La necessità della parola


Dal grembo materno
si nasce una volta sola
ma la vita come le foglie muore
e rinasce più folta
solo più indurito il ramo
così l'uomo in sussulto trepido
muore e rinasce
e fa di lui una ricorrenza
crepuscolo e notte talvolta
e ha albe che sorridono
il fianco pronto alla ferita

liso come infeltrito panno
si lascia cadere
--------------e muore.
Lo raccatta un raggio sfuggito
al buco nero
--------------e torna
vivere è la sua pena
la sua piena gioia.

 

 

 

 

 

 

Vorrei scrivere di querce
che lente allungano i rami
e si fanno rifugio di ali e di canti

vorrei scrivere di ordinati filari
per vino di sole e di ambra

vorrei un canto che superi
l'orizzonte a barriera
che accompagni il tramonto
delle stelle senza tremare
e a mensa il pane sia
abbondanza di dono

vorrei dire d'amore
che sboccia anche su spini
e fa belle le rose e le bacche
le strade alberate i cani in rincorsa
l'odore dei bimbi e dei vecchi
vorrei dire la vita

è la mia passione questo amore
questo dolore che non muore.

 

 

 

 

 

 

A questi versi non chiedo nulla
né cerotti sull'abrasione
né scriminature fra eventi
dentro lunghe elastiche albe
e tramonti sulla cima dell'attimo.

Dico sono dove non mi coglie il vento
e invece stropiccio incontri
mi sporco le mani
mi strappo quelle piume
da uccello senza volo
come le temessi
per la catapulta per l'addio.

Sulla scrivania i libri restano muti
in attesa del quotidiano incontro
delle parole- scialle sulle spalle
per questi giorni che hanno scialato
il sole e ferrosi scaldano
i caloriferi le lampade i cerini
che non compro più
poi che hanno tremato al brivido
dell'aria scura
e mi hanno lasciata al buio.

 

 

 

 

 



Era un giorno qualunque
quando mi sono trovata la bocca
piena di sassi
col dolceamaro del primo caffè.
Dove sono finite
le grafie come scrigni insepolti
alabastri opalescenti
noccioli con il seme
per la fioritura a venire…

da margine a margine
sulla dirittura delle lancette
ad ostacolo al loro procedere
puntuto e puntuale
cerco il segreto delle parole
il luogo dove si incontrano
tutti i luoghi
e spalanco le braccia
per abbracciare insieme
tutte le nostre lame

si trasformassero le sillabe taglienti
in un nuovo neuma
o in un'armonica a bocca
per un valser musette.

 

 

 

 

 

 


Si fa dappresso il tramonto
che allunga le sue ombre
fra le zittite fronde della sera
non frugola neppure
l'erba dei fossi


nel silenzio dei tronchi
a cui fida mi appoggio
leggo fra le radici
l'intrico di parole confuse
polloni fessure e filamenti
non ho più filo per i domani perduti
nei solchi di desideri

nel crepuscolo scuro
l'ombra dilaga a luce spiovuta
si fa padrona


Sul confine ci si incontra
come ciechi si tendono mani
al di sopra del filo spinato

qualcuno resta impigliato
sul palmo è come segnato.

 

 

 

 

 

 


Era luglio
ero nata cicala sulla pagina
del gelso ombroso
e l'inno vibrava sui miei polpastrelli
ma andando incontri nel buio
mi hanno roso
ali e falangi

mi sono mancati i percorsi del sole
peregrinando lungo la strada

ho sentito la sua forza
far fiorire la terra
in amplessi di pane di vino e di olio
e fiori minuscoli ranuncoli
violette ubriache fra l'erba.

Anche attraverso le inferriate
mi ha toccato con lame di luce
sì che ogni volta sanata
reggessi l'urto della notte
per albe rosate
come dita neonate
e nuove barricate.

 

 

 

 

 

 


Ma quando…..
quando è cominciata la notte…

e il vento penetrato nel nido
a sparigliare fili accurati a conca
il ciglio entrato nell'occhio
le troppe inevitabili scorie
venute e a venire
la deriva di cocci e di stecchi
lungo la distesa infinita
dell'acqua con le sue onde

il mio corpo è l'habitat
di ogni stagione d'addio
nel persistere della perdita
nessun anello alle dita
sciolte e incolte le membra
come i fondi di caffè
alla turca bevuto in Macedonia.

