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Sta zitta la parola
Sta zitta la parola.
La scuoto come posso ma non dice
mi appiccica il libeccio del silenzio
lo lavo verso verso
fino alla radice
come il fosso che spera nella foglia
per fare la figura del gran fiume.
Ci vuole il sortilegio
il mio vestito a picco
in questo panorama senza agosto
tra canne e arbusti
lividi di sonno
si inzuppa della spina di un ragazzo
e scorre.
La mia vena.
Dentro il pozzo.
E torno al mio
lenzuolo
E torno al mio lenzuolo
magra di tenerezza
dischiudo la voliera
di poche voci e accenti
uccelli mandarini
certi al mio cadere
tra braccia di bambini
azzurri e pigri.
Per questo il fiume ride
occhi di piume fredde
le sere sono asciutte
all'attimo che chiede.
E se ne avvede.
Il tempo.
Povero Gesù
Povero Gesù
di gentilezze clandestine
ti hanno lasciato solo
o forse sola
che chissà donna
dentro carte azzurre
si nasconde sotto l'ala
e attende amore.
Ma amore non può
venire
da feste e da giardini
troppi semi isteriliti
solo aurore senza il frutto.
Date il concreto a Giuda
a me il profumo della rosa
di verità e rugiada
è forse troppo?
Dolce la donna vuole
non pretende
il suo ritorno in carne
la tortora l'affligge
si piega e vola
senza reticenze o dubbi
di trenta denari scalza
di goccia e di parola
l' hanno lasciata sola.
TU
rosa di notte aperta
forse di nessuna sera
questo è il tuo corpo
assaggia
la tua
prima
giornata
vera.
Le amiche
(una suggestione da Klimt)
Capezzolo noce dorata
l'arancio del saio.
La stoffa del gallo guerriero
il pube il ventre pudico
la mano sul petto.
Pupille increspate
di colli e candori
le amiche dei giorni
smeraldi di pepe
partenze ritorni
sotto l'ala pavona
del cielo.
Vorrei portarti
in braccio
Vorrei portarti in braccio
come un figlio nel canestro della pace
e poi legarti a un filo
fino al piano
dove tengo le mie erbe
che fanno bene al mare
medicinale di mentucce fresche
odori della casa
e non ti cresca
la voglia di andar via.
Vorrei portarti in braccio come un figlio
e amarti come l'aglio delicato.
Appeso al mio balcone.
Il giorno di mercato.
Io filo tu sole
Io filo tu sole
e l'occhio si chiude
mi annodo sottile
di nuvole e cielo
al gentile pensiero
del maggio
io coniglio tu cane
chi ha paura dell'ombra
nel nido di fieno?
Io gatto
tu mosca di calla
in zampa
disegno nell'aria
la grazia felina
il terrore mi ronza
di nero
lo scuoto finito.
Io filo tu sole
imbastisco parole
e ti lego al mio rito
al mio ultimo lido
a questa vela
sgualcita .
La vita.
Parole
Hanno il colore del giovane gallo
che promette battaglia alla vita
e diventano giostre di voci
lungo il filo che traccia il ritorno.
Ragazzi assorti nel gioco
(sorridono al giorno)
miliziane di grani maturi
formiche in fortezze di terra
o fieno nel fango.
Sono rondini altere
di liquido canto
mi sfrecciano dentro
in mute gazzarre
o silenzi assordanti
recipienti le dita
sfiorano brevi
seguono forma e pensieri.
Disegnano il corso del fiume
(l' orma goffa e felpata
attraversa la strada)
e mi invadono il sogno
la palpebra vibra del lieve
passare di mille zampette
di neve.
E corrono al giovane gallo
sono la sfida del mondo
il gesto d'orgoglio
che sfibra in sorriso
l'aculeo dell'inverno
nel fermaglio indeciso
del mio verso che aggiorna
si appanna
vira in limpida canna
in gatto saccente
di parole infinite
vissute
dal niente
ferite.
Macchiagodena
Ritrovarti lasciarti
ho già scritto di te
nella pelle di un cielo assoluto
balconate di marmo
davanzali i miei sogni.
Muro muro
il giardino dell' angelo appeso
di bocche leoni e palmizi
ambulanti assordati
la giacca di piccola rosa
alla festa di santi e matrone
le persiane (e la gente)
mangiucchiate dal vento
nella vena che scorre
di pietre lontane e nascoste.
Qui.
Sotto ulivi bambini
i cieli finiscono presto
di te non possiedo il ricordo
soltanto l'odore
a braccia distese
e la rondine viva
poi muta improvvisa
nell'arcata di lingua
la rosa.
Ritrovarti lasciarti
ho già scritto di te.
Rosalba de Filippis,
Il filo forte del lutto, di prossima pubblicazione

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