non riesco a sopportare
che tu continui a vivere infelice
nel nome di una chiesa.
ma me ne starò zitta, questa volta, e non dirò più
nulla.
ti tolgo l'imbarazzo di affrontare
l'amore o la morale, di pensare
che sei proprio come me.
ti lascio, devi andare
per vivere il vangelo dei perfetti
(che, dopo, ti ripaga). nessuno verrà a dirti
quanto sembri quel che sei, a darti
la vita che non vuoi.
lato B
mi sento tutta l'umidità
dei prati a notte fonda,
(ad abitare vicino all'adda si è fortunati d'estate)
dorme anche il cane della vicina.
salgo le scale a luci spente senza nessun rumore perseguibile
dai miei, apro la porta lentamente come tante volte. invece
è come aprire la portiera di una macchina che è stata ore
al sole:
- nessuno ha la prigione che si merita -
e devo dirlo adesso, a qualcuno almeno,
che la mia non è dorata e ha sempre troppo
e troppo poco per restare.
(andarmene o rinchiudermi)
..K
ora sei
rimasta sola
ma ti ricordi tutto, vero? anch'io ricordo,
tutto.
e allora, baby, che tu lo voglia o meno, mi devi congedare
e sarà dura mandar giù la bile.
l'educazione vuole (oh, scusa,
ché tu la chiami dio
) rispetto e amore per le creature,
senza ferire colpo. spara.
spara adesso, senza mira.
spara.
lo vedi o no che sono armata e pronta a fare fuori
le tue certezze che addomestichi ogni sera?
e lo faccio soltanto per dormire.
(lo sapevi lo sapevi
lo sapevi)
potevi dirlo, in
fondo che ci vuole,
mica t'avrei scopata, tanto così per fare:
non sono un maschio, io,
lo sai.
di tutto quello che
mi tocca, che mi è toccato
in sorte e che verrà, ti prego - quando esisti - liberami
dalla pigrizia: non sono pigra, io, non sono stata mai seduta
e senza iniziativa. per questo adesso non la merito,
ché so affrontare danni ben peggiori, compreso il tuo via vai
e il fatto che mi vuoi ma non ci sei.
e se ci sei - speriamo - facciamo questo patto:
io smetto di nasconderti, tu buttami di nuovo a capofitto nella vita.
che brutta storia
non andare in paradiso per via di un solo dito
atrofizzato e morto (a furia di puntarlo).
altro non resta, nulla, se non quel buco opaco in mezzo al petto
un po' sulla sinistra.
e la colpa, sì,
è del prato, di quell'erba così verde
più verde della bile del vicino che ci osserva
tutti i giorni recitando
l'happy family day.
con le parole ingarbugliate,
così fitte e aggrovigliate
da darmi tregua, sono nel bosco
sotto gli alberi sotto il cielo
sotto le stelle sotto il sole
sotto e sopra ogni mio pensiero.
e mi lascio scivolare come se fosse questa
la stagione giusta, la mia:
pensieri quanto mai mortali e comuni, normali
domande poche, nemmeno necessarie.
sotto questo sole questa pioggia questi rami
questi strani e variopinti richiami
(tanti uccelli) che non so neanche vedere.
sono nel bosco e
in questo stato
pur avendo sempre odiato
d'annunzio. ma non la pioggia nel pineto.
un muro d'anime sudate
che mi si incolla addosso
e grida tutte le canzoni e ondeggia salta buca la calura della notte
a inizio estate.
invece, io, mi sono persa,
mi sono persa, ero già altrove
ancora prima dell'inizio del concerto,
mi sono persa, ero già altrove.
mi sono persa nel
pomeriggio caldo e senza afa
sulla tua pelle sciolta e stretta e senza fiato
tra le lenzuola in puro lino stropicciate.
mi sono persa, mi sono persa.
quando sono riemersa abbiamo riso insieme
e non volevo essere altrove.
Silvia Monti, da
così uguale, Lampi di stampa, 2008. Collana Festival, a
cura di Valentino Ronchi

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