Mentre i ragazzi fanno il tema

e le loro teste sono chine sul foglio

la stanza della classe riposa quieta

e brilla come una luce intorno ai loro capi.

Io li guardo, e la loro forza mi punge-

una ragazza è venuta a chiedermi una cosa

e nei suoi occhi celesti sprofondo -,

alcune delle fanciulle sono meno belle

ma nei loro tratti rivedo la gloria

delle donne latine,

i modi augusti e i lineamenti noti,

- penso a giovani donne prenestine, antichissime,

ornate di monili, eleganti,e a povere fanciulle, a contadine a pastore

dei secoli più bui -,

e anche i ragazzi, quanta gloria sui loro capi.

E in tutti, quanta attesa, quante speranze

- loro di tutti i miei allievi sono i più grandi, sono già grandi -

e penso: come non ho detto niente a loro!

come non ho fatto niente! - non avrei potuto? -

solo preoccupato di fare il professore,

nella fretta in cui sono sempre, e distratto,

come se non mi fossi mai accorto di loro.

E mi stupisco di essere stato capace

pure di galleggiare in questo abisso di luce,

di essere rimasto illeso, salvo, tra tanta forza di flutti,

tra tanto mare calmo come un cielo celeste.










Ripenso adesso a come amai interamente

quand'ero ragazzo,

e a come ero sicuro che il mio amore era un angelo,

a come anch'io ero un angelo,

a come eravamo uguali

(ma lei era più uguale di me).

E adesso non dico: tutto questo è falso

perché la vita è diversa, la vita mi ha cambiato;

adesso invece dico: era tutto vero.

Nasciamo angeli e interamente amiamo,

con tutto il cuore del nostro amore ci innamoriamo

come dei bambini che non conoscono il mondo

e interamente moriamo.










Chi passeggia sopra di me?

L'erba mi cresce accanto,

gli uccelli sui rami cantano,

la loro voce mi calma.

Ma tu perché non ci sei?

Perché ci sono tutti

e manchi solo tu?

E come farò a superare la tua mancanza,

come farò a continuare

ascoltando il suono degli uccelli

come un carillon

o l'erba crescere

come un tic-tac?











LA CALA DEGLI EREDI





Quanto ho amato questo posto.

Le rocce che scendono giù al mare facendo delle nicchie

e degli spazi come delle stanze.

Le due case dei pescatori in alto

senza più il tetto ma ancora belle

con accanto ancora fiorito il mesembriantemo

che ricopre i sassi e le scale.

La roulotte in alto, ora completamente sventrata,

ma un tempo bella tra i pini,

e poi la cala che chiamavamo degli eredi

(è troppo complicato dire perché),

un triangolo di pochi metri sul mare.

Nel bosco poi uno strano capanno misterioso

con un tavolo fuori, come di boscaioli

o sette nani, e poi strani contenitori

e costruzioni come torrette o bunker,

seminascoste nel verde.

Le due case di pescatori:

piccole, un solo vano,

e la vita dura ogni giorno,

ma così bello d'intorno che se c'era armonia

quanta gioia tra quelle quattro mura.

Immagino due famigliole: una nella casa più alta,

e una in quella più bassa,

gli sposi innamorati,

un incanto che durò poco,

o forse durò tanto, come Filemone e Bauci,

finché vissero, e insieme morirono.

E anche adesso che sono diroccate

le due case appaiono come due templi

nella mia memoria

col bosco sacro in alto

e i rossi mesembriantemi intorno.











LE CASE DEI PESCATORI






Ora il vento marino entra

nelle case dei pescatori degli eredi,

entra e fa quello che vuole,

il libeccio corrode i mattoni, pregno d'acqua salsa,

e la pioggia batte sul pavimento

che con tanto amore era tenuto pulito.

La vita degli sposi era faticosa:

lui - era ancora buio - scendeva alla barca

per dirigersi alla tonnara dove lavorava,

altre volte restava fuori la notte da solo,

lei puliva la casa, cucinava, accudiva il bambino,

faceva conserve, salamoie, metteva a seccare tutto,

poi badava all'orto, teneva molto anche al giardino.

Di tutto quello che c'era intorno la casa

- piante, fiori, alberi, vasi -

è incredibile che sia rimasto solo il mesembriantemo.

Lei lo aveva messo in alcuni vasi

perché coprisse solo il muretto della scala,

adesso è dappertutto, arriva fino al mare.

E' incredibile come tutto è pulito,

come è pulito il mesembriantemo

e come sono puliti i massi tondi di granito

e le scalette di mattoni con i gradini.

Come se il mare tenesse pulito

e l'aria tenesse in ordine,

ora che non ci sono più i pescatori.

Adesso come allora c'è armonia

e non una cosa è fuori posto.

Come se ci fosse qualcuno che tenesse in ordine, che potasse,

e che tenesse sempre pulite le scale.














SUL MONTE BELLO






Qui su questa rupe dove sono giunto

non viene mai nessuno.

C'è un castello diruto

dal quale si domina su uno spazio ampissimo.

I sentieri erano chiusi.

E' strano che non salga nessuno.

Le spiagge sotto sono piene di gente,

le strade sono percorse da infinite macchine,

tutta l'isola brulica di gente,

ma qui, in questo posto splendido

non viene nessuno, e io sono solo,

sulla torre più alta mi distendo, e prendo il sole.

Per quanto la massa possa crescere

ci sarà sempre spazio per la solitudine,

per l'uomo che abbraccia da un solo punto le cose,

e capisce che solo la gentilezza c'è data

e che la vita vale viverla

per essere gentili,

rovesciando perfettamente come un guanto

l'egoismo in cui siamo nati.

Ho quasi le vertigini, disteso

sopra la torre più alta a strapiombo

sul mare azzurro.

Le pietre bianche mi fanno compagnia,

tutte rotte a pezzetti, come se un sommovimento

della terra avesse scosso il castello

e avesse sparso le pietre.

C'è un muro con finestre ad arco ed edera

giovinetta che sale virente

come fosse stata messa ad arte.

Ho la sensazione che tutto sia distrutto

e tutto sia intero, perfetto.

 












Ho pensato a un tratto che rifiorivano i fiori

del mio giardino, dopo tanto tempo,

dopo che su quella terra era passato l'aratro.

Dal ballatoio i petali arrivavano alle mie guance,

la lonicera cresceva spandendo il suo profumo,

vicino ai pini le aiole si erano riformate,

circondate da sassi bianchi.

E anche se le case erano diroccate

nel cielo azzurro indugiava un colore

quasi rosa, o forse chiaro,

d'una trasparenza come vetro.

Sui mucchi rossi del minerale di scarto

crescevano cespugli.

Dovunque cresceva il grano, anche intorno alla scuola,

anche dentro le stalle dei cavalli.

Ma intorno alla mia casa erano rifioriti i fiori

e le farfalle volavano, a coppie come un tempo,

quando il giardino era popolato di voci,

di gridi di bambini e di richiami di madri.







da La miniera, Fazi, Roma 1997