Come una piazza


Amami del tuo amore.
Arrotonda tu il passo
e sciogli il grumo timoroso
dell'indugio.
Avvicinami dove io limito.

Comunque fermo
io starò
come una piazza,

muto per voci altrui,
immobile per passi d'altri,
e solo
nell'assolato silenzio
d'uno scottante mezzodì.
Umido e agostano.


 

 

 

 

 

Morso alle labbra

 

Una volta
ancora
vita.
Colpisci.

Scuoti
la guancia
piegata,
obliqua
nell'attesa.

Gli schiaffi
giungono
in gruppi
di tre.

Sarà
il giorno breve
che muta
la tragedia
in burla.

Sarà
il tempo che accelera
e si gioca
di te.

Sarà
l'infante
a tradire il labiale
e intendere
sorriso
nel morso alle labbra.

 

 

 

 

 

 

Ancora tempo


Illudi il suono.
Che tenda al fine
e scivoli al capo.

Illudi il passo,
scippa il verso
al vettore.
Giravolta i piedi
che il tallone
diventi punta.

Illudi
la stessa illusione,
che anche il miraggio
sia fatto di acqua
e il disilluso
frenato
dall'abbaglio.

Illudi
l'errore,
si creda retto.
Muta in realtà
il prestigio,
in regola
l'eccezione,
la norma
in scandalo.

La lama del mago
trafigga la donna
la stretta di mano
scateni la lotta.

Illudi il tempo.
Innesca la miccia
di fuoco
alla palla
di ghiaccio.
Interrotta
presto
la corsa.
Sia acqua.

Eludi il tempo.
Sottrai materia.
Sfila secondi
ai minuti,
istanti
ai secondi.
Sdrucciola le ore.
E siano
giorni.

Ancora
ruba
nudi attimi.

Temporeggia.
Aggiorna.
Differisci.
Indugia.
Dilaziona.

Oh Signore
concedi
ancora tempo.

Diminuisci
la certezza
sul remo
che spinge.

Solo uomini
Siamo.

Nessun disturbo
ai tuoi disegni.

Ancora tempo.

 

 

 

 

 

 

Primo vagito

 

Disteso
sul letto
confido
sulla tua parola
soffiata nel mio orecchio
chiusa nel tuo silenzio
che attende
alle mie spalle.

Io stesso
la pronuncerò.

Disteso
sul letto.
Vestito
non morto.

Lambire la fine
perché avvenga
l'inizio.

Nessun compianto
bagna il mio corpo.
Maria Maddalena
non carezza
la carne fredda.

Giuseppe d'Arimatea
non estrae
il ferro
che trafisse
la vita.

Disteso
sul letto
confido
sulla tua parola
soffiata nel mio orecchio
chiusa nel tuo silenzio
che attende
alle mie spalle.

Si schiuda la mia bocca.
Esca il primo vagito
o sia colma
di terra.

 

 

 

 

 

 

Notturno delle due

 

La notte fa le fusa
fa il silenzio.
Io mi abbozzolo
come cucciolo
sul grembo
che intiepidisce
il feto
della mia parola.
Dagli occhi lecchi il pensiero.
Alle orecchie miagoli
la notturna morbida voce
che sveglia
la deriva
del senso.
Le palpebre accarezzi con la coda.
Scenda lo sguardo
nella liquida profondità amniotica.
Diluisca l'impressione.
Dorma infine
domiciliato,
non residente,
nella muta terra del sogno,
danzando
spudorando
confessando
l'impossibile
in verso ermetico.
Scritto
in nero
sul nero.
Giunga la luce pubere.
Abbai l'ora del tempo che scorre.
E tutto assorba
l'amnesia
che divide la vita
del cane
e del gatto.

 

 

 

 

 

 

Ultimo respiro

 

Si inabissa nel silenzio
il suo respiro
più profondo.
L'ultimo.

Muto il soffio
che gonfiava il petto.
Fermo il battito
che scandiva il tempo.

La parabola
dei tuoi occhi
si arresta
su di me
mentre
accarezzi
l'incipiente
inverno
della sua mano.

Chiedi:
perché?

Io appoggio
lo sguardo
sui miei piedi.
Scelgo
il passo del silenzio
nel tortuoso sentiero
e una pietra
morbida
dove poggiare
il capo
a riposare

sull'orlo
del precipizio.

Un filo
di seta pura
cuce
il vivere
e il morire.

