Di corsa, salgo e scendo i marciapiede,
gente contro, schivo il passeggio serale,
le coppie mute con gli occhi alle vetrine,
i giovanetti in gruppo e i tacchi alti del dopolavoro.
Ho fretta di arrivare come se un minuto,
simile a un brutto film d'azione americano,
potesse mutare il mio destino, uccidere
per sempre l'occasione. E forse è così davvero:
l'attimo si rapprende, il cielo esplode
e il bacio che si perde sgretola l'Universo.
E pare tutto possa raggomitolarsi
in un niente che invade, un vuoto che tempesta,
e perdersi, come il fazzoletto rosso
nel palmo di un prestigiatore.
Io corro e arriverò mentre ti sto perdendo,
arriverò perché il dolore è asfalto,
è trave e serra, è luogo dove niente
e l'amore lo strappo che lo riempie.

 

 

 

 

Se il taglio è netto, la gemma
non si accorge dell'inganno,
e la marza la cura dando vita.
Ed è così che attendo il punto
dove s'innesta il vuoto alla parola.
Spingo a fondo il silenzio nel rumore

 

 

 

 

So d'aver letto stamattina, nel volo
immensamente impertinente del giornale,
che la madre ha ucciso la bambina.
Ne ha fatto un mucchio di carnina bianca -
che il rosso si è perduto in un istante -
Siamo sgomenti lungo i cappuccini, lacrime
impastano la pausa del caffè, si sparla.
Si grida, una sommaria mandria di condanne
rimpolpa la giornata di parole, di verità,
prendendo una distanza, suggerendo
chi, dove, pertanto, quando e come.