-------------------------------------------------a Sofia


19,11,1993



Davvero come adesso, l'ulivo sul balcone

il vento che trasmuta le nubi. Oltre il secolo

nelle sere a venire quando né tu né io ci saremo

quando gli anni saranno rami

per spingere qualcosa senza meta

nelle sere in cui altri

si guarderanno come oggi

nel sonno - nel buio

come calchi di vulcano curvi nella cenere bianca.

Piego il lenzuolo, spengo l'ultima luce.

Lascio che le tue tempie battano piano le coperte

che si genufletta la notte

sul tuo veloce novembre.








Siedi davanti alla finestra

Guarda, ma accetta la disperazione:

c'è verità nella luna che sale

eppure non si alza a scudo sul dolore

si traduce -

come ho appena tradotto il libro aperto verso il muro -

semplicemente unisce il tavolo al pensiero

in un'attesa che arde ma non spiega

e tormenta ogni foglio dentro l'aria

con musica di abeti, luci ostili.

 

 

 

 

 


in una stessa terra


a Mauro Martini


Se ho scritto è per pensiero

perché ero in pensiero per la vita

per gli esseri felici

stretti nell'ombra della sera

per la sera che di colpo crollava sulle nuche.

Scrivevo per la pietà del buio

per ogni creatura che indietreggia

con la schiena premuta a una ringhiera

per l'attesa marina - senza grido - infinita.

Scrivi, dico a me stessa

e scrivo io per avanzare più sola nell'enigma

perché gli occhi mi allarmano

e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta

- da brughiera -

sulla terra del viale.

Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco

trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli

perché solo il coraggio può scavare

in alto la pazienza

fino a togliere peso

al peso nero del prato.










1998




Ora è solo pioggia che benedice la strada

e nell'acqua che trema quasi una luce redenta da seguire.

Sarà una piccola distanza dal fulgore.

Dal forno dove il cibo si innalza

alle nuvole brune

tutto appena diverso dalla vita di sempre:

uno scarto nel gesto che depone i piatti per la sera

una luce nella crepa del muro

schiusa verso terre di pace.

Fuoco di cedro lungo i bordi del campo.

Così vedremo i volti degli assenti

le iniziali dei nomi travolte dai lapilli

nessun dolore ma il moto delle mani

che allontanano il fumo

e notte tra la notte: una fessura.

 

 

 

 

 

I




Vedo dal buio

come dal più radioso dei balconi.

Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce

scostandola in silenzio

fino al varco più nudo -al nero

di un tempo che compone

nello spazio battuto dai miei piedi

una terra lentissima

- promessa







III




Per trovare la ragione di un verbo

perché ancora davvero non é tempo

e non sappiamo se accorrere o fuggire.

Fai sera come fosse dicembre

sulle casse innalzate sul cuneo del trasloco

dai forma al buio

mentre il cibo s'infiamma alla parete.

Queste sono le notti di pace occidentale

nei loro raggi vola l'angustia delle biografie

gli acini scuri dei ritratti, i cartigli dei nomi.

Ci difende di lato un'altra quiete

come un peso marino nella iuta

piegato a lungo, con disperazione.







VI




Non esiste innocenza in questa lingua

ascolta come si spezzano i discorsi

come anche qui sia guerra

diversa guerra

ma guerra - in un tempo assetato.

Per questo scrivo con riluttanza

con pochi sterpi di frase

stretti a una lingua usuale

quella di cui dispongo per chiamare

laggiù perfino il buio

che scuote le campane.



***



C'è una finestra nella notte

con due sagome scure addormentate

brune come gli uccelli

il cui corpo indietreggia contro il cielo.

Scrivo con pazienza

all'eternità non credo

la lentezza mi viene dal silenzio

e da una libertà - invisibile -

che il Continente non conosce

l'isola di un pensiero che mi spinge

a restringere il tempo

a dargli spazio

inventando per quella lingua il suo deserto.



La parola si spacca come legno

come un legno crepita di lato

per metà fuoco

per metà abbandono.







VIII




Forse se moriamo è per questo? Perché l'aria liquida

dei giorni

scuota di colpo il tempo e gli dia spazio

perché l'invisibile, il fuoco delle attese

si spalanchi nell'aria

e bruci quello che ci sembrava

il nostro solo raccolto?







IX


a Zbigniew Herbert




E' vero, l'allarme si alza dalle stelle

l'argento non ha luce sul barbaro grido di terrore.

L'imperatore ha spento il lume

ha chiuso il libro.

In basso la terra scuote l'orlo dei vasi e il ferro brucia

freddo sui fili. Lui dorme nel quadrato dei secoli

alti nel vento come aeree gabbie.

Non sente il bronzo del trono sulla nuca

né il rintocco dei chiodi sulle porte.

Dormirà per sempre.

Perciò sospendi tu la quiete

prova a rovesciare il dorso della mano

a raggiungermi nel nome di una lingua sconosciuta

perché parlo da un'isola

il cui latino ha tristezza di scimmia.

Un mare una pianura, nuvole di tempesta contro i fiumi

uccelli nel cui becco gli steli annunciano alfabeti.

Forse solo così - Zbigniew

può viaggiare il cesto dei libri sulle acque

così credo giunga la voce

la stretta del viso nell'orrore

fino a un'orma fenicia, a un basso scudo

privo - come il tuo - di luce.






XIII



a Nathan Zach




Anche questi sono versi di guerra

Composti mentre infuria, non lontano, non vicino

Seduti di sghembo a un tavolo rischiarato da lumi

Mentre cingono le porte di palme

Anche questo è un canto verso Dio

Che chini lo sguardo sui suoi vermi e ci travolga

Amati e non amati.

Non una tregua - un dono

Per questa terra folgorata.







XIV




Benedetta tu a distanza

la più innocente tra le cose lontane

nicchia di tavolo e mela

una sfera un piano e contro l'alta fiamma del fuoco

le due forme congiunte a scavare il nitore di un vano.

Nulla in realtà ci chiama

eppure ci accostiamo agli oggetti

quasi fossero gli echi di una voce

l'annuncio indifeso di altre vite.

L'acqua nera, la sagoma del cane contro il molo.

Nessuno può dirli ricordi e fischiare davvero come allora

ma noi vediamo le tre stanze, lo scatto

di chi ancora viveva

e a un tratto gli armadi ci rimandano

un fuoco errante la stella incerta di un viso.

Nulla è compiuto nulla è ancora profondo.

C'è solo il tonfo di una calce improvvisa

e queste grida tra felci che sferzano le schiene

grida che non capiamo come accade nel buio agli inseguiti.

Alberi, corpi, folate contro i muri.

Basta un gesto: il rovescio di un gomito che spegne una candela.

Di colpo diventiamo ciò che aveva tremato.

 

 


da Notti di pace occidentale, Donzelli, Roma 1999