Quasi nulla quasi mai
quel volo sa il dimenticarsi
ora calpesta nel bosco
il ramo che franto canta invisibile:
'Nel nero della stanza chiusa
non mettere passi
torna a sentire
la lingua dell'acqua libera da una brocca
il suo accento versato sulla pietra,
togli al gorgo la luce.
Non rivedere, rileggere,
procedi'.

 

 

 

 

 

Giardino

Là dove galleggiano i colori,
se tocchi
c'è angustia anche tra i fiori,
guardarvi schiude nuove strade
alle tue dita sconosciute
per cui scivoleranno i morti
presi nell'ingorgo dei vivi.

Bevi nel fiume dei derelitti, guarda gli oppressi
guarda gli amanti incontrarsi
col muro che li divide
con le mani della loro pelle
del loro cuore puro.
Baciano il soffrire della terra
si imparano vinti in ogni 'eravamo'.
Capiscono la terra venire dal cielo
deposti sul tempo nel loro lontano
continuo sprigionarsi.

 

 

 

 

 

Fiaba

Sgranchisce, trabocca dal muro
del ricovero, l'accenno di albero
di quelli che muovono occhiuti
col cavo per bocca e rami per braccia.
Uomo incolore, vegetava
senza lavoro, era e non stava.
Ora, fatto sterpi, fra i vecchi
e l'istigarsi dei gatti, compie l'ombra
per fiore, ha un'opera: offre
del fresco e qualche parola alla nonna
che dicono vaneggi, veda ombre.

 

 

 

 

 

Donna d'ottobre

È al fondo della borsa che fruga
a memoria la commessa, guarda la curva,
c'è nell'ottobre della fermata il tessersi
martellante dei rientri e non snidi
un minimo 'adesso' in quelle pupille
stinte dalle otto ore. Pulsano lontane.
Sorvegliano che sbuchi il ventuno,
ma più lontane si porgono al vento
che le sfiori cosa costa scoprirle
con le spalle ore inattese nel cuore
o (lei lo ignora) almeno un dolore.

 

 

 

 

 

Ora santa

All'uomo, mentre rinviene
nell'anima, pesa tutto il riposo
del corpo sulla schiena,
nel sangue gli scava una luce sotterranea.
Se ora lo sai, non toccare l'uomo
col cuore trapassato da una lacrima,
non ti avvicinare al sorso sofferto di chi
parla con labbra tagliate
da baci di giustizia,
lascia che la sua vista pianga
su quel colle ieri lontano
oggi in attesa di passi
di uno che va, cercando, col cuore dentro di sé.

 

 

 

 

 

Rientro

Guarda chi torna dopo la verità
in solitudine e quanta via lo consuma.
Lo avverti nel vento
le rosse ossa di fatica
trapassare il cosmo doloroso, nel fiato
del fiorello attonito. E come torna
col suo senso d'esistere
dietro di sé
-----------come si insegue nel sole
la penultima rondine
gridandosi addio.

 

 

 

 

 


Periferia

Più in là dopo quel vento, lo vedi,
neppure il cielo è puro
vi anima l'ombra insonne del presente
che sempre scavalca il cuore
e chiede se forse tutto è per non esserci più
o è solo un destino improvviso
l'uomo,
sempre più svanito, più inseguito
dalle strane strade curve
delle zone industriali
che non conducono
e architettano la nostra tristezza
oramai divenuta qualsiasi.

 

 

 

 

 

Lungadige Ponte Catena
-----------------------------(altra periferia)

Qui niente può esistere
tolto dal tuo sguardo,
di questa città
sola resiste la coda del fiume
e una scarpina senza corse nell'erba.

Sdraiati con tutto il cielo
che non hai ancora visto,
lasciati uscire l'ultimo volto con la sponda
vai alle terre impensate, abbandona,
il nome di qui - di te - non dire.