Un passo
avanti all'altro.
Reggere
l'equilibrio,
il precario,
fino allo strappo,
alla gola
che tutti accoglie
che aspetta
ciascuno.

 

 

 

 

 

Muta processione

 

Muta processione
senza officiante.
Scure macchie di inchiostro
addossate
le une
sulle altre.
I passi nei passi.
Consunti i tacchi.

Come cani da gregge,
sciami vaporosi
di tiepida nebbia
spingono
noi,
mandrie
senza pastore,
spicchi divisi
di frutto
senza più succo.
Perle
di rosario
senza più recita
senza voce di preghiera
senza indice che ci sgrani sul pollice.
Pallide cere
di solitudine
cucite,
infilate
al margine del marciapiede.
Smarginati.

Nessun pater e gloria
cantilena
al nostro passaggio
immobile di attesa.
Il niente della voce
chiama
il nostro nome
nascosto sotto
l'umido cappello.

Neppure l'annuncio
di ritardo
per un solo convoglio.


Poco manca
al tempo assente.

Tremante il tintinnio
del campanello
spezzerà la bolla
dello stare
senza dove.

La locomotiva
violerà
il grigio perla appannato
dell'orizzonte.
Cigolante faticosa vita,
fermerà
il suo spingere
soffiando fumo
nei nostri occhi
bagnati.

E un'ave maria di vetture
come rosario senza voce
fisserà
l'amen
presso ognuno di noi,
sputi neri
nel grigio
orfano.

Lo scrocchio della serratura
terminerà lo stridìo dei freni,
libererà i morti alla soglia
e i loro volti
si abbozzeranno dietro
i vetri delle porte.
Profumi di zuppe
e ronzii odorosi di spezie
e sapori di carni arrostite
sfumeranno fuori
e carezzeranno le nostre palpebre secche.

Tre soli gradini da pestare
nel silenzio consumato
dal frusciare
della nebbia
sulle nostre barbe
sui visi slavati di cipria
sui rossetti appassiti di sapore.

Saremo smorfie
di discreti sorrisi
che portano il cappello alla mano
nell'inchino che saluta
timido.

Il loro remoto sguardo
fisso, a spalancare
le porte del bentornato,
risolverà
il nostro passo
alla vettura.

Sarà il tango odoroso
dei morti
compresso nella fisarmonica
e soffiato nelle trombe
a sancire il nostro ingresso.
Ondulando bottiglie,
fra antiche poltrone senza numero,
succhieremo vino
negli stessi calici.
Le gocce sfuggite
alle loro labbra
timbreranno
i nostri biglietti
di passeggeri
del medesimo viaggio,
senza partenza,
senza approdo,
senza transito.
L'angoscia sottile sarà vinta
dalla spuma di panna
leccata da tenere bocche,
strappate giovani,
alla vita.

Il fischio tremulo di lacrime
intravisto dal sudore dei vetri
sarà nuovo
nulla osta
al viaggio.
E il treno
faticoso
muoverà,
immobile,
per la stazione più lontana,
questa,
ultimo approdo,
prima partenza.

Noi nuovamente a destare i cappelli
in saluto
a marciapiedi vuoti.

Il dubbio
sarà
sbocconcellato
dalle labbra, le nostre,
sulle labbra,
le loro,
fino a diventare sapore,
nulla di gioia leggera.
Zampogne
arrossate
intoneranno la festa.
Bocche sulle bocche
fino alla fermata.
Domani
un altro rosario
di non più vivi
ad attendere
il treno
di noi,
ora morti,
passeggeri, commensali,
alla festa
che scorre
immobile
sull'ultimo binario.

 

 

 

 

 

 

Particole di senso


E quando
s'alza appena
il sonno
a levare le ancore
del pensiero
in diminuita coscienza,
lievita
la parola di pane
che non rafferma.

Ma il calare delle palpebre
distende
il sipario
della dimenticanza
e spegne
il suono e la forma.

All'alba
la ritrovata luce
porterà agli occhi
poche briciole
fresche
per un giorno solo.

Eppure,
cadute
alla tavola
del ricco Epulone,
volute dal povero,
basteranno
anche a me
a sfamare
la vita.

In minuti frammenti
in croste orfane
in particole di senso
si assaggia
la grazia.

 

 

 

Umberto Fornasarii, Invocazioni, Aletti Editore, Villanova di Guidonia 2007