La necessità di scrivere e pubblicare la prima raccolta nel 1982 è legata ad una data il cui significato verrà colto solo molti anni dopo. Ogni nascita, per diventare una vera nascita, necessita di più rinascite che possiedono sempre qualcosa di magico: è come ripetere e riattraversare il mito dell'origine spostando sempre più in là la morte. La scrittura e la pubblicazione di Poesie di una psicologa, gran brutto titolo, come qualche critico afferma, ma che aderisce pienamente allo stato di allora, ha significato il superamento di una inconcludente "coazione a ripetere" per lasciare spazio a più soddisfacenti e nuove modalità di espressione, comunicazione e azione. L'esperienza dell'attesa, l'accettazione della perdita, l'assunzione del vuoto come utero mentale ove concepire e portare a gestazione sino alla nascita pensieri, emozioni, simboli, hanno trasfigurato l'evento della procreazione in evento creativo.
Durante gli anni di formazione non sono stata una perspicace lettrice di poesia, anche se la solitaria luna di Leopardi, l'azzurra visione di San Martino di Pascoli, la palpitante pioggia nel pineto di D'Annunzio o la dolente nostalgia di Foscolo per l'isola perduta hanno colorato di bellezza l'occhio adolescente che guardava la natura e il mondo.
Poi l"uomo del mio tempo" di Quasimodo ha tolto innocenza allo sguardo. Ora sono una lettrice anarchica ed onnivora che si nutre di qualsiasi testo che susciti esperienze emotive, riflessioni sul qui-ora e sull'altrove.



Ho letto con interesse i "contemporanei": per molto tempo mi sono riconosciuta nella corrente europea e russa che annovera, tra gli altri, i nomi di Celan, Milosz, Herbert, Brodskij, i quali hanno resistito allo sfacelo storico in cui si sono imbattuti senza abdicare a a qualità umane quali la fiducia nell'arte, nella bellezza e nella pietas. Ho ammirazione per Celan per il quale la parola è tutto anche se non può accogliere tutto.
Sono felice quando ho la possibilità di conoscere il volto e il corpo dei poeti: mi aiuta a dare un'identità al testo che il più delle volte non è "mai nato abbastanza per potersi staccare dal corpo-psiche", come afferma in qualche punto Zanzotto. Alla base del mio atto poetico c'è sempre una domanda di comprensione, scambio, incontro, fusione con il lettore: lavoro tanto a lungo sul testo anche per raggiungere una forma di comunicabilità soddisfacente.
Ogni percorso poetico segue, a mio parere, le tappe della vita. E' l'esperienza l'elemento fondante dell'elaborazione poetica come afferma Ingeborg Bachmann: "La realtà acquista un linguaggio nuovo ogni qualvolta si verifica uno scatto morale, conoscitivo, e non quando si tenta di rinnovare la lingua in sé, come se essa fosse in grado di far emergere conoscenze e annunciare esperienze che il soggetto non ha mai posseduto".
Ora, reduce da un viaggio in Bolivia, paese povero, immerso e attraversato da mille contrasti dove "tutto il possibile è impossibile e tutto l'impossibile è possibile", mi sto accostando ai suoi scrittori e poeti. Questa terra possiede un'interessante produzione letteraria che parte dal localismo per ampiamente superarlo. Infatti essa si nutre, attraverso operazioni creative, oltre che delle culture delle trentadue etnie che popolano il suo territorio, anche di altre, compresa, e, direi soprattutto quella europea.
Pertanto tocca temi universali quali il significato della vita, l'esilio, la solitudine, il dolore, la morte, il mistico, il fantastico e così via.



Caterina Camporesi, da La coda della galassia, Fara, Santarcangelo di Romagna 2006