 

 

 

 

Veronese

Chi sperare in questo tempo
di nebbia? Quante mani silenziose
di solitudine l'hanno carezzato,
pedinando con gli occhi,
il tuo cielo di poggioli, Verona,
quanti li ho visti portarsi così
sparsi nel dialetto delle piazze,
vuotandosi l'ombra!

Ma io so, un'anima sola resiste
al planare di questa città d'acqua e gabbiani
sconvolta dai passi di giovani fighetti:
c'è un vòlto nel centro che appare
quando chiedi nome alla nebbia,
e un buteloto sconto:
"El fior de la gentilessa son mì"
- svernacola nelle gonne delle vecchie -
"un omo che 'l Signor
l'ha fato cossì par ruinarlo"
- mostra la ghigna a le bele fiole.

Mercuzio, anch'io l'ho scanzonata
la mata Verona,
per noi non lieve balcone d'amore,
ma sorso affilato nelle vene del mistero
dolce d'Italia e nella luce
invernale del suo sipario
l'abbiamo appreso:
qui non è gradito l'ospite
che sparendo
non ne beve la stoccata.

 

 

 

 

Una notte distanti
----------------------(a Loredana)

Lolò,
cala molta della tua vita stasera
dal balcone che prende un'aria stanca
mentre la pioggia
e l'odor di pioggia metto assieme.
Il ricordo di te circonda le stelle,
te lo vedo ora con più fuoco negli occhi
--------------------------------------moglie
ora che sei della notte, di ogni altra cosa
---------------------------------------mia piccola
solitudine,
----------porta che preme sulle dita di chi prega.

I bimbi li ho messi a letto,
la notte orbita sui monti, tutto adesso
non comunica con noi,
non dà segni di vita
diversa dal giorno svanito che mi rimorsica in fronte.
Mentre così dico, scompari meglio nella pioggia,
con le cose perse di fuori, dalla porta
vai in ogni altra cosa,
accompagni il nostro incontro vero
mia
----ti fai
--------fraterna alla notte.

 

 

 

 

 

Mattino

Solo lo stolto chiede dov'è il cielo
al mattino tra lenzuola e scrivania,
plana dove ha cuore lo sguardo.
Vieni giorno, scheggia di tempo accedi
questo è l'oscuro senso dell'uomo
che piaga la pelle, erra
fra le mie porte ferme, tasta
sui miei libri esterrefatti, assaggia
le sedie rabbrividite
le cose impassibili di qui
poi arresta
nel vederti, simile all'uomo,
l'anima e il corpo raccolto nel vento,
carne tolta al fresco primo suo gesto.

 

 

 

 

Testamento

Io da vecchio sono un fiume
spaesato, buttato lì
come un pavimento vuoto.
Questo vecchio
voleva essere un bambino
scherzare coi rimbalzi dei sassi
e coi salti d'insetti,
poteva essere la giovane gravida
che le vola la gioia salendo
le scale insistenti.
Invece il vecchio si ritrova,
con le briciole nelle lenzuola,
tutti i posti calpestati,
ogni vita avuta in faccia. Voi,
ricongiunti in quel delirio, diverrete
come dopo un vagito, sarete
il tempo spezzato, l'oggi
che, perdonate,
non avevo capito.

 

 

 

 

 

Uscendo
-------- --(a Giovanni già che lo raggiungo)

Per ora io voglio la vita distante come l'attendere
l'amico morto comparire, la sua voce
sorridermi dal vuoto di un telefono,
con quelle campane dormire
svegliarmi che sia spalancata l'aria,
guardare svolazzare sulla siepe
ed esser pieno di questi giorni, sempre
uguali sputati dal tempo, bucce
giorni come la vita di Giannino
lo scemo del cimitero che appare ai defunti
e domani mi condurrà per l'ombra di un fiore
a passi spenti nei suoi splendidi discorsi.

 

 

 


 

 

Ricorda io sono qualcuno che resta:
chi dal tuo nome è tolto, nel tuo pianto
resta. Uno che vede chi vede il vento
uno che viene e paga di tutti il tempo.

 

 

 

 

da Uscendo, Edizioni l'Obliquo, Brescia 2006