| La
fata
nessuno deve entrare dentro
il bosco che la vitalba chiude
e cinge intorno,
ma lui lascia le pecore
e s'inoltra, spezza i fili
coi denti, li butta in aria,
pesta rami e grovigli,
niente lo ferma
dopo gli animali
nei rami, sottoterra,
cessano di frinire, vede il prato,
l'erbe azzurrate e intatte, silenziose,
s'aprono i bei lecci, fanno corona
al grande ceppo della rosa bianca
esca la fata fuori
dalla corteccia
Silvia l'incantatrice lì dimora,
i suoi capelli splendono,
la pelle,
le lunge gambe nude da quei rami
un grande rischio
corre
chi la vede,
la seguiranno in molti,
senza tornare
- pastore, io t'ho
scelto,
sei fortunato, alla tua vita
dono un giorno colmo.
Dopo
dopo che importa?
solo chi non ha colto la rosa
non s'è punto -
e la fata prese lui
per mano
si stese dentro l'erba,
lo tirò dentro
si risvegliò
nel fosso,
le sue pecore attorno
col muso giù a brucare,
solo che era inquieto,
senza sapere
Giugno 1993
Il fiore ch'è
passato
Fischiano le cicale, senza requie
Il merlo sta giù chiotto,
dentro le frasche,
è la prima calura che ti stronca
incespicano per terra
uomini e bestie,
lui è cascato giù
nel greppo fondo
e gli occhi quasi strisciano
quel fiore
cento e cent'anni
prima
uno del suo sangue lo riconobbe,
scende per i lubàchi un gran pastore
e vede, nel cerchio di papaveri,
quel fiore,
azzurro più dell'aria che a gennaio
sopra Mondolce
scioglie nebbie e fumi,
e allora lui lo coglie,
torna indietro
lo porta a quella donna
che non l'ama,
dalla gran treccia nera,
lassù al Padrone
dicono ch'è
volato sopra i monti,
sopra le querce e gli olmi
ma non cade, l'aria
lassù è ghiacciata,
regge il seme
è un fiore che dà odio
o che dà amore,
fischia la biscia e subito
s'arresta,
volge la testa il ragano
scompare,
ma le farfalle no,
volano allegre
e la più grande e bianca,
la regina,
sola nel fiordaliso
scende e posa
ora il pastore stanco
s'addormenta,
nel grano il fiordaliso azzurro
è tanto fitto che il papavero
solo non scompare,
da un altro luogo s'alza
il vento nero,
un luogo che anche il sogno
non ti dicembre vorticano i bei petali
nel buio fondo,
gemono le radici
rivoltate,
il fiore ch'è passato
in mezzo ai cieli
di mucchi spenti copre le Cesane,
pastore, gira la terra intera
non lo trovi,
l'ultimo è questo
sopra te che dormi
Giugno 1996
Lacrima bianca
Il figlio della mugnaia
dai ricci scuri,
lunghi giù per le spalle,
gli occhi verdi,ù
e le donne tra loro
narrano di quegli occhi
coi visi accesi,
scende il Mulino del Duca,
il suo cavallo, bianco
come l'ha solo il principe
che vive nella rocca,
la borsa gonfia,
piena di marenghi,
li metterà nei sacchi,
sotto terra,
come quest'anno mai
han macinato
vennero i contadini dai campi spersi,
dal Petralata all'Isola del Piano,
i soldi fatti a mucchi
come la rena
oh che giorno d'aprile
benedetto!
e gli uccelli a sgolarsi
tra le frasche,
le raganelle cantano
nei fossi,
l'albero di Giuda
dai viola-accesi
luccica nelle macchie
coi biancospini,
di margherite gialle
ce n'è a milioni,
ride la lavandaia
e lo saluta
vennero i tre briganti
fuori dai rami,
al mugnaio la mano
corse al pugnale,
ma un colpo gli ha spaccato
fronte e labbra,
un coltello gli entra
sotto il cuore
ora è in terra
che muore,
vuole gridare,
ma il sangue gli ha serrato
gola e bocca,
alza la faccia,
lo inchiodano i capelli
dentro l'erba
fu il pastore
a dare la notizia,
scendeva da Girifalco
giù nel fosso
e la mugnaia venne,
si butta in terra,
lo stringe nelle tempie
bacia gli occhi,
ha la veste e
il volto infarinati,
i lunghi capelli neri
scarmigliati
e le lacrime cadono
nell'erba, sono
un lievito bianco
dentro la terra
cresce il fiore
dai petali allungati,
aguzzi e trasparenti
come coltelli
anche la foglia è
stretta
e affilata,
aprile segna i contorni
dell'alte erbe,
qui il bianco e il verde
trasudano bagnati
da un pianto che non cessa
per l'eterno,
e lacrima è chiamato
questo fiore
Metà
aprile 1997
Padre un giorno
La vampa che s'acqueta,
resta il ceppo
muto,
e tu il cerchio oltrepassi
come sospeso
e assorto,
figlio, erano quelli
i giorni della luce
della tua luce
breve e
assoluta
corrono gli ombrelloni
come sempre,
segnano l'alto mare
coi colori d'allora,
ma è persa la radura,
i lunghi monti
che ci furono un giorno,
prima del male
padre giovane e
queto
ch'ebbe in sorte
d'essere figlio sempre
e dopo solo,
ora con te
nel ceppo delle more,
stacco i bei frutti neri,
te li porgo
padre che m'hai condotto
alla muraglia
e tra le crepe hai colto
rossi fiori,
la vita m'ha concesso
un solo giorno
d'esserti uguale padre,
con il figlio
Fine luglio
1997
Anni fa in un
luogo riparato
scende la verga d'oro fino al mare
s'abbranca nei dirupi, lì cresce fitta,
vai incontro all'estate che declina,
rapida col sorriso, una giusta rabbia
getti i tuoi panni tra le acacie, ridi
- voglio che il sole m'entri dappertutto
anche se guardi, no, non mi dispiace
ma non sei tu che conti, è il sole, il mare -
entri nel bosco, dove sei finita?
