Tornavi in collegio la sera

e la tua porta era chiusa.

Allora chiamavi:"Valja!",

affacciata sulla rampa delle scale.

"Arrivo!", rispondeva la compagna,

interrotto il tè col figlio del rettore

della sua cittadina, e rombava giù,

sul grembiule lo scialle rosso dei capelli,

sui denti l'oro dell'ipocrisia,

fra consigli, chiacchere e raccomandazioni

porgendoti la chiave.

Tu aprivi la porta, e abbassata

la voce imperiosa delle ultime notizie,

riunita la tenda, ti coricavi

accanto al muto sbandamento delle cose,

che era il tuo. Immobile fingevi di dormire,

costringendo al silenzio il suo ritorno.












Dai Brodskij


I



Era una domenica pomeriggio.

Bussai a un campanello laterale,

che aveva la scritta a mano: dai Brodskij.

Al mio secondo squillo aprì una donna:

"Sono usciti per una passeggiata.

Fra un'oretta saranno di ritorno".

Profittavano del sole autunnale.

Lei si tingeva di rosso i capelli,

lui si calzava da dietro il berretto

come il figlio, come quando ne aveva.













II





Mi aprì la porta un viso trasparente,

che sorrise col dito sulle labbra:

"Prego", mi fece, aprendo un'antiporta

sulla sinistra dell'appartamento.

Mi fece sedere a tavola. Dissi:

"Sono una conoscente di suo figlio".

"E non poteva essere altrimenti".

La madre richiuse appresso la porta.

Avevo portato la rivista Stern:

"Guarda, lo sciagurato fuma ancora!"












III





Cominciai a tornare ogni giovedì.

Appena nella stanza, contro il muro

cambiavo gli stivali con ciabatte:

la madre non si faceva baciare,

la gatta neanche dare una carezza.

Una sera a cena lei chiese: "Sas]a,

partendo cosa prenderesti con te?"

"L'ombrello". "Io niente, partirei così".

Il medico l'aveva sconsigliato,

per il cuore. Lei non vedeva l'ora.











IV





Ognuno aveva il suo album di foto,

ma lui il proprio me lo mostrò per primo.

E lei, la mano in tasca del grembiule:

"Il mio, certo, mica lo fai vedere!"

Andò a prenderlo, dondolando appena:

lei con la sorella attrice di teatro,

col suo bambino in braccio nella dac]a,

lui col cucchiaio: Osja mangia la kas]a,

e il suo biglietto: alla mamma prometto

che farò sempre i compiti per bene.











V





"Io gli cucii questo completo bianco

che a lui piaceva tanto", fece il padre.

"Madame Achmatova: lei lo capiva

al volo, bastava mezza parola".

E mi consolava di quelle esposte:

"Non è niente". "Quelle scarpe erano sue?"

"No, sono mie. Lui non ne ha di meglio?

Adesso dormo io qui nel suo letto".

Bottiglie vuote in cima agli scaffali,

in fila, con l'etichetta straniera.











VI





"Tanti sono stati i visitatori.

Quella bibliotecaria americana,

la veneziana che fumava sempre,

lo slavista olandese violinista;

che simpatico Fausto di Milano!"

Per vedere se c'era posta un giorno

scese e tornò con una cartolina,

che gettò sul tavolo come cibo

a due gatti affamati in piena estate:

"Per voi, leggete!", e ci accostò in un gesto.











VII





Un'altra sera la madre mi disse:

"A Roma avrete certo un cavaliere!"

Io: "Che cosa intende per cavaliere?"

"Sas]a!", piano, "Non sa cosa vuol dire!"

Accanto a uno Chanel numero cinque

lei andò ad accendere il televisore,

e trascinò la sedia più vicino

per appoggiarsi muta alla spalliera.

Davano una gara di pattinaggio.

Lei faceva l'esperta, lui rideva.











VIII





"Se entra qualcuno lei è lituana".

"Come sarebbe a dire, lituana?"

Lei di una vicina era stata amica,

ma poi i rapporti s'erano guastati.

"Mi verserebbe una pila bollente

sulla testa, che crede! Pretendeva

di allargarsi casa e rubarci posto

nell'atrio, per farsi un'entrata sua.

Svenni al processo, ma era tutto vero.

A mio figlio non ne faccia parola!"











IX





Lui tirò fuori una foto imbronciata

che la scuola serale s'accendeva:

"Non sono mai riuscito a farmi dire

che cosa era successo quella volta

a Monaco di Baviera; lei lo sa?"

Non glielo dissi: era stato in galera.

Per difendere un vecchio in un locale.

Magari il padre l'avrebbe apprezzato?

Preferiva lo smoking nell'armadio.

Non seppe mai di quella notte dentro.











X





"Ma non so neppure se lo rivedrò..."

"Lo rivedrà, certo che lo rivedrà".

Partii da Leningrado con l'estate.

Lui m'accompagnò sul pianerottolo,

lei rimase dentro: lei morì a marzo,

lui il maggio dell'anno dopo, o meglio,

la vigilia della festa del primo.

Era nato proprio l'anniversario

della rivoluzione. Mi diceva:

"E' fortunato chi nasce di festa".







da Istinto e spettri, Jaka Book, Milano 2003