Ho una porta dentro il corpo
e al centro una serratura chiusa che un ladro tortura a tutte le ore. Vuole aprire, entrare, impossessarsi, e svita, svita con il cacciavite. Forza il sorriso forzato con la forza. Le rughe attorno alla bocca come la prua di un ferro da stiro impressa sulle fodere del divano. Le costole come piatti uno sull'altro oltre il vetro della vetrina intatte. E quel ladro che mi scassa la cassa, che l'incasso vuole scassinare. Quel ladro che slabbra le ante, che s'improvvisa erede testamentario. Mio padre nasconde la chiave di ferro a tre buchi della mia stanza, fiore dai petali forati, nella sua borsa di dottore, insieme con gli strumenti per misurare la pressione e auscultare il cuore accuratamente ripiegati. Il peso gli ha reso una spalla dell'altra più bassa.
All'alba ti compare Iosif
come spesso in vena di offese siamo in un letto d'albergo e mi dice di non capire perché mi ostini a scrivere versi bianchi ma poi ci ripensa e aggiunge che non sa neanche perché gli vengano in mente certe cose io so che il tormentato tormenta e pesa e è appiccicoso attacca richiama non esita a chiudere in casa una bambina di otto anni con la scusa penosa di una malattia che si cura col letto e lucide copertine rosse e lei chiede scongiura che cosa ho e loro guardano con aria sicura la siringa che schizza contro l'aria della finestra che si affaccia su una piccola piazza i fratelli di ritorno da scuola gettano le cartelle sul copriletto con furia e lei comincia a tenere un diario di tela verde come i taxi che si allaccia e disimpara a camminare e il pediatra àlzati come a Lazzaro dopo la neve senza giochi a maggio
Io rido, sì, sorrido
sempre in fotografia, segno che matrimonio e patrimonio si contendevano redini, briglie. Come il sedile di un'altalena sul quale volevo sedermi e volare. Come una corda nell'ampio gesto delle compagne, nel quale entravo a turno, solenne, l'orecchio teso al suo roteare rasoterra. Sempre all'estremità della fila, per avere libera la destra. Il terzo in prima fila da sinistra, coi pantaloni corti come tutti, accovacciato sui talloni, ginocchia in bella vista, è Giovanni, che un giorno, quando gli raccontai che sarei andata al luna park, domandò: "Con chi? Con tuo padre?" Le fotografie seghettate come denti nuovi divennero strumento di attacco e di difesa. Fui costretta a sottrarmi all'idillio del sorriso in prendisole al fotografo con l'apparecchio che scatta la mia con la sua luce, con il suo fuoco.
L'ossessione si sfoga e non si sfoga
Vuole mangiare sola. Giro la testa e mi gira. Pois di coriandoli coprono escrementi, bucce, cicche, macchie. Lui telefona dallo Stato, lui ti manda tante mele elettroniche in regalo, lui te ne tira una fruttiera intera, qui, status quo, qua, hic et nunc, viva Che Karenin, cioè, vero che, ecc. ecc., etciù. Desiré, tanti no tante coltellate. Le belle nei casolari abbandonati, attirate da tante mani sudate a mangiarsi manforte. I giornali si prendono l'indomani il bianco e nero, il rosso le perizie legali della morte. Il grido del no il giorno di San Valentino. La vecchia attrice vive ancora. Si aggira senza calze e senza barboncino, con il bavero della pelliccia premuto su un dente. Gemma è fiore e Gemma è pietra. Le scrimino i capelli come quando cerco una parola sul vocabolario. Poi guardo un piatto di spaghetti. Tutto è sparso. Quelle con poco tetto sono le case del ricatto. |
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La
cuspide della A a mano sfiora la firma
La cuspide della A a mano sfiora la firma stampata al computer come i piedi si convalidano nel letto coniugale in cerca di contatto. Io devo scindere, certo, devo scinderer, ben detto. Due fili alla posta, alla posta due fili. Filobus, figli, filari, fistole, pustole, pistole, buste. Io devo scindere dal busto. Devo combattere contro chi mi vuole distruggerer con il suo prezzo frustrato. Pezzo dissaldato con la frusta. Lui si sente il Padre eterno e caduco con il suo vocione da impastato. Lui parla con l'eco da rimbombo, sempre dal fondo di una grotta non guardata dal sole. Führer all'occhiello di casa, mi rimanda nel capanno del diario, ma nel diario pulsa il momento. Ogni libro ha un titolo. Sta verticale, dritto, tutto scritto, denso nello scaffale. L'attaccapanni si gonfia come uno spauracchio al vento. |