SERA DEI MORTI A TÜBINGEN







Su ponti, attraversando

acque lentissime, anse

nell'incendio d'ottobre. Un salice

s'incurva, e questo senso

di vastità e d'angustia, un desiderio

fluviale, Lombardia o Svevia, la pianura

che chiama e annichilisce, travolta. Scorre al mare

distante ogni cosa, all'orizzonte

di nuvole veloci e trasmutanti. Ma sui ponti:

come pensare ai carri neri, al vortice

che li percorse sconcio? Eppure passarono di lì,

diretti a Judengasse. Nella torre

Scardanelli digrigna i denti, suona il piano, balbetta.


Lunghe automobili sfilano silenziose nel paesaggio,

l'ubriaco si stappa una birretta.


La dolcezza di un fiume come questo,

e il mistero dei platani; ma altrove

si squassa la terra, un paese

piange bambini morti. Che Begeisterung,

poeta, che superni? Come acqua

von Klippe zur Klippe geworfen: come acqua

che cade.


Poi esplode il palloncino.

Verde, portava scritto: Hölderlin. Non sale

lieve a nessuna stella in nessun cielo. Scoppia in basso,

rimane fra di noi, come una smorfia

di Halloween.











LETTERA DA NIKOLAJEVKA





Se c'è stata una colpa, credo,

dico di noi fuscelli,

è stata l'ignoranza. Il non potere,

il non voler capire. Trascinati

da un vento troppo forte, e ogni domanda

era domanda d'ansia: ci bastava

uno straccio di risposta, un po' di caldo.

E non solo allora, per sempre, chi ne è uscito:

l'abitudine

a chinare la testa, o a rialzarla

solo in un moto d'ira rovinoso. Ma voi, adesso,

siete molto diversi? Te lo chiedo

davvero, te lo chiedo

sapendo già che non potrai rispondere,

che non vorrai rispondere temendo

di sbagliare, o di ferirmi

ancora. Ma è questa

l'unica nostra speranza, e brucia

qui, sotto la neve e il fango, sola brace.

Altri capirono, forse, non noi: colpa e condanna,

ecco l'eredità. Questa manciata

di terra magra e povera, un passato


di fumo. Raccoglietelo nel palmo di una mano,

fate fiorire qualcosa di non guasto. Diffidate

di chi dà le risposte. Con fiducia e sospetto

riscattateci. E capite anche per noi, se lo potete.












LE PRIME FRAGOLE







Strisci nell'erba bianca di margherite.

Sei vestito di rosso, hai una cuffia rossa in testa,

e nella mano destra un pelacarote che infilzi

nel terreno ancora molle di marzo, sempre avanzando

lentamente nel folto del prato. Sdraiato

sull'erba, con le margherite negli occhi. Sto scalando

l'Everest, mi dici. E anche le guance sono rosse di gioia.


Strisciavi ieri nel tuo Everest di margherite

e io ti guardo oggi nel ricordo e intanto ascolto la radio

in attesa di notizie terribili, e tu continui a strisciare felice

e la radio dice della bambina schiacciata da un panzer a Gaza

tu prepari una pozione con piume d'uccello per imparare a volare

io ti preparo le prime fragole rosse dell'anno e mi chiedo se gli occhi

dell'uomo che guidava il panzer avranno capito.













DEPOSIZIONE







Rosso su azzurro e tratti bruni e il bianco,

tutti colori metallici. Il giorno

si apre così, sopra una costa

desolata di merci e portuali, ed è una danza

di morte ad Algesiras.

No che non è il Pontormo: il furgoncino

si spalanca, offre il suo carico di casse (Primeurs),

tangerine e cadaveri. Fissa nel gesto, l'ultimo, una mano

magrebina, e poi il candore,

la smorfia d'asfissia.

Dietro, altri quattro, attorcigliati. Impianto

difettoso, fuga di gas, clandestini.

Forze di polizia.














DOPO TRENT'ANNI





Ti seguo da trent'anni mentre vaghi cercando

non sai nemmeno cosa. Sono la luce

di un'esplosione lontana, il tuo sole di ghiaccio,

due occhi spalancati sulla magrezza di un male

che apriva certe porte, o prospettive di fuga.

Diversamente: era questo l'indizio,

la rifrazione del mio raggio sulla superficie del mondo.

Voleva dire distruggere,

frugare tra gli scarti. Spossessarsi.

Voleva dire camminare con gli occhi bendati.


Ti seguo da trent'anni alta come un rapace

con il mio becco duro di nibbio, la mia vista

che sa distinguere un topolino fra le rocce


o la tua traccia barcollante sui sentieri.

Ero nei sogni che non potevi ricordare.

Ero un grido prima dell'alba, una porta chiusa,

uno zigomo che affiora sulla pelle. Il volto folle di un uomo

impiastricciato di sugo, pulsante. Ero il bagliore

di una vallata percorsa da un fiume, luccicante di fuochi.

Ero un tumore e una stella.


E non potevi guardarmi: accecavo.

Adesso, guarda. Guarda il tronco

contorto di questi ulivi che si annodano

al terreno sassoso. Guarda il mare e la costa

incisa, e il vento scuotere

ogni ramo. È la mia ala,

non medica, ti porta, ti sostiene.

Fa quasi giorno, e un'ombra, la tua ombra

striscia tra i rampicanti e le prime formiche. Solo un'ombra,

il poco che ti resta. La tua luce a rovescio.



Sono qui, per un istante posata: a rincuorarti

e a toglierti ogni speranza. Non c'è pace

nel corso delle cose e dei corpi, ma una pace

diversa brilla ovunque e ci chiama. Se vibra

sopra l'acqua o sull'erba il soffio lieve

del tempo: ecco steli dispersi, sradicati, ed ecco il turbine

leggero delle foglie che s'infiammano

e svaniscono. Guardami pure, adesso, non abbaglio.

Abbandonarsi e resistere, due fasi

identiche del sangue e del respiro, dell'inchiostro

e del foglio, come sai. Cammina, scrivi.