Frane e frammenti, saliva e cuore
in crosta di silenzi.
Frane, come abbracciare le cose.

Offro l' inguine inquieto
a desideri in affitto
poi spingo l'alba fino ad accecare.

Se ho mille anni è perché spargo
mille frammenti. Se sono roccia
è perché ascolto la lingua dei cristalli.

 

 

 

 

Si sgrana il cielo a piccole preghiere
per tutte queste basse bocche aperte.
Come si conta il tempo? Dall'istante
del nulla a grandi passi, rivolgendo
il capo a un dietro che si fa d'inezia,
o nel galoppo di luce che c'infrange?
Parlano i volti in squarci senza spazio
poi l'ora implode e ci serra la gola.
Come quando eravamo l'universo.


 

 

 

Ti ho forse incontrata, luce.
Non posso averti vista né tu
avermi toccato, sei parallela
dentro - contemporanea.
Ti collochi nei tempi, osservatrice,
vegli le libertà, di sguardo,
illimitatamente. Mentre io
so solo costruirti nel respiro,
come toccare un sogno
che nel sonno può, vero

 

 

 

 

Traverso dunque un tempo di nessuno
salendo su un vagone troppo pieno
di cappotti sgualciti e di azzoppata fretta
------ mi guardi storto mentre il fiato rende
-------l'odore dell'ultima boccata di tabacco -

Tempo appoggiato come si ripone
la sciarpa ed il pesante zainetto.

Cento voci, la bocca un poco aperta
nel sonno che ripara dal vociare
------ - saprò cosa hai provato proprio ieri,
------ gentile sconosciuta innamorata, di lui
------ che ti teneva per la mano -
Guardo come incroci le gambe, come
alzi le pagine del libro e te, distante,
con la penna che gira fra le dita.

Tempo sfuggito, ognuno nel silenzio,
tempo che scambia il fiato e non rimane,
tanto vicino e tanto approssimato
fino alla resa.

 

 

 

 

Io so che mi passi dentro, attraverso,
entri come una scheggia di cristallo
dalla pelle invecchiata e non per questo
più ostile e più pronta al taglio.
So che ti inietti nelle vene disordinate,
lungo le arterie risali tutti gli organi
e graffi le pareti. So che dissemini
minuscole lamine negli alveoli, nei gangli.
E so che residui nei follicoli, che dimori
nei nervi. Ho l'immagine chiara di te
nel cristallino dei miei occhi, nel verde
brillante delle iridi. Trafiggi le radici
dei miei denti e sento il tuo sapore
nella saliva che inghiotto avidamente.
So che è come non averti, disperso
come sei nella mia carne. E come
non posso dissiparti, mai.


 

 

 

Non è che un muro bianco, in controluce,
e non sanguina, ormai, non sanguina anche dove
l'attrito taglia la pelle mai matura.
Passa leggera la mia dirimpettaia
in tacchi rumorosi, porta convinta
una verginità che le ho donato quando
il muro spariva nell'edera intrecciata.
Porgerle un accenno di sorriso
la rende bella, come il cielo attorno:
è, lungo muro, ancora, di bianco e luce,
che non si frantuma.


 

 

 

Si costruisce, si abita e tutto si misura -
o ci misura - in metroquadri e altezze;
forme cui ci adattiamo, illustri possessori
o posseduti cuori in minimali spazi.
Rari architetti e più frequenti mastri
ad imparare il sole su toraci nudi,
a limitare spazi in fiabe di castelli
e di torri di altissima speranza.


 

 

 

Dio di questa stanzetta, del divano
dove scacci le ore senza fretta,
mi guardi, dal tavolo di fronte:
stretti a fessura gli occhi, e le zampette
parallele, accostate.
Ad ogni pagina che sfoglio segue
un rapido arretrare delle orecchie
attente. E mi da pace
la tua vigile assenza, custode
indifferente e in differenza, traccia
di ciò che non sarò, che sono stato.


 

 

 

Piccola notte, perimetro del mondo,
passata a perpendicolo sul ventre,
bocca affamata di un esordiente male
che ha fauci conosciute, nel silenzio.
Piccolo buio, branco feroce di lupi,
non-luce indifferente e scuro inganno,
verbo muto di un distratto Dio.
Piccola assenza, strappo di trama,
disordine del tempo e rotta luce,
densa ed interminabile sapienza
di un cosmo imploso, infinitesimale.
Piccolo niente e vero come l'urlo
che infrange sul limite del mondo,
non-pietra e non-salto di rupe.


 

 

 

Del riflesso una ragione in coro,
mitraglia di aggettivi in spazi corti.
C'è una città morente, mentre arrivo,
che aspetta il mio respiro e giace.
Di corpi che s'imbrattano di ombre
ne ho ancora dentro l'ansia
quando muovo e l'aria si frantuma.
Scrivo parole, frane fra le frane,
sembrano tutte densità scomposte,
io mentre, io dove, pallido regnante
di un raggio lama, mistico e perdente.


 

 

 

Di te rimane anche questo pezzo
di terra di pianura, nostra pianura
e madre che ci diede il nome.
Un piccolo frammento, poche zolle
ammutolite anch'esse al tuo svanire.
C'è profumo di vino e verderame
e qualche sparsa pianta di albicocca,
un fico e la tua voce che mi suggeriva
di assaggiarne il frutto con la goccia.
Io cammino, lungo i confini incerti
che il vicino di anno in anno erode
a poco a poco, e cammino negli occhi,
nei riflessi, come un cane a cercare
qualche impronta, o l' odore.
La terra, credo, assorbe e accoglie -
mentre la benna abbatte questa vigna
e il mostro sferragliante la tritura -
la mia disordinata insofferenza
agli inutili altari. Nelle giovani foglie
tutti i passi, le voci.


 

 

 

La mia lingua tagliente ti ha recisa,
e il mio corpo strozzato le radici.
In un attimo mi ami nuovamente.
E nuovamente incroci le mie dita.
Ti pettino i capelli e l'alba muove
dalla tua fronte fino alle mie mani
ora, ché l'anima rimedia l'infinito
nel punto in cui si spagina il racconto.
In questi tempi sempre lo possiamo.


 

 

 

Da questi fili d'erba, come si fa
nei dieci agosto di ogni estate
guardo le piccole luci, più vicine.
E non m'importa se sono braci
brucianti chissà dove o è la ragione
che le tiene accese.
Io so che si iniettano negli occhi
a te che mi accarezzi sulle mani
e la quieta dolcezza del presente
si fa ponte di tutta la distanza.
Io so che non c'è buio questa notte.

 

 

Stefano Leoni, da Frane e frammenti, LietoColle 2008