 

 

 

 

 

 


Raccolgo sulla spiaggia deserta
gusci vuoti di conchiglie
piccoli sassi lisci e levigati
come la carezza di un bambino
non penso ai gabbiani
ai loro nidi ignoti al loro schiamazzo
aspro e cilestrino.

Il passo distratto non offende
di pensieri a guglie
arrivano liquidi come le onde
si fanno e si disfanno
muoiono e risorgono
ogni volta più sfibrati
provano ad ingannare
quello grande che non si ripete
come chele di granchio
falce da mietitore.

Sulla via del ritorno
barcollo su una caviglia che cede
sempre maldestra
fra scienza e nescienza.

 

 

 

 

 

 

Spenta la luce della coscienza
allontano le forme del mondo
preda che si nasconde
e non cerca più ponti.
Questa intrusa menzogna
non è neppure un desiderio
come un mazzetto di violette
a dicembre con la prima neve
insieme ai mughetti

- non è la quiete
che cerco- la giusta distanza-

sono un trillo uno scampanio
perfino il richiamo cupo della civetta
che ricordo di aver udito
quando ero ancora
con le trecce e gli occhi grandi.

Come giunta in un albergo distante
sento sfrigolii di incontri
sulla strada che in ardimentose curve
mi accompagna dove scorre
più in basso il fiume e ride ancora
attorno a qualche residuo sasso.

 

 

 

 

 

 

La bambina si divertiva
nel gioco di specchi rovesciati

i pugni ben stretti in tasca
a stringere semi minimi-chicchi
che nessun vorace uccello
pasturi ingordo ma nemmeno
si possa impunemente tenere
una speranza di terra.

Non ho alcun desiderio
di altri orizzonti
amo questo spicchio di cielo
che mai si negò al mio cospetto
e si prese incanti e insulti
non avrei meritato di più.

Sta in queste strette curve
a perpendicolo dove il rischio
civetta con l'usignolo
il brivido lungo della vita
le vostre mani tese
che mi sorreggono e … andiamo
là dove non muore il mare.

 

 

 

 

 

 

L' ombra degli assenti
nella penombra della sera
proietta forme scure
contro il soffitto bianco.
La scontorno stupefatta
posso passarci dentro
nidificare nel vuoto quieto.
Non è mai tardi per i dubbiosi.

Sull'artrosi delle spalle
eseguite tutte le condanne
porto pesi piume affetti
piccole esistenze da nulla
un buco- un mondo intero.

Allora voi restatemi presenti
col profumo dei gesti noti
contro il gran rumore del mondo
che va peripeziando sgembo
senza una meta nota
e sgomma romba ciarla
cacofonie in conflitto
antifone del tempo.

 

 

 

 

 

 

Qui è ora di dare strada alla storia
le viole non ci sono più
e il rio - mio nastro d'argento e castello -
si trascina in un rivolo stento
Dove sono andate le raganelle di smeraldo?

Ma piene di forme le nuvole d' aprile
ai margini della sterrata
mucchi di ghiaia in attesa
delle mie ginocchia mentre nominavo il cielo.
Dalle sbucciature a gocce mi usciva
un sospiro e il sangue
di un mistero ed io piccola
e pedalavo al galoppo di Chirone
verso la casa grande di via Viole 3
dove nella calura di luglio
aprii gli occhi alla troppa luce
al primo pianto.

Quante risate e giochi e parole
alte di fuoco e di fiamma
la bambina appoggiata al muro
ascoltava in silenzio ascoltava
e i suoi pensieri non facevano rumore.

Si modellò testarda e impaziente
crebbe in rivolta come una zolla
alla semina pronta
crebbe pietosa e fraterna
aveva un mannello di spighe.

S'è spesa tutta
e non ha rimpianti
vorrebbe che l'amaste la terra
nella zolla più dura a sudare
per trarne un solco
per semi di grano
per indicare la direzione al tempo

 

 

 

 

 

 

Mi nutro di sorrisi
nel braciere dei giorni
bulimica d'amore
la perfezione mai raggiunta

l'amaro del sale mi stordisce
il pane non si mangia più
che per millenni ha nutrito.

Seccata la sorgente
mi è rimasta
una imperfetta parola
anagrammata nel tempo
ho ricomposto il mio stare
senza rimpianti
parola imperfetta umana
che mai ha cessato di bruciare
alle raffiche del vento.