.
   










Carbones


Silenter ardent carbones

in vastite autumnalibus

vel hiemalibus fluctibus

anxietatis et strident

vagae alae vagantes trans

fenestras dum fervent

in memoria amores quos

pungit silentium et fugiunt

carbones de carcere ad

alias facies vel figuras.

Gravùne


Jàrdeno chiano ‘i ggravùne

quanno ll’autunno o ll’imberno

spanne ll’ónne ‘i na pena

e scille sìscano a luóngo

p’ ‘i ssénghe r’ ‘i ffinèste

tramènte ca jarde ll’ammore

ra n’arriccuórdo a n’ato

e r’ ‘u carcere p’ ‘u munno

a cercò ati cristiane, ati

fùjeno ‘i ggravùne.





Carboni


Ardono in silenzio i carboni

nei vasti flutti dell’ansia

d’autunno e d’inverno

e vaghe ali randage stridono

fra le finestre mentre

fervono nella memoria gli amori

che il silenzio trafigge

e dal carcere fuggono verso

altre facce o figure

crepitando i carboni.

 










Parla Agrippina



Qui di fronte al mare

di fronte al mare

intreccio il mio dolore

con le onde…


Dolore assai crudele per un figlio

che crudelmente mi affidò alle onde:

cieche ombre adesso c’inseguiamo…


Il tufo in sé nasconde i miei sospiri

e nella lunga salsedine rinnova

la mia rovina…


Di fronte a me dilaga il racconto

delle onde: la mia voce

con l’acqua si confonde…


Mai tace il mio cruccio, la mia spina.

In sonno qualcuno

- Nerone? – mi supplica ghignando

Agrippina… Agrippina…


Da sempre questa

bieca eco mi accompagna mi attanaglia

e la dondola per chissà quanto ancora

il mare… il mare…



Confessioni di un’attrice flegrea


Presto, ragazza appena, mi prese

la smania di recitare, una strana

maniera di campare, con sovrana

strafottenza mi buttai nelle cose.


M’inebriava il mio corpo, la scena

era ciò che ero, ciò che facevo,

chi mi chiamava pazza, chi diceva

che ero schietta, popolana vera.


Mi zampillava il fuoco delle vene.

La mia risata carnale stordiva.

Su queste gambe giovani svettavo.


Lo zolfo del mio paese portavo

dappertutto e forme belle piene:

sono io il cinema, io viva.












Qui venivano…


Qui venivano variopinte carovane

di turisti sgranando

su ogni frammento di paesaggio

le estatiche pupille ininterrottamente

cinguettando. Case

teneramente dalla luce toccate,

festosi pergolati. “Qui

sarai felice, qui troverai quello

che da sempre cerchi, il nesso

fra la terra e il mare”, mormoravano

foglie ombre polene a chi,

spinto dal favonio, venne qui.