- Grazia perdio rispondi, cosa fai?
Le punte di corbezzolo che schianti
Sono la traccia lieve, le molliche
Di chi vuole, ma un poco, scomparire
Sotto il forte spagnolo,
sulle rocce,
intrisa d'acqua, gli occhi così chiari
serri forte la mano nell'incavo
caldo tra le cosce potenti che scandaglio
- l'avrò già vista un tempo
forse
era in un giorno sperso
no, non so dire quanto
sedevo nella rena, sul confine
fisso la spiaggia vuota, o c'è un capanno?
d'altri tempi suppongo, antico e screpolato
ma io non ero nata! - sì, è stato prima,
prima d'ogni nascita, anche della mia
dopo restammo soli
nella spiaggia
era di settembre inoltrato, baluginò
l'azzurro inumidito, due gabbiani
planarono bianchissimi tra ceppi
di pitosforo scuro, dai rami torti,
dentro la sabbia vai scalza e lenta,
raccogli gusci e stecchi, pietre verdi,
il sole è sul confine, fra poco scende
-fermati sulla striscia pallida, di rena
la macchia è così scura, lì non entrare!
dentro ci sono i giorni che verranno
la fila c'attende di dolori
prima che tutto cambi
la data è vicinissima, lo sai
voglio fermarti donna sulla soglia
del bosco e della notte senza vedere
cosa ci porta il tempo che attorno incalza,
ma fa' due passi ancora
vieni al pontile dove l'acqua sciaborda
col rumore costante, che conforta
sediamoci dinnanzi ai tovagliati
- per questa ultima cena riparata
i totani ripieni vanno bene?
Ottobre
1991
A Murlo
Jacopo, una famiglia la ritrovi
in radi giorni sparsi in tempi
e luoghi, a Murlo ci arrivammo
ch'era sera
sera d'ottobre, il
borgo
vuoto e scuro,
tenue il mosto profuma
dentro i muri,
vecchi come gli odori
della mia casa giù nel fosso
padre, che difficile
mestiere,
figlio vivi lontano
in un castello chiuso e
serrato più di questo borgo,
chissà se ascolti i grilli
che tenaci ci ronzano
d'intorno, tra gli allori,
la madre che t'accarezza
scosti la mano
quei ravioli al tramonto
cogli olivi, rossi e i pini fitti tra le crete,
noi sotto la finestra
noi tre insieme,
seduti al vecchio tavolo
tutti insieme
come passa dei giorni
la rapina
come scuote la vita
e la scompiglia
quant'è lontano il tempo
che non c'eri
anche la breve casa
a Fermignano
io la vita conosco
per istanti
anche il padre lo faccio
per momenti
Gennaio
2000
Per luoghi remoti
-------------------------------A
Jacopo
ma non era un sentiero
solo una striscia d'erbe
più dolce e piana
e chiamavamo Jacopo distante
fermo tra sassi bianchi
disattento ai suoni
ai sibili sottili,
a guizzi e voli,
assorto nella sua musica
lontana
e poi ci sopravanza
entra tra grandi foglie
dove scura la terra
genera nera acqua
e larve, vita che si torce
dentro il fango
il sentiero prosegue
ben oltre i faggi
e cerchia monti azzurri
dopo scende per i dirupi
o va nei cieli?
son lontane le stanze
lunghissima la strada
sorgono nubi nere
e improvvise,
ora sei dentro il vortice
la madre che t'invoca
s'affretta invano
diventa nero il cielo
senza una goccia,
e fischia il vento freddo
spezza i rami,
stronca gl'insetti verdi
contro i massi
e Jacopo che scende
nella luce
le cavallette cerchiamo
i suoi passi,
sospesi siamo
e soli dentro i cieli
e le parole nostre faticose
non sanno quel sorriso
tuo, remoto
Marzo 2000
Neve d'aprile
non ho uova di pasqua
colorate, nascoste tra i bossi
e dentro l'erbe
non le scopre o cancella
sotto il bianco
questa neve di primavera
che ti sorprende
quando t'affacci
dopo un colmo sonno,
gira lieve e furiosa
tutt'attorno al lillà
luminoso, noncurante
alla bianca ricotta
bianca più di quei fiocchi
senza peso,
colmi d'acqua
neve di primavera
che non attacca
mormora la Fenica
nel tempo perso,
ferma alla porta
per un solo istante,
e poi scende nei campi,
quel cielo tutto nero
non la spaventa
dopo l'aprile torna
alla sua gloria,
s'accende il tulipano
dentro il verde
e gocciola il ciliegio
in faccia al sole
pasqua gelata
anche se a febbraio
fiorivano le rape e
gli albicocchi,
la colpa è dell'ozono,
di qualcosa d'altro?
penso alle violacciocche
così lontane,
scende tarda la neve
lenta le imbianca,
il vento che le strappa
sulle alte mura
una tempesta c'è
sempre
fuori stagione,
e non sempre il meteo
la prevede
e vortica la neve
sull'aprile,
penso ai miei tanti giorni
fuori stagione
Aprile 2001
da Nel tempo che
precede, Einaudi, Torino 2002
|