--

 

 

SETTE SONETTI PER UNA CITTÀ

--------------------------------------a Kees Verheul


I.
La pioggia fa da terza dimensione
a questo paesaggio altrimenti
del tutto piano, una composizione
monocroma di linee e gradienti

creata da un Mondriaan divino.
Sulla campagna un silenzio compatto.
Soltanto l'elica di un mulino
eolico apre l'aria con esatta

cadenza. Poi la pioggia si arresta.
Il sole scopre la trama d'argento
dei canali. Nell'occhio di chi osserva
da un treno questi raggi convergenti
fanno girare come una ruota
di bicicletta l'orizzonte vuoto.

 

 

 

 

 

II.
La pioggia sferza le torri neogotiche
della stazione. L'ago nel quadrante
dell'anemometro ondeggia avanti
e indietro attratto da un nord dispotico.

Sembrano tendere tutti i passanti
a un punto, ma secondo caotici
disegni o lungo linee asintotiche,
quindi restando tra loro distanti.

Come uno dei martiri a Sebaste,
al supplizio del gelo non resiste
l'ombra che il trabocchetto di una porta
girevole sottrae alla scena.
Nessun altro di certo si è accorto
del vacuo che ha lasciato la sua pena.

 

 

 

 

 

III.
La pioggia scroscia obliqua contro i vetri
e la stella dell'insegna, illustrando
ai clienti seduti in veranda
la teoria del clinamen. Da scheletrici

rami e dalle ciglia delle grondaie
sgocciola senza posa. Al selciato
s'incolla il fogliame come al palato
la lingua. Dai tombini le caldaie

alitano vapore. Un nessuno
in impermeabile entra nel fumo
del caffé per sottrarre al paesaggio
ogni traccia di sé: autonegazione
significa che non c'è distinzione
tra prima e dopo il nostro passaggio.

 

 

 

 

 

IV.
Nell'acqua dei canali si riflettono
capovolti i frontoni dei palazzi
come spalliere in fila di letti
barocchi. Attorno alle barche guazzano
le folaghe. È immobile lo specchio
su cui aleggia dal principio un occhio

liquido. O quasi. Le cose rifratte
nell'H2O perdono i contorni
netti, anche la pietra si deforma,
l'acqua inarca le linee rette

per effetto dell'onda e le spezza.
La città tiene i piedi a mollo fino
alla caviglia in questo catino
dove il flusso intacca la saldezza.

 

 

 

 

 

V.
Non è più alto il sole a mezzogiorno
né più lucente dei rari lampioni
che si alonano di arancione
nel cielo inallusivo e disadorno.

I corvi a scatti si guardano attorno
zampettanti sui fili in tensione.
Dall'immobilità dei cornicioni
si scioglie in volo una schiera di storni.

Anche per gli uccelli una retta
è la linea più breve che unisce
il davanzale al vertice del tetto,
ma nelle nubi senza superficie
come in un vetro coperto di polvere
la prospettiva sfuma, si dissolve.

 

 

 

 

 

VI.
La pioggia riga i cristalli del tram
con gocce in tutto simili a flagelli
di semi. Ad ogni svolta una scintilla
illumina il cielo di Amsterdám.

Sopra la strada i lampioni oscillano
sospesi ai fili che il vento sgronda
ora allungando ora scorciando l'ombra
dei passanti aggrappati ai loro ombrelli.

Si aprono i ponti, i bracci levati
come in atto di arrendersi all'inverno.
La pioggia ammolla le ossa all'interno
come l'olio il midollo di patate
fritte. Un corpo trascina l'ombra fradicia
fino a casa, entra, appende il soprabito.

 

 

 

 


VII.
Parlano un identico linguaggio
la città e la pioggia, geometrico
elementare. L'occhio dietro ai vetri
impara a guardare il paesaggio

nel suo luogo natale. Millimetrico
lo sguardo. Inutile ogni personaggio
osservatore incluso. Il coraggio
è sapere sparire nella metrica,

svoltare all'angolo. Mandano ancora
riflessi i vetri anche se le tende
sono tutte calate a quest'ora.
Dentro si scorgono sagome intente
a qualcosa - sui fogli segni, forme.
Sotto la palpebra l'occhio non dorme.

 

 

 

 

--------------------------------------------IN TRENO

Un binario deserto: compiuto l'ennesimo giro
la lancetta più rapida aspetta che l'altra scatti,
nell'attesa del tac trattiene un istante il respiro,
poi riprende a contare i secondi. La porta sbatte.
Stride il metallo: il treno sgranchite le ossa
vince la forza d'inerzia. Benché solidale
con il sistema intuisci che adesso si è mosso.
Pensi: spostarsi è un esperimento mentale.
La ragazza seduta di fronte si specchia nel vetro.
Alla tempia una vena disegna le anse del Volga
che discendono fino all'orecchio. Guarda indietro,
le sue spalle rivolte al futuro. Speri distolga
gli occhi dal proprio riflesso, dalle luci delle
auto che ottunde una nebbia buia. La pianura
libera spazio e silenzio dalle loro celle.
Pensi: se questa è la morte non aver paura.

 

 

 

 


---------------------------------------------------DUE NELLA NEVE

Si fanno schermo, alzando entrambi i guanti
agli occhi, dal riflesso della neve
stesa come la bella addormentata
su ogni cosa piana nel suo bianco
e inamidato mantello di ghiaccio
i cui lembi solleva a tratti un soffio.

Fragile l'aria quasi uscita al soffio
di un vetraio, da toccare coi guanti
se no si spezza e turbinano ghiaccio
in schegge fitte e cristalli di neve.
Silenzio è il solo suono che il bianco
produca nella piana addormentata.

La donna esausta s'è addormentata
sotto un masso al riparo dal soffio
che assilla e dall'ossessione del bianco.
Lui le bacia le tempie e, tolti i guanti,
le falangi. In ginocchio nella neve
prova a strapparla al sonno e al ghiaccio.

Gli trafiggono mille aghi di ghiaccio
la mente e l'estremità addormentata
dei suoi arti formicola. La neve,
che adesso scende trattenendo il soffio,
per non lasciare impronte mette i guanti
e occulta l'arma nello sfondo bianco.

Il colore del silenzio è un bianco
abbacinante: un muro di ghiaccio
contro cui battono sordi due guanti
stretti a pugno. Si è addormentata
ogni parte del corpo ormai. Il soffio
del respiro si spegne nella neve.

Il buio della notte dà alla neve
un aspetto bluastro non più bianco.
S'è solidificato anche il soffio
del loro fiato. Rigidi nel ghiaccio
non sono che una statua addormentata,
sfilati dalla vita come guanti.

Al primo soffio coprirà di bianco
la neve l'ultima traccia nel ghiaccio
della coppia addormentata: i guanti.

 

 

 

 

-------MONTRÉAL


Cammino stasera attraverso
suburbi che ignoro in cerca
d'un cinema, un bar, un locale
qualsiasi. Ed eccomi perso
che vago alla cieca da circa
un'ora nell'ortogonale
delirio di strade ed incroci.
Abbaiano cani da dietro
steccati poi tornano afoni
a cuccia. Non meno feroce
la pioggia crivella uno spettro
sospeso ad un palo: il semaforo.

Mi chiedo che cosa ci faccia
in questo insensato quartiere
di questa metropoli reale
soltanto di nome. Sfilaccia
il vento ricordi e pensieri.
Il punto di fuga dei viali
si perde nel buio privando
la tua solitudine di ogni
possibile ostacolo. Inutile
provare a riprendere, quando
ti infili al contrario in un sogno,
la strada da cui sei venuto.

Il neon d'un'insegna ossessivo
cancella e riscrive sul nero
le lettere (mutila l'ultima)
d'un nome. Dilavano i rivoli
l'ingresso del bar. La cerniera
dei cardini emette singulti
sinistri. Gli occhiali si appannano
appena varcata la soglia
velando di spessa condensa
lo sguardo che attorno s'affanna.
Dal banco la radio gorgoglia
le note di un pezzo melenso.

Deserta la sala. 'Desidera?'
domanda una voce. 'Qualcosa
di forte'. 'Spiacente, signore:
alcolici niente'. Sorride.
'Espresso?' e la mano già dosa
la polvere. Come il dolore
potrebbe trovare un antidoto
in questa brodaglia che usurpa
il nome caffè? La tazzina
racconta sul fondo un capitolo
non scritto. Vi leggo (e mi turba)
sull'ultima pagina: fine.

Non muta alla terza zolletta
di zucchero il liquido. L'unico
effetto: la pena diventa
ancora più amara. 'Ha l'aspetto
d'un uomo' mi fa 'su una fune
che oscilla'. In effetti dei cent
di dollaro (Croce: la foglia
d'un acero. Testa: regina)
tintinnano in tasca. 'Mi sono
perduto e non so dove sbaglio.
Capisce? Mi chiedo alla fine
se esista ritorno o perdono'.

'Addio'. Mi abbottono il paltò
ed esco per strada. La pioggia
ha smesso. Un'infida pellicola
di ghiaccio ricopre l'asfalto.
Il piede comunque lo poggi
si sente in continuo pericolo.
Davanti alle luci di lerce
vetrine si specchia un automa
umano (lo vedi dal pianto
per cui fa fatica a vederci).
Impara tacendo l'idioma
di questa città: il desperanto.


 

da Latitudini, Edizioni O.M.P, FarePoesia, Pavia